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Venezia Cinema 74esima. Considerazioni sui film premiati.

domenica 10 settembre 2017 di Andrea Curcione

Chiusi i giochi delle giurie della 74 Mostra del Cinema di Venezia, come sempre accade, le previsioni di critici e giornalisti sono state disattese. Tuttavia, i film in concorso da premiare c’erano quasi tutti.
La pellicola statunitense di fantascienza condita di effetti speciali “The Shape of Water” di Guillermo del Toro, vincitrice del Leone d’Oro 2017, con la storia d’amore tra un essere anfibio e una ragazza muta addetta alle pulizie (l’attrice Sally Hawkins) in un laboratorio segreto negli anni della Guerra Fredda, è stata da subito considerata dagli addetti ai lavori della carta stampata con un elevato gradimento. Una favola moderna con richiami ai film di genere degli anni Cinquanta (come ad esempio “Il mostro della laguna nera” di Jack Arnold del 1954).

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Guillermo Del Toro. Il suo film è Leone d’oro.

Tuttavia c’era un altro film in lingua inglese “Three Billboards outside Ebbing, Missouri” del regista Martin McDonagh, ad aver avuto più consensi dopo la visione. Ha colpito sia per l’impeccabile sceneggiatura, dello stesso regista - che è stato meritevolmente premiato per lo “script”, che per la forte interpretazione dell’attrice Frances McDormand. L’attrice impersona una madre forte, coraggiosa, che accusa l’ufficio dello sceriffo della contea di Ebbing, Missouri, di non aver svolto accurate indagini sulla morte della figlia, violentata e poi bruciata.

Se la McDormand meritava la Coppa Volpi per la sua recitazione, invece la giuria di Venezia.74 ha pensato bene di offrirla alla britannica Charlotte Rampling (classe 1946) per la parte di “Hannah” nell’omonimo film del trentino Andrea Pallaoro, l’ultimo delle quattro opere italiane in concorso, presentato il penultimo giorno della Mostra. La Rampling è la protagonista assoluta di una storia minimalista, poco chiara; una donna sposata con un uomo che finisce inspiegabilmente in carcere (forse per pedofilia) e che deve affrontare i respingimenti della sua stessa famiglia. Il lavoro autoriale di Pallaoro è quindi giocato sulle espressioni dell’interprete principale, sul suo vivere la propria identità in un contesto psicologicamente claustrofobico.

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Coppa Volpi Charlotte Rampling

La Coppa Volpi per l’interpretazione maschile è andata all’attore palestinese Kamel El Basha, protagonista della pellicola libanese “The insult” del regista Ziad Doueiri. Una storia molto tesa, dal carattere politico sul continuo conflitto mediorientale, dove lo scontro tra un capo cantiere rifugiato palestinese Yasser (Kamir El Basha) e Toni (Adel Karam) un cristiano libanese titolare di un’officina garage si pone al centro di un banale litigio per lo scarico di una conduttura pluviale.

Scontato invece il premio Mastroianni per un giovane attore esordiente: c’erano pochi dubbi che andasse al ragazzo Charlie Plummer di “Lean on Pete”, pellicola tratta dal romanzo “la ballata di Charley Thompson” di Willy Vlautin e diretta dall’inglese Andrew Haigh. La sua interpretazione di un adolescente che ha perso i genitori e che ruba un cavallo destinato alla soppressione per fuggire verso il Wyoming in cerca della zia non aveva altri competitor degni di nota.

Per il Premio Speciale della Giuria è stato scelto “Sweet Country”, pellicola australiana diretta da Warwick Thornton, regista al suo secondo lungometraggio. Una storia di razzismo ispirata a un fatto vero accaduto alla fine degli anni Venti del Novecento nel Territorio del Nord, ancora in piena colonizzazione, quando i bianchi erano i “cowboys” che si accaparravano le terre degli aborigeni e li sottomettevano come schiavi. A quell’epoca vi era stato un processo per omicidio di un aborigeno che aveva sparato a un violento proprietario terriero, che in realtà voleva ucciderlo. Pellicola con pochi personaggi, basata in maniera assoluta sugli incantevoli scenari paesaggistici australiani il cui titolo “sweet country” come ha spiegato il regista, si riferisce soprattutto al gusto dell’anguria, presente nel film, e non solo al luogo.

Un altro film che ha colpito la giuria dei film in concorso presieduta dall’attrice Annette Bening è stato “Jusqu’à la garde” dell’esordiente regista francese Xavier Legrand al quale è andato sia il riconoscimento del Leone d’Argento per la migliore regia che il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi de Laurentiis”. La pellicola, proiettata anch’essa quasi a chiusura della rassegna, racconta la storia di una coppia di divorziati francesi che lotta con la giustizia per ottenere l’affido di Julien, il loro figlio più piccolo. La madre cerca di convincere i giudici che il padre è un violento, ma inutilmente. La pellicola, seppur si snodi in un crescendo di tensione, con accenni anche horror (con madre e figlio terrorizzati dalla violenza del padre) ha una storia abbastanza scontata, lineare e convenzionale, basata sul tema dei diritti dei minori e della loro tutela e forse questo è stato l’elemento prioritario per la scelta del leone d’argento, mentre il premio Mastroianni è andato a incoraggiare un regista al suo esordio.

Alla fine, ma non per ultimo, il Leone d’Argento - Gran Premio per la Giuria è andato al film “Foxtrot” del regista israeliano Samuel Maoz, già vincitore a Venezia nel 2009 del Leone d’Oro con la pellicola “Lebanon”. Questa volta ha portato al Lido una pellicola che ha destato da subito l’interesse e il gradimento di critica e pubblico. Il “foxtrot” del titolo allude sia alla danza che al nome in codice di un “check-point” israeliano ai confini con la Palestina, dove un gruppo di giovani soldati vi è comandato a pattugliare. Tra essi vi è Jonathan, che all’inizio viene comunicato alla sua famiglia che è morto nell’adempimento del proprio dovere. Il film è diviso in tre parti. La prima parte è quando i genitori apprendono dai militari la sconvolgente notizia della morte del figlio, in realtà non è deceduto, ma c’è è stato un tragico errore dovuto a uno scambio di persona. La seconda ci mostra la vita al punto di controllo presidiato dal soldato Jonathan e dei suoi commilitoni; spesso monotona, ma a tratti pericolosa quando dal deserto sopraggiunge qualche veicolo sospetto che deve passare il controllo. La terza è di nuovo ambientata nella famiglia del soldato, quando il rapporto tra i genitori si è rarefatto, dopo la notizia che il figlio, per ironia della sorte, è poi morto per davvero in seguito a un banale incidente. Lo sconcerto, il dramma, il caso, l’ironia della sorte, sono i temi di questo film forte e spiazzante che, come il ballo del titolo, parte da un punto per poi ritornare nella stessa posizione di partenza.

Riguardo alle pellicole escluse dai premi quelle italiane, tranne “Nico, 1988” della regista Susanna Nicchiarelli, premiata nella rassegna Orizzonti come miglior film, tutti gli altri hanno deluso. Il film della Nicchiarelli ha colpito per l’impronta originale stilistica nel raccontare l’ultimo anno di vita della cantante Christa Paeffgen, in arte Nico, che ha fatto parte del gruppo dei Velvet Underground, alla quale l’attrice Trine Dyrholm ha dato volto e voce. Una grande interpretazione per un’attrice già Orso d’Argento a Berlino nel 2016 per il film “La comune” di Vinterberg. E una buona regia per la Nicchiarelli già vincitrice a Venezia nel 2009 del premio Controcampo con il suo film “Cosmonauta”.

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Il Leone d’argento è a Foxtrot

Torniamo alle pellicole italiane escluse dai premi.“Leisure Seeker (Ella & John)” di Paolo Virzì, un “on the road” in camper per le strade americane con interpreti principali Donald Sutherland ed Helen Mirren, era soprattutto basato sulla bravura recitativa dei due attori, mentre la storia non offriva molto. “Ammore e malavita” dei fratelli Manetti è un divertente “musical crime”, una commedia partenopea con una simpatica colonna sonora, una ventata di aria allegra alla Mostra, ma non poteva entrare in una lista di importanti lavori internazionali. “Una famiglia” di Sebastiano Riso ha invece deluso le aspettative sul tema delle adozioni e sul traffico dei neonati. Una pellicola pretenziosa, troppo scritta in sceneggiatura, che puntava a citare persino maestri come Antonioni senza però una vera base. In un ruolo forse al di sopra delle proprie capacità, troviamo Micaela Ramazzotti, nel ruolo di Maria, che vuole avere un figlio tutto per sè dal marito Vincent (Patrick Bruel), dopo tanti donati ad altre coppie che non potevano averne.

Altre aspettative deluse dalla pellicola che ha interessato molto la critica e ha fatto discutere, quella del regista algerino Abdellatif Kechiche: “Mektoub, My Love: Canto Uno”. Primo film di una trilogia che il regista porterà avanti nei prossimi anni, con la storia ambientata in questo capitolo nel l’estate del 1994 in una cittadina della costa francese ricca di villeggianti ragazzi e ragazze che si divertono. I protagonisti sono due cugini algerini, Amal (Shaïn Boumédine) e Toni (Lou Luttiau). Amal proviene da Parigi dove lavora, scrive sceneggiature per il cinema e si dedica alla fotografia (un alter ego del regista), Toni lavora nel ristorante di famiglia ed è un “tombeur des femmes”, ma soprattutto ha un rapporto di sesso con Ophélie (Ophélie Bau), una ragazza allegra, spontanea, che lavora in una fattoria, ed è promessa sposa ad un militare lontano, impegnato nello scenario della Guerra del Golfo. Anche Amal è intrigato da Ophélie, però la rispetta e la osserva. Questo terzetto è al centro di vicende sentimentali, di vita spensierata, di giochi del destino (il “mektoub” del titolo) insieme ad altri ragazzi e soprattutto ragazze che frequentano la zona di villeggiatura francese, che il regista de “La vita di Adele” si sofferma molto ad inquadrare.

Altra pellicola non considerata, ma di sicuro interesse, è stato il documentario di Frederick Wiseman “EX LIBRIS – The New York Public Library”. Oltre tre ore di girato per raccontare i volti dei frequentatori delle grandi biblioteche pubbliche di New York; da chi vi lavora, ai conferenzieri, al pubblico. Un’opera interessante che ci mostra uno dei luoghi più cosmopoliti e di cultura del mondo occidentale. Peccato che la lunghezza del documentario possa alla lunga stancare.

Se invece vogliamo citare uno tra i titoli più brutti e criticati, c’è stato “Mother!” scritto, diretto e co-prodotto dal regista statunitense Darren Aronofsky (Leone d’Oro a Venezia nel 2008 per il film “The Wrestler”). Protagonisti sono Jennifer Lawrence e Javier Bardem che interpretano una coppia (lui è uno scrittore di romanzi in cerca di ispirazione) trasferitisi da poco in una casa in campagna la cui vita tranquilla viene messa a dura prova quando degli ospiti inattesi si presenteranno alla porta. Sarà la fine della quiete coniugale. Pellicola assurda, pretenziosa, ridondante di scene e metafore religiose che si perde in una trama sconcertante.

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A un commosso Xavier Legrand due premi.

A parte questo film, che ha lasciato il segno negativo nella memoria degli spettatori, per il resto Venezia.74 si può dire che è stata ampiamente positiva per i giudizi sulle pellicole presentate nelle varie rassegne. Una Mostra che ha offerto un buon sguardo sulla cinematografia mondiale, merito dei selezionatori coordinati dal direttore Alessandro Barbera. I complimenti vanno anche al direttore della Biennale, Paolo Baratta, che ha fatto in modo che “la cittadella del cinema” del Lido sia tornata a un nuovo splendore, grazie a delle estetiche migliorie architettoniche che hanno coperto “il buco” dinanzi al Casinò e reso la Mostra quindi più gradevole.

Andrea Curcione


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