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Trieste, itinerari di viaggio

sabato 7 ottobre 2017 di Giuseppe A. Samonà

La porta. La frontiera. La città del non e della nostalgia, o della lontananza. Non Austria, non Ungheria, non Italia, non Slovenia, non Serbia o Croazia, e un poco, o anche molto, in proporzioni e con propensioni diverse, di tutte queste culture, desiderio voltato all’indietro di quando appartenevano a uno stesso universo, di cui lei, Trieste, era l’unico sbocco sul mare.

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Foto di Sophie Jankélévitch

Politicamente è italiana, geograficamente, se la geografia ha un senso nel definire i paesi (ma cosa lo ha?), no, e infatti gli stranieri che imparano la lingua di Dante, nelle classi con la carta appesa al muro di fondo, non riescono a vederla: mais où est-elle? Storicamente lo è e non lo è; di fatto, ha toccato il suo apogeo proprio quando sognando di esserlo ancora non lo era, all’inizio del secolo scorso; nei primi anni Venti, diventando finalmente italiana, Trieste conosce infatti una brutale decadenza economica: era il porto esclusivo dell’Impero, immenso, ed era franca, libera, privilegiata; ora – finalmente redenta, liberata – è la timida rivale della divina Venezia, abbandonata alla periferia di un piccolo paese che sul mare è affacciato da tutte le parti. Del resto, nel momento solenne dell’identità ritrovata, la crisi ancor più che materiale è appunto beffardamente, significativamente, identitaria, morale – Trieste, anni Venti, voglia d’Italia: ai margini della guerra ancora dolente sbocciano i funghi-fasci-di-combattimento, si moltiplicano gli atti di violenza. Uno su tutti, il ricordo, attraverso cui leggerà l’infinitamente oscuro Novecento lo scrittore Boris Pahor, che all’epoca aveva sette anni: il rogo della Narodni dom, la casa della cultura slovena, con cui la città si attacca al senso stesso della propria storia. Perché Trieste era e sarà sempre anche Trst, tetragramma impronunciabile che non può essere ignorato, o sconfitto. (Rifuggi i giochi di parole che si prendono sul serio – ma qui è inevitabile: infinitamente oscuro, oscuramente infinito. Semplicemente infinito: come quel primo rogo...)

Nella nebbia, la notte, la città

Trieste insomma è testimonianza perfetta di quanto l’identità al singolare sia sempre una pericolosa menzogna e conduca inevitabilmente alla sopraffazione, all’impoverimento, alla paradossale perdita della propria ricchezza identitaria, che sempre è plurale; e anche di come per vivere la propria vita pienamente sia necessario privilegiare, alla realtà, il sogno e l’utopia – o almeno: non tracciare mai fra di essi frontiere di pietra. Lo ricorda nelle forme, col vento: come quando una nebbiosa notte d’inverno si passeggia per le Rive: Gulli, Sauro, Mandracchio... Il silenzio ondeggiante del porto ti dice che stai rasentando l’acqua, e in lontananza, vastità infinità, te lo dicono le luci tremule, le barche, che si accendono come stelle, o forse è il cielo, e le stelle ci galleggiano dentro, zwischen den Sternen, wie weit, e cielo e mare che sfumano, alle tue spalle, nel contorno di un gigante gentile che sovrasta, tutto è ovattato, smussato, le persone sono ombre, le ombre sono statue, eroi, amici che ti vengono incontro: Saba, e poi Svevo, Joyce, e anche se non è ancora stata scolpito – come mai? – Rilke.

Passeggiare a lungo, ai confini fra la terra e l’acqua, fra la notte e il giorno che non riesce a nascere, la città che pur dovrebbe aver riaperto gli occhi sembra immersa in un sonno felino; e poi quell’improvviso rischiararsi, e sulla cresta del gigante una striscia di ceruleo intenso, a squarciare la placenta che ti avvolge, come l’apertura d’un mondo rinnovato, e la nebbia sopra la città addensarsi, rotolare e sparire, e il mare pulirsi, e nelle narici un piacevole odore di sassi e di pini: turbinio di parole che s’intrecciano in disordinata memoria, le tue – cioè i consigli per te, per il tuo viaggio – e quelle di Stuparich (Giani; il fratello Carlo è morto nella Prima grande carneficina del secolo breve, combattendo con l’Italia, promessa d’uomo e di parole anche lui). È nata la bora, che investe il mondo fuori della città e la città stessa, rovesciandola con una potenza che ricorda le tempeste di neve in Siberia, o a Montréal: ben più che una tempesta, ben più che vento. Il mondo rinnovato: dal sogno nasce un altro sogno. Non sei a Venezia – è lì infatti che sarai arrivato se vieni da oltralpe, e avrai preso il trenino: a Ronchi dei Legionari, lunare aeroporto della Venezia Giulia, da straniero non ci arriva nessuno... E avrai, partendo da Venezia, o da Mestre, costeggiato uno dei litorali più brutti d’Italia, anzi lo avrai visto presto finire, mentre l’Italia finisce anche lei... finisce... finisce... dormire, svegliarsi: il mare ora è di nuovo là, come sbucato fuori all’improvviso, ed è magnifico, sei in Sicilia? No, subito dopo Monfalcone; e poi appunto la città, la notte, la nebbia, rasentare l’acqua, passeggiare, forse aspettando un amico che deve arrivare (a Trieste, se paziente, se disposto alle ruvide notti all’addiaccio, scoprirai che le amicizie sono profonde, e per sempre).

Ed ecco, via, la nebbia è rotolata via, il cielo è d’un blu terso, ti ritrovi nel mezzo di un fastoso salotto, tre pareti di pietra, palazzi, dove li hai già visti? Forse... ma certo, a Stephan Platz – eppure, ti volti: la quarta parete è infinita, è di mare. Non a Vienna allora ti senti, ma molto più a sud, alla Praça do Comércio, dove è il Tago a lambire le pietre, o molto più a Nord – anche se non ci sei stato ti sembra di rivederla nelle pagine di Evgeniy Onegin – a Ploščad’ Dekabristov, ora a lambire le pietre è la Neva. (Puškin non saprei, Tolstoj o Dostoevskij non credo; ma Cechov, soit dit en passant, avrebbe senz’altro potuto viverci, qui – anche perché al caffè San Marco, o a quello degli Specchi, o al Tommaseo, avrebbe facilmente incontrato Pessoa, che qua avrebbe potuto scrivere come a Lisbona. Trieste insomma è la città dell’avrebbero, ancora più che del furono; così, passeggiando per il centro, e più su, e più giù, ti verrà voglia di leggere: non solo gli scrittori che qui furono di casa, ma anche quelli che avrebbero potuto esserlo. Ed è, si capisce, la città dei caffè, che lo si voglia nero o capo, con una macchia di latte.) Qui però non sono fiumi, è mare: si può essere più originali di così?

Eppur si può.

E andavano così mare e montagna

Voltati, e attraverso la piazza, più dietro, ti apparirà la montagna, dove Scipio Slataper imparò a vivere guardando come un’ape entra nel fiore e il ragno chiappa la mosca, ma anche a morire, anche lui giovane arruolato con l’Italia nella Grande Guerra, anche lui promessa di parole – eppure il suo umanesimo meticcio, quel suo sogno di un fecondo intreccio con il mondo slavo, non potevano ch’essere orientati contro la guerra: ma così è, il gigante gentile spesso si è risvegliato, come impazzendo, barriera, ostile, tenebroso, insanguinato, così come i suoi anfratti, che han seppellito e nascosto omicidî – pietrame e morte, appunto. Ma da lì, dove ti trovi tu, il leggendario Carso è così reale, e vicino, che sembra esser lui stesso la città, come anche, se appena di nuovo ti volti, sembra esserlo l’Adriatico infinito – e se in questo abbracciarsi, dentro cui nasce Trieste, raccontassero un sogno impossibile e dannato, una vocazione al fallimento? e insieme la necessità di fuggire? Così, il Carso si riscopre Kras, misticamente disperato, nei versi sublimi di Srečko Kosovel, nato pochi anni dopo Slataper, e pochi chilometri più in là, dall’altra parte del confine (ma cos’era, e cos’è ancora, laggiù, il confine?), e anche lui morto giovanissimo, appena ventiduenne: è fra quelle cime che lo stanco europeo / fissa triste la sera dorata, / che è ancora più triste / della su anima (così traduce Amalia Stulin la musica aspra dello sloveno).

E il mare, è apeiron dalle frontiere liquide, lui stesso frontiera infinita, come fuori dallo spazio, e dal tempo. Il non tempo del mare, è il nome di una raccolta di Biagio Marin, la cui lunga opera poetica è attraversata proprio da quel mare là, che però non nomina mai, perché il nome cattura, esclude, e quel mare non appartiene a nessuno, appartiene a tutti.
È voragine, è vertigine, è libertà – che vuol dire non fermarsi mai dentro uno spazio chiuso: E ’ndéveno cussì le vele al vento / lassando drìo de noltri una gran ssia... (Hai ragione, ma a precisarlo prima non avresti capito... Se invece che in treno tu fossi arrivato a dorso d’aquila, lo avresti visto: quel mare magnifico, che hai ammirato passando Monfalcone, e lungo il quale sei giunto qui a Trieste, era già lì da prima, è cominciato ma-come-di-nascosto-coperto-da-un-muro all’altezza del promontorio che si trova in corrispondenza della stazione di Cervignano. Anche, se dopo aver abbandonato la laguna di Venezia avessi seguito la costa a piedi, bagnandoti i piedi in quel mare piatto e verdastro che affollano chissà perché tanti turisti, in tre quattro giorni di cammino saresti arrivato comodamente a Sabbiadoro, dove la terra si allunga, formando come un corno, e poi piega, rientra, a racchiudere un’altra laguna, il suo nome è Marano; e se da qui fossi rientrato con quella, seguendola sino alla fine, o anche – per variare – avessi preso un barchino per abbordare e oltrepassare le isole che la fronteggiano, una dopo l’altra, saresti comunque giunto a un’isola che è anche la punta del corno opposto della laguna, perché è attaccata al continente, quell’isola – è isola e non isola insomma, da tempo la collega alla terraferma un ponte. Quell’isola, o quell’apice di corno, è appunto il promontorio all’altezza di Cervignano. Da qui, volgendoti al tuo passato, al cammino percorso, vedresti il prevedibile Adriatico – perché s’incendi di mistero in quella direzione bisognerà aspettare di superare Ancona, e Pescara, avvicinarsi alle Puglie... Ma volgendoti dalla parte opposta, l’incendio di colori, e di un mondo nuovo, misterioso, immenso, è immediato. È appunto il golfo della tua meta, Trieste.... Eppure il mare non è sempre mare? aperto? infinito? blu? No, e mai come in questo punto puoi rendertene conto, voltandoti ora a Occidente ora a Oriente. Ecco, questo punto, ora corno, ora isola, è Grado. Ed è lì che Biagio M., di Trieste per educazione e cultura, è nato e ha imparato a parlare. Anche se alle tue orecchie straniere il gradese sembrerà praticamente uguale al nobile triestino, lingua di chiacchiere fra Svevo e Joyce, dialetto arguto quant’altri mai...)

O il mare, proprio in quanto non tempo, si rivela assolutezza dell’attimo presente, e quindi infinita articolazione della filosofia di Carlo Michaelstaedter, straordinario pensatore di quegli stessi straordinari anni di inizio Novecento, morto suicida a soli 21 anni – così almeno lo racconta il suo amico Enrico Mreule, nella sapiente finzione di Claudio Magris. (Michaelstadter era, di nascita, goriziano – ma Gorizia e Trieste sono inseparabili, fanno parte di uno stesso itinerario. Trieste è corpo aggrovigliato di luce, pianeta che pulsa di curve e misteri, Gorizia ne è l’ombra, la radiografia, lo scheletro, o anche semplicemente il satellite, lo spettro, la sua verità rassegnata. Ologramma, con mappa, in due D: sabato sera, i ristoranti a Trieste sono tutti pieni? Esci in direzione nord, lungo il confine oramai invisibile eppur sempre reale, guida attraverso le buie campagne, neanche il tempo di fare cinquanta chilometri, ed eccoti arrivato nella città luna: Gorizia di notte è deserta, da mangiare trovi al massimo un’insalata... ma se ti spingi poi verso l’Isonzo color di smeraldo, e lo passi da parte a parte, l’acqua diventa Soča, la città Nova Gorica, e tu stai muovendo i primi passi in un altro paese, e universo. Questo però appartiene al futuro, a un viaggio successivo – per adesso, considera solo questo: da una parte la città è italiana, dall’altra slovena. Altri viaggi suggeriti: Berlino, Nicosia, Gerusalemme.)

Entrare o non entrare nei castelli?

Insomma, lo vedi bene, mare e montagna qui sono inseparabili: non a caso la piazza-salotto, ufficialmente piazza dell’Unità d’Italia, la chiamano tutti piazza dell’Unità, e basta, come alludendo a un’unione ben più profonda, assoluta, della congiunturale storia di un paese. Come i templi greci, dove s’allacciano cultura e natura.

Se sei animale di montagna e mare, ma anche di piedi, da solo o in compagnia – se hai incontrato quel tuo amico che cercavi nel buio del tuo arrivo – dalla piazza dell’Unità incamminati (o incamminatevi, etc.) verso il Canale Grande. Passalo. Intrufolati dentro il Porto Vecchio, e attraversalo in tutta la sua lunghezza: fra antiche abitazioni per l’amministrazione, magazzini, hangar etc., tutti più o meno abbandonati, o che almeno hanno abbandonato le funzioni per cui furono creati, a cavallo fra Otto e Novecento (il Porto Nuovo, attivo, è dalla parte opposta), viaggierai nel tempo e nei fantasmi, nella memoria, che di questa città sono la parte più viva. Alla fine, all’altezza di Barcola, ti ricongiungerai a viale Miramare, che ora segue la costa – l’accompagna una dolce pineta; se il tuo amico dovesse abitare da quelle parti, in una delle case che si susseguono dall’altra parte della strada, potrete d’estate bagnarvi in qualunque ora del giorno, e della notte, e poi riposare fra gli alberi. Quindi, sempre dall’altra parte della strada, puoi inerpicarti per una delle tante salite che sfidano la legge di gravità, e ti sembrerà camminando in avanti di cadere all’indietro: per esempio – particolarmente graziosa – salita Contovello, e cammina cammina, mentre ti distraggono vigne profumate e rigoglio di colture terrazzate, il Carso t’inghiotte, la vegetazione s’infittisce, nel verde certo si nascondono sontuose magioni, ma dal verde anche feroci arrivano le zanzare, i cinghiali, che spesso attaccano l’uomo e ti ricordano che oramai sei in pieno regno del selvaggio, eppure se ti volti, ma attento a non cadere, immenso è sempre là, ad aspettarti. Il mare. Oppure, restandogli accanto – al mare... – proseguirai; e sempre cammina cammina, per un cinque sei chilometri, e arriverai al Castello Miramare, anche lui in alto, e anche no: è talmente vicino. Il mare. Passeggiando fra i giardini, che di nuovo riportano indietro nel tempo, ai fasti degli Asburgo, avrai a tratti l’impressione di esserne lambito – dal mare... – di poterlo toccare con una mano. Ma oltrepassa anche quello – senza entrarci, l’incanto dei castelli aborre le visite, le lunghe code d’insaziabili turisti – e cammina ancora. Ora il mare ce l’hai proprio accanto, e anche sotto, a strapiombo, ti sembrerà a tratti di camminarci dentro: anche fermandoti qua e là – grotte e anfratti sorgono dappertutto come per magia, attirano lo sguardo – in un paio d’ore arriverai alla baia di Sistiana. Da lì, abbandona la strada, chiedi di Rilke, troverai il suo sentiero, non più di due chilometri, non più di un infinito quarto d’ora, che fra mare, sole, boschi, falesie, scorci fatati, ti arrampicherà su fino al Castello di Duino, che quelle bellezze, per come ci si vede, sembra riassumerle in un solo colpo d’occhio. Und wir: Zuschauer, immer, überall, / dem allen zugewandt und nie hinaus! Ecco, qui non è possible: non è possible che noi, spettatori, sempre, dappertutto, si possa essere verso il tutto disposti, e mai verso l’Aperto... C’era altro posto al mondo in cui Rilke avrebbe potuto scrivere questi versi?

(Anche, e sarà allora apparentemente puro mare, da Trieste puoi incamminarti nella direzione opposta, e in un’oretta arriverai a Muggia: passi davanti all’albergo Dulcinea, e la Slovenia è a due passi, passi la frontiera senza accorgertene, neanche due chilometri, ma poi dopo un po’ lo sai, e capisci che sta per cominciare un altro mondo, che anche è lo stesso, sembra come avvitato con Trieste... ma per adesso decidi di tornare indietro...)

Ora, tu dirai: Che cacchio di guida è mai questa? Ti chiedo itinerari da esplorare, e tu mi sforni un elenco di poeti e scrittori... Ma appunto, Trieste è una città inventata dalla letteratura, per la letteratura, nata in un sogno e vissuta dentro una bolla... Solo se sei capace di vedere fra le pietre i suoi fantasmi, la sua bellezza ti apparirà intera.

I confini, la porta, le scritture

Perché da sempre – seguimi – Trieste sposta e confonde i confini, mischia la natura, e le genti. Lungo le sue acque si parla italiano, nelle sue montagne sloveno, qua e là capita di sentire il tedesco, il serboocroato (o invece di -), l’albanese, il greco. Vive quando quelle genti, quelle lingue, si incuriosiscono le une delle altre, soffre, muore, quando cercano di ignorarsi, o combattersi, imporsi l’una sull’altra. A pochi passi da Venezia, non è più Italia, nello spazio (anche lo è, come aggrappandocisi, sulla carta geografica); non è più Austria, nel tempo, anche se ricorda Vienna per l’architettura; non è ancora Balcani, anche se se ne pronunciano molti suoni e se ne sentono gli odori, i sapori.

Del fascino di Trieste e della sua cultura multiculturale molto è stato detto, per evocarli si potrebbe semplicemente cominciare a recitar nomi: quelli degli scrittori già nominati, e poi anche – in ordine di libera associazione – Alberto Spaini, che ha introdotto Kafka in Italia; Edoardo Weiss, che vi ha introdotto Freud, nonché i primi germi di un approccio psico-sociale del disturbo mentale in ambito psichiatrico (Kafka, Freud... anch’essi, ovviamente, profondamente triestini, come anche Strindberg, Ibsen, Kraus, Musil e tanti altri, che attraverso Trieste sono arrivati nella cultura italiana); Bruno Pincherle, medico e umanista (e quindi antifascista, antinazionalista radicale), acuto lettore di Stendhal, espressione di un universo cosmopolita in cui gli scienziati sanno di letteratura, e i letterati sanno di scienza; Enrico Elia e Silvio Benco, Pier Antonio Quarantotti Gambini, troppo vicini alla più grande letteratura triestina per essere ricordati fra i primi, ma…; Virgilio Giotti, il meno triestino dei poeti in triestino, che ha osato pensare in versi a pochi passi da Saba; Bobi Bazlen, che in vita non pubblicò mai nulla ma ha riscattato per la letteratura il mestiere di lettore, che scrive solo note di quel che legge, e lettere (una su tutte, quella dell’inizio anni Cinquanta indirizzata a Luciano Foà, segretario generale di Einaudi, in cui talmudicamente consiglia e sconsiglia la traduzione de L’uomo senza qualità); l’Anonimo... Giorgio Voghera, vero e proprio maestro della letteratura ossessiva, perturbante, dissimulata – tanto da far sospettare che l’Autore della sua grande opera segreta fosse il padre Guido, matematico –, e discreta, quasi invisibile (cioè tout court... la letteratura); Fulvio Tomizza, anche se in realtà – ma fa parte del percorso – proveniva da una cittadina dell’Istria, oggi Croazia, come Enzo Bettizza, che proveniva dalla più lontana Spalato, Split, sulla costa dalmata; o ancora, György Pressburger, ormai e per sempre anche lui Giorgio, arrivato come tanti altri attraverso l’Impero, ma da Budapest, e non parlava italiano: ma nella meno italiana delle città italiane ha sentito il bisogno di impararlo, di scriverlo. E si dovrebbe, si potrebbe continuare a far nomi...

È giocando con le parole, impastandosi di echi lontani, che la città è diventata italiana, si è disposta al passaggio. In lotta, in attesa. Trieste è un’eterna terza liceo (leggiti o rileggiti Un anno di scuola, di Giani Stuparich): aspetta la sua vita, sognando che sia come quella che sta sognando di avere, e che poi non sarà – sempre ritornando a quel primissimo Novecento che in realtà apparteneva all’Ottocento, e che a cavallo dei due secoli si è consumato nel sogno. Perché il paese cui aspiravano, sia pur con slanci diversi, Stuparich, Slataper, Svevo e tanti altri, avrebbe dovuto far sbocciare la parte migliore dell’Impero, non soffocarla, e rendere Trieste il centro di una nuova Europa: qui tutto – le pietre, le strade, i nomi, i cognomi, i cibi... – racconta la complessità di quella storia, l’ineffabile nostalgia con cui la parte migliore dell’intelligenza triestina si è gettata, a volte persino con fanatismo, nell’avventura irredentista. E passeggiandoci attraverso, quelle strade, quelle pietre, quei cibi, ti verrà da sorridere ricordando come, nelle scuole elementari, ti hanno insegnato, sia pur nella poco nazionalistica Italia, il culto della patria e dell’austriaca antipatria. Per questo, che sia nel tempo o nello spazio, la bellezza triestina si trova sempre altrove, o almeno è orientata verso il fuori. Trieste non ama le frontiere, le ha dissolte, e soprattutto non costruisce muri, o anche li sposta in continuazione, o li abbatte.

O meglio, un muro rimane, uno solo, ed è il fiore all’occhiello della città – è il muro che scherzosamente la rigetta all’inizio della creazione, mentre di fatto, con la nostalgia di sempre, la culla nell’inestinguibile sogno dorato. Per vederlo, risali di nuovo verso Riva Gulli, da cui eri partito, e da lì continua a seguire l’acqua in direzione del Molo Fratelli Bandiera (che, lo ricorderai senz’altro, erano ufficiali italiani della Marina austriaca, nonché martiri del Risorgimento), sino a raggiungere El Pedocin: la spiaggia disegnata dagli Asburgo, alla fine dell’Ottocento, l’ultima rimasta tale in Europa, dove gli uomini vanno da una parte e le donne, con i bambini, dall’altra. Appunto li separa un muro, che più che dividere vuole spronare gli uni e gli altri a esplorare, come in un momento di divina sospensione, la vertigine della propria libertà – sapendo, sognando, immaginando che al di là di quel muro... Vacci senz’altro, viaggiatore, viaggiatrice – soprattutto se sei donna, o bambino, perché è dalla parte di donne e bambini, come spesso anche nella vita, che la spiaggia è più densa, colorata, imprevedibile.

(Un consiglio, per completare la tua esplorazione del dentro / fuori: almeno una volta durante il tuo soggiorno, da piazza Oberdan – altro eroe-martire del Risorgimento, nella sua fase successiva, di cui è fulcro la marginale e non ancora redenta Trieste: l’irredentismo... – prendi il tram che s’inerpica per la montagna, fino a Opicina: nel tempo, non puoi sbagliarti, sei di nuovo nel sogno mitteleuropeo, all’inizio del secolo scorso, quanto allo spazio, per la fatica quasi umana del mezzo che arranca aggrappato all’inverosimile dislivello, per quel suo sfiorare il cielo, las nubes, ti crederesti a scalare le Ande argentine, su al crocevia con Cile e Bolivia..., se come sempre da sotto non ti seguisse implacabile di luce e presenza la città, con il suo golfo, il suo mare.)

Così, con Trieste, i margini diventano centro, quindi porta: ed è subito Oriente, che poi è il viaggio che ti appresti a iniziare – da un ex-Impero all’altro. Ma è anche Mezzogiorno, colori infuocati, il viaggio che per questa volta non farai: la Sicilia, con i Greci, gli Arabi, i Normanni, e da lì magari ancora più giù, verso l’Africa. Trieste, come e più di Venezia, è città profondamente meridionale, ma solo lei, il sogno italiano che si dondola nel mare slavo, regge anzi impone il confronto con l’isola che è il sole del Mediterraneo. Considerale insieme, e scoprirai una sorprendente gemellarità: non solo per la tiepida, lucente trasparenza delle loro acque, o ancora per il loro trovarsi all’estrema periferia, ma anche soprattutto, culturalmente, per questa loro abitudine alla diversità, per il loro ozioso ciondolare, per questo loro scappar fuori che sempre le ributta dentro – come se soltanto a tratti isolandosi, svincolandosi, magari per affacciarsi altrove, potessero delineare i loro vincoli, la loro storia –, per questo loro radicale je ne sais quoi che le fa differenti da tutto il resto dell’Italia, cui pure han dato, insieme, più della metà delle sue più belle pagine di letteratura. Da lontano, da fuori, si capirebbe meglio la cultura, il paese, la famiglia cui si vuole nel contempo appartenere e sfuggire? Del resto, geograficamente, le accomuna un radicale estremismo: basta prendere una carta per misurarlo. Senza tuttavia reciprocità: dalla Sicilia, telescopicamente avvolta nel suo tempo infinito, pigramente perfetto, il Continente è lontano, non si sospetta neanche la Calabria, figuriamoci Trieste. Da Trieste invece è possibile vedere la Sicilia, persino catturarla – a patto di esser affetti da leggero strabismo di Venere, cioè di Afrodite, la dea che a Erice godeva di un culto importante. Se è il tuo caso, mettiti in riva al mare, o anche in cima a uno dei due castelli, ma discosta lo sguardo dall’acqua, orientalo verso sud-ovest, e chiudi gli occhi – ed ecco: con l’occhio sinistro, lambendo l’Istria a Rovigno – cioè Rovinj, in Croazia – e poi sorvolando trasversalmente gli Appennini (Marche, Abruzzo, Molise, etc.), finirai con l’afferrare Siracusa; con quello destro, più veloce, lambirai Roma a est o a ovest (a seconda del tuo grado di strabismo), e poi sarà tutto mare sino ad afferrare Palermo, o anche, proprio subito dietro Erice, Trapani. E anche più in là i tuoi occhi-pinze potrebbero continuare a viaggiare. Perché a Trieste, anche lei poco incline al lavoro, non ci si può permettere di non guardare il fuori, che la insinua da tutte le parti, e lei da sempre tenta di acchiapparlo: il sognare altrove, che sia nel tempo o nello spazio, il desiderio di evadere sono la chiave del suo mondo interiore.

Passeggiare nel tempo, nello spazio

Trieste acchiappa-tutto; Trieste straniera, estranea a qualunque tentativo di accoccolarla da una parte invece che da un’altra; Trieste insofferente a tutto quel che è catena, barriera, ghetto, proprio perché appunto continuamente si è tentato di imporglieli; Trieste dissociata, con un piede nella luce e l’altro nelle tenebre, che poi sono l’amore e l’odio: non troverai nessun’altra città in Europa che possa raccontare in così pochi passi l’esplosivo itinerario dell’Occidente.

Per ripercorrerlo, inizierai il tuo giro – è il tragitto più semplice, il più violento – dall’imponente Sinagoga, che si trova proprio dietro il Caffè San Marco, a sua volta dietro la bella zona pedonale di viale XX Settembre, insomma sei nel cuore della città antica; e se rinconsideri il cammino già fatto, ti accorgerai che stai formando un triangolo perfetto con l’entrata del vecchio porto e piazza dell’Unità. È impressionante, per dimensioni; del resto in Europa è seconda solo a quella di Budapest – fu inaugurata nel 1912, ed è uno degli ultimi regali dell’Impero, il giusto tributo a una comunità ebraica importante per storia e popolazione: l’emancipazione è oramai una piena realtà, il ghetto appartiene al passato, si è sciolto nella città, e gli ebrei hanno diritto a un tempio adeguato al loro nuovo statuto di cittadini liberi. Avvolgila delicatamente con lo sguardo, la Sinagoga, poi continua scendendo verso piazza dell’Unità, ma mantenendoti all’interno – arriverai al monumento simbolo del primo Impero che Trieste, e l’Occidente tutto, abbiano conosciuto: il Teatro Romano, soave disegno di capolavoro architetturale accucciato ai piedi del colle di S. Giusto, accanto al mercatino che si trova dietro piazza dell’Unità, dalla parte opposta del mare, che dunque è, anche lui, a due passi. (Consiglio come aperitivo della passeggiata: sfoglia, acquista qualche fumetto, le bancarelle del mercatino ne offrono diversi, in particolare c’è una fornitissima collezione del più grande di tutti, l’infaticabile viaggiatore del West, il famoso capo bianco dei Navajos: Tex...) E cammina ancora, abbandona gli antichi quartieri, taglia via la città in direzione opposta a Barcola, fino ad arrivare al rione Valmaura, ben lontano oramai dalle gentili forme della città vecchia – chiedi dello stadio Nereo Rocco, con conseguente nuova breve sosta davanti alla sua statua (un’altra…): anche lui, a suo modo, è stato un grande triestino. E poi, fai ancora due passi, ci sei – eccolo, è il simbolo, la traccia spaventosa dell’ultimo Impero d’Europa, quello che avrebbe dovuto durare mille anni, e che in soli cinque l’ha devastata, sin dentro la sua anima: la Risiera di San Sabba, con il suo forno crematorio, il più meridionale dei campi di sterminio, l’unico su territorio italiano...

Di questa dolente indolente estraneità di Trieste a se stessa, che l’ha disposta a riprodurre nelle sue luci e nei suoi orrori tutto l’esplosivo itinerario dell’Occidente, si potrebbero raccontare ancora molte storie. Ma una, una almeno, vale la pena che la si spieghi un po’ più in dettaglio.

Vento follia libertà cavallo

Ricordi la bora? Ebbene, la «cosa» triestina per eccellenza viene anch’essa da fuori: pare addirittura che nasca in Siberia, e da lì, insinuandosi per una serie di corridoi e passaggi, caricandosi di gelo attraverso terre che non conoscono frontiere o chiusure, arrivi direttamente a Trieste. È qua, intorno a qua, che veramente esplode – si dice che soffi dentro agli abitanti una sorta di diffusa bizzarria stregata, o addirittura che possa rendere pazzi. Da cui – è leggenda, certo, ma i fatti, gli approdi sono realtà – la decisione presa da Maria Teresa, l’Imperatrice che proprio come succede in amore amava Trieste senza averla mai vista: questa strana e ammaliante città avrebbe avuto un luogo speciale riservato agli alienati, gli ebeti, i malati di mente, insomma, i mostri, fino ad allora distribuiti fra le vecchie prigioni della piazza Grande, quella che poi diventerà piazza dell’Unità, e diversi ospedali... Dapprima riuniti nella seconda metà del XVIII secolo nel Conservatorio generale dei poveri, il cosiddetto ospedale di Maria Teresa (e nota al passaggio la catena: criminali, poveri, pazzi...), in via di Romagna, è solo nel secolo successivo, tuttavia, che verrà creato il primo manicomio nel senso moderno del termine: nei locali dell’ex-vescovado sul colle di San Giusto... Ma l’incremento demografico è grande e all’inizio del Novecento, proprio negli stessi floridi anni della grande sinagoga, all’interno del parco di San Giovanni viene costruito il nuovo manicomio, anche noto in seguito come OPP (Ospedale Psichiatrico Provinciale), secondo il modello «a padiglioni disseminati», più all’avanguardia del classico modello mono-blocco... Ed è qui che nel 1971, in provenienza dal manicomio di Gorizia, dove aveva condotto fra mille difficoltà un coraggioso esperimento di comunità terapeutica aperta, approda come direttore Franco Basaglia – ma ora il progetto si è fatto più audace, ambizioso: non si tratta più di ammorbidire, aprire, umanizzare, quanto di distruggere, letteralmente, il manicomio, abbatterne le porte, scioglierlo nella città.

Forse un giorno si ribelleranno anche i cavalli, diceva una frase di quegli anni attribuita a Mao, come a spiegare metaforicamente e letteralmente che il bisogno di libertà era più grande dell’umanità che lo pone, e ne avrebbe prima o poi ridisegnato i confini... Ecco, nel manicomio di Trieste tutto comincia simbolicamente da un cavallo, Marco, che da anni tira il carretto con dentro i panni per la lavanderia, ed altro materiale. Fattosi oramai troppo vecchio per continare a lavorare, Marco è destinato alla vendita per il macello: ma i suoi amici umani, i degenti del manicomio, insorgono e, in collaborazione con gli operatori del laboratorio di scrittura, redigono a suo nome una lettera al Presidente della Provincia, chiedendo un meritato pensionamento. Siamo nel 1972: Marco avrà salva la vita, e i pazienti hanno per la prima volta da sempre affermato il loro diritto a esistere come soggetti politici a tutti gli effetti. Poi, nel 1973, ispirandosi a questa storia, degenti, operatori, artisti invitati da fuori, occupano il padiglione P (come Paradiso, dicono scherzosamente alcuni), lo adibiscono a laboratorio artistico, e costruiscono un gigantesco cavallo di legno e cartapesta azzurro: appunto, Marco Cavallo. La sua pancia è piena dei sogni, dei desideri, della gioia di vivere, dell’urgenza di libertà degli internati – insomma, si tratta di un novello cavallo di Troia, ma alla rovescia, perché ora non è più questione di entrare dentro, ma di uscire fuori, è il mondo che si vuole assediare, la cittadella da conquistare... Ed esce, Marco Cavallo, sempre nel 1973, solo che è troppo grande per passare per la porta, bisogna buttare giù un muro, aprire un varco nella recinzione del manicomio: così, finalmente libero, Marco Cavallo può andare in giro per la città, accompagnato da centinaia di matti... È solo l’inizio di una delle più belle pagine della storia italiana, e anche di più, in generale della storia dell’umanità, della civiltà, l’avventura che in pochi anni avrebbe portato a Trieste, e poi per legge in tutta Italia, alla chiusura dei manicomi.

Cos’è mai l’uomo, infatti, nel suo anelito di umanità, di libertà? quando comincia? Molti sono i suoi inizi, ma uno dei più importanti è senz’altro alla confluenza di Neanderthal e Sapiens Sapiens, nel Paleolitico medio: siamo fra i centomila e i cinquantamila anni prima della nostra Era, e con le prime sepolture – le prime almeno di cui ci sia testimonianza archeologica – si manifesta con certezza la coscienza piena della morte. Ora quel che colpisce in questa prospettiva, in Europa come nel Vicino Oriente, è la presenza accanto ai corpi di adulti, uomini e donne, di bambini, che anzi sembrano a volte oggetto di un’attenzione speciale – come dire: l’umanità che si afferma, afferma che anche coloro che non «servono» al clan, anzi che sono «a suo carico», ne fanno parte con pieno diritto: questo è il suo marchio, il suo progetto di nascita. Ecco perché la vicenda dell’ex OPP, com’è oramai chiamato a Trieste, è così universalmente importante – la disumanizzazione di cui i «matti» sono stati oggetto dentro i manicomi, come quella appunto scientificamente operata dentro i lager nazisti, è infatti la negazione di quel progetto. (Orrida ma significativa coincidenza: il programma di sterminio ideato da Hitler fa le sue prime prove con il famigerato Aktion T-4, che s’incarica dell’eliminazione dei malati di mente ricoverati nei manicomi tedeschi – del resto Christian Wirth, primo comandante degli Einsatzkommando a Trieste dopo l’armistizio dell’8 settembre, come il suo successore August Dietrich Allers, e Joseph Oberhauser, il comandante della Risiera, si erano formati proprio impegnandosi in quella vasta «operazione eutanasica».) La chiusura dei lager, di tutti i lager, insieme allo sviluppo di una cultura che ne renda impossibile la riapertura, è dunque la condizione necessaria, fondamentale, per la continuazione, per la vita stessa del progetto umanista, che aspira ad una società integralmente umana – dove per umanità s’intende un modo di stare sulla terra, un progetto appunto, non solo un’appartenenza « naturale » a un genere: le sue frontiere dunque sono mobili, e tendono ad accogliere, più che escludere, riformulando continuamente rapporti... La chiusura dei manicomi, poi, con la libera circolazione dei «matti» che hanno recuperato la loro umana personalità, ci travolge da subito con sorprendente, feconda dirompenza: noi, i «non matti», ci ritroviamo improvvisamente a interrogarci sul nostro esistere come umani...

(Luci e ferite: date, coincidenze, sovrapposizioni – a Trieste tutto è violentemente vicino. Nel 1976, tre anni dopo l’uscita di Marco Cavallo, si celebra il processo per i crimini della Risiera di San Sabba: Allers era morto un anno prima; Oberhauser è condannato all’ergastolo, ma in contumacia, gli accordi italo-tedeschi non prevedendo l’estradizione per i crimini commessi prima del 1948 - ! -, e morirà tranquillamente tre anni dopo, lavorando nella sua birreria a Monaco di Baviera. Nel 1978 il parlamento italiano vara la 180, appunto la cosiddetta legge Basaglia, con l’intento di nazionalizzare la rivoluzionaria esperienza triestina – o più semplicemente di triestinizzare l’Italia...)

È impossibile descrivere in qualche riga la forza, la ricchezza, le tappe nel contempo sofferte e gioiose, terribilmente pesanti e leggere, le vittorie ma anche le difficoltà, i problemi, a volte le sconfitte, le regressioni, persino le delusioni, la rabbia, e comunque sempre l’incontenibile contagiosa carica umana, umanista, di questo straordinario movimento di liberazione. Vorrei solo evocare – mi permetto per un istante di intervenire in prima persona – il senso di ineffabile, luminosa libertà che successivamente alla chiusura ufficiale del manicomio, negli anni Ottanta, Novanta, Duemila, mentre l’Italia implodeva come intontita dall’oscura ninna-nanna berlusconiana, ha continuato a soffiare su Trieste. L’OPP oramai ex OPP, cioè il parco di San Giovanni, senza più nessuna recinzione, è diventato un luogo di vita e di festa: con i suoi laboratori di teatro e pittura, i suoi concerti, le casette dei «matti» che ancora ci vivono stabilmente – la tendenza è stata via via di sistemarli in case del mondo di fuori, e di lasciare al parco le attività diurne, o serali – alternate con quelle che ospitano diversi dipartimenti dell’università, e poi il Posto delle Fragole, il bar dove s’incontrano, si mischiano operatori, «matti», strani di ogni grado e forma, studenti, gente qualunque, le radio alternative, come Escuchame, che continua a promuovere l’incontro fra saperi, follia e voci nell’etere sconfinato... Mentre Trieste si faceva ancora più internazionale, ancora più accogliente, mischiata, perché la Rivoluzione ha attirato gente da ogni dove: molta dal Cono Sud dell’America, endemicamente portato sull’arte e la psiche, in particolare Argentini, che fuggivano la dittatura, o i suoi postumi, verso il sogno di libertà – sono spesso discendenti di antichi emigrati italiani, come se la meno italiana, la più marginale delle città italiane fosse il luogo più adatto per riapprodare alla perduta terra degli avi.

Certo, l’aria dei tempi è cambiata, e parecchio, l’utopia degli anni Sessanta e Settanta è un lontano ricordo, molte conquiste sono sotto minaccia, alcune sono state persino attaccate, smantellate; ma appunto, in tutti questi anni più recenti, e ancora oggi, passeggiando qui per il parco di San Giovanni, partecipando a qualcuna delle sue tante attività, o ancora mischiandomi io stesso in una qualche festa, dentro o fuori San Giovanni, a Barcola, a Opicina, nel Carso, o ancora in una delle case triestine dove vivono e si incontrano matti e normali, mi sono chiesto spesso se la persona con cui stavo parlando, scherzando, fosse matta o normale – perché da vicino nessuno è normale, e a Trieste capita frequentemente di non riuscire a distinguere l’operatore dal paziente –, e finalmente che cosa fossi io: è possibile fare esperienza più sconvolgente del proprio essere umani? E a poco a poco, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio, ho maturato la convinzione che proprio qui, in questi margini della marginale Trieste, vivesse, viva l’Italia migliore, la più civile, la più speranzosa. Forse non c’entra nulla, ma anche un poco sì: è in una passeggiata per San Giovanni di qualche anno fa che per la prima volta ho ripensato, forse inventandoli, ai cavalli ribelli di Mao, anche pensando che le infinite frontiere dell’umanità-progetto non potevano chiudersi, immobilizzarsi, neanche di fronte al mondo animale – perché essere umano, ben al di là dell’appartenenza a un genere, indica l’apertura, la curiosità appassionata e gentile, la ricerca nell’altro di quello che non si trova in se stessi.... La tua visita, il tuo soggiorno non può dirsi completo se non passi anche tu da qui, se non conosci questa Trieste, se non ti mischi anche tu....

(Mostri, ebeti, alienati, internati, pazienti, degenti, disabili, handicappati, pazzi, folli, «matti»; medici, dottori, psichiatri, assistenti, operatori... Tanti termini per una realtà nuova, inafferrabile: il linguaggio è stato più lento dei cambiamenti, continua a corrergli appresso. Con o senza virgolette «matto», volutamente provocatorio, e «operatore», volutamente piatto, sono quelli forse più adeguati.)

Non c’è bisogno di svegliarsi all’alba

I più pessimisti ti diranno che invece di triestinizzare l’Italia è Trieste a essersi italianizzata, anche negli aspetti peggiori. Un poco è vero, e anche inevitabile: dalla perversa vessazione burocratica, all’eterno berlusconismo... diversi miasmi si sono infiltrati, corrompendolo, banalizzandolo, nel tessuto cittadino. E poi – aggiungeranno – la città sta tornando di moda, soprattutto nel senso del turismo di massa, che snatura invece di preservare e che a Trieste cerca, impone le immagini più facili e stereotipate della diversità – ed è vero anche questo. E tuttavia Trieste resiste, o meglio rielabora il doppio rischio dell’appiattimento sul modello italiano e dell’autocelebrazione di una diversità che scivola nel conformismo, difendendo naturalmente il suo carattere. Basta appunto saperlo cercare, con paziente disponibilità, nei luoghi appartati, alieni, stranieri, o semplicemente strani, che non stanno, non possono stare nelle normali guide turistiche – perché qui è sempre il fuori a garantire, a far sbocciare il dentro.

Umberto Saba notava, con grande acutezza, che l’Italia non ha mai avuta, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione. Ma l’oggi di Saba muore nel 1957. Proprio nella sua Trieste infatti, una quindicina d’anni dopo, si è messa in moto l’unica vera rivoluzione che l’Italia abbia mai conosciuto. I matti rompono la logica della fretta, della segregazione, della separazione, della produzione, della funzionalità, dell’utilità a tutti i costi: dove allora meglio che nella marginale, scettica, abbattitrice di muri, dissolvitrice di ghetti, porosa, indolente Trieste, poteva prendere le mosse la loro lunga marcia? In quale altro posto avrebbe potuto crearsi una così morbida, armoniosa coabitazione? fondata non sulla tolleranza, che predica ancora di superiorità di alcuni su alcaltri, ma sulla curiosità, e anche su una sorta di disincantato, quasi sonnolento, mai prendersi sul serio...

Se Albert Cossery, con la sua inimitabile galleria di fannulloni, avesse conosciuto Trieste l’avrebbe anche lui profondamente amata. Probabilmente più della sua splendida e attivissima rivale, Venezia. Sicuramente avrebbe apprezzato quel che incanta, incatena per sempre tutti i pigri, i contemplativi, i burloni che abbiano avuto modo di venirci a vivere dopo aver vissuto nella gloriosa città lagunare. A Venezia il sole lo si vede sorgere. A Trieste lo si vede comodamente morire. Rosso, nel mare.

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Foto di Sophie Jankélévitch

***

Date e ferite, coincidenze... addenda – appunti per continuare il viaggio. Proprio nel mezzo degli stessi anni fra Marco Cavallo e il processo della Risiera, nel 1975, il governo italiano e quello jugoslavo firmavano a Osimo, come in punta di piedi, il trattato che sanciva ufficialmente lo stato di fatto determinatosi fra il 1945 e il 1954: Trieste ritrovava l’Italia (nella sua guerra non-finita, aveva infatti di nuovo rischiato di perderla); l’Istria, in tutte le sue parti, passava definitivamente alla Jugoslavia. La violenta repressione antislava condotta per vent’anni dal fascismo e la spietata vendetta dei liberatori slavi avevano creato un groviglio inestricabile di morte, dolori, rancori: la frantumazione della Venezia Giulia, la perdita dell’Istria, storico entroterra di Trieste e secolarmente impregnata dalla cultura italiana, insieme ai tragici esodi che l’accompagnarono, ne furono la brutale soluzione politica – mentre Trieste si ritrovava sul bordo di un’ulteriore frontiera: la cortina di ferro. Questo autentico apocalisse, anche nella sua preparazione (i contatti diplomatici, le discussioni, gli accordi segreti etc.), fa pensare a quei rovinosi fallimenti economici famigliari descritti da Balzac o Thomas Mann, i quali per un soffio – si ha l’impressione – si sarebbero potuti evitare, ed anzi sembra impossibile che siano potuti avvenire – ma nel contempo appaiono inevitabili, e ispirano uno struggente rapporto con il proprio passato. Oggi, che da ambo le parti della cortina scomparsa sempre di più si torna a capire che il pluriculturalismo è la ricchezza di tutte queste terre, e ci si adopera per promuovere il dialogo, lo scambio, quello strappo appare poco visibile, lontano – ma il dolore ad esso legato è tutt’altro che sopito, e può riverlartisi improvvisamente, incandescente, quando meno te l’aspetti. In ogni caso, sappi che la nostalgia, il senso di mancanza, evocati sin dalle prime righe, soffrono anche di quest’ultima, sotterranea dimensione, e che devi saperla cogliere soprattutto varcando il confine con la Slovenia. Trieste, come un’impalpabile assenza, ti accompagnerà a lungo.

Giuseppe A. Samonà
Parigi, settembre 2017


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