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Cinema e il suo antenato

A Venezia: La fabbrica del vedere, sede dell’Archivio Carlo Montanaro.

lunedì 24 aprile 2017 di Massimo Rosin

Sotto alle parole, o a fianco, talvolta si nascondono mondi e storie forse poco conosciute, come quella di cui ho voglia di parlare oggi. Anzitutto le iniziali (A.C.M.) che non sono quelle di un’azienda municipalizzata o di un’associazione benefica, ma di un archivio tutto particolare.

Si chiama "La Fabbrica del vedere" ed è uno spazio ristrutturato che si trova a Venezia, a Cannaregio, più precisamente in Calle del Forno al civico 3857 nel sestiere più popolato della città (più di 13 000 abitanti su un totale di poco più di 56 000 isole comprese). Fortemente voluto dal professore ed architetto Carlo Montanaro, l’archivio è una fucina di iniziative tutte, o quasi, legate al mondo del “cinema d’antan”, a partire dalla preziosa collezione di oggetti rari che vanno dalle “vedute vive” alle lanterne magiche fino ai più evoluti visori stereoscopici, pezzi talvolta unici trovati nel corso di anni di ricerche tra i mercati di mezza Europa.

A La Fabbrica del vedere ci vado su invito dello stesso fondatore, il quale mi racconta delle difficoltà iniziali e dei permessi per l’agibilità al pubblico, arrivati dopo attese lunghe e snervanti. Ma la pazienza paga e per il prof. Montanaro esser riuscito a riportare qui gran parte della sua passione cinematografica lo rende orgoglioso.

“Non c’era ancora nulla del genere e per una città che ha il festival del cinema più antico del mondo, mi sembrava fosse giusto colmare questa mancanza”.

Gli chiedo qualche spiegazione sugli oggetti esposti: “Quello del cinema è un mondo che inizia tanto tempo fa, in modo forse impensabile quando si tentò, pezzo dopo pezzo, disegno dopo disegno di mettere tutto assieme. La loro sovraimpressione diede inizio allo svolgersi di immagini in successione, un po’ come quando si prende un libro e, tra le dita, si fanno scorrere le sue pagine. Se gli occhi vanno alla loro numerazione, in un tempo breve riusciamo a saper di quante pagine è composto quel libro”.

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Tra i piani dell’Archivio (si chiama ACM e sta per Archivio Carlo Montanaro) seguo il professore che mi indica tutto quanto è esposto tra gli scaffali. Tante sono le cose esposte e certi oggetti meriterebbero uno spazio ben più ampio che ne potesse risaltare la bellezza e le qualità, come le lanterne magiche, su cui poso gli occhi immaginandole in quel mondo così lontano da noi.

Quasi cogliendo quel mio sguardo il professore mi parla della loro funzione:
“Erano le antenate delle nostre telecamere. Hanno fatto la loro comparsa in un tempo lontano, nella seconda metà del 1600, in un mondo ancora dominato da re e regine. In questo contesto così ancora poco incline ai cambiamenti sociali, la gente comune viveva secondo le logiche che gli erano proprie. Un mondo contrassegnato da simboli e credenze molto legate alla tradizione. Ma c’era sempre chi cercava qualche nuovo stupore. Ecco che le lanterne magiche integrarono i giochi delle “ombre cinesi” dando corpo a nuove immagini e storie.”

Tra gli altri scaffali scorgo anche i “visori stereoscopici” primo tentativo riuscito di creare l’effetto della dimensione nello spazio della prospettiva. Guardo i piccoli disegni attraverso il visore cercando quello stupore che poteva aver colto chi a quel tempo posava gli occhi e per la prima volta vedeva la miniatura di palazzi, chiese e quant’altro poteva essere disegnato.

“Poi venne il ‘Mondo Novo’ che qui a Venezia, molto più che a Parigi, trovò un successo inaspettato” mi dice il professore. “Forme di spettacoli ambulanti e popolari si erano distribuiti un po’ ovunque. Non va dimenticato che già molto tempo prima Galileo Galilei presentò proprio qui il suo cannocchiale, strumento che non mancò di destare subito un grande interesse presso il dogado (ne venne fatto un uso militare nelle galee). Venezia in poco tempo diventa un grande ‘studio sperimentale’ dell’ottica. Le lenti d’ingrandimento proiettano immagini sorprendenti a cui associano gli effetti delle luci sugli specchi riflettenti. Insomma una vera e propria ricerca, attenta anche allo stupore che tutto questo mondo portava in se”.

Dal libro L’immagine di Venezia nel cinema del novecento (edito dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti) riporto alcune parti dell’interessante capitolo di Alberto Zotti Minici dove:
"Nel 1758 un tale Biagio Burlini (1709-1771) pubblica la sua "raccolta di macchine ed istrumenti di ottica che si fabbricano in Venezia da Biagio Burlini, occhialaio sopra la Fondamenta del Rosmarino all’insegna dell’Archimede". Si tratta di un vero e proprio laboratorio dove, in una tavola allegata alla pubblicazione, vengono raffigurati gli oggetti di sua produzione tra cui microscopi, una camera oscura, un cilindro per anamorfosi, uno zagroscopio e una lanterna magica di notevoli dimensioni, con un lungo vetro inserito che proiettava il ritratto di un vecchio e una tavola con figure geometriche".

Dopo quel 1670 le lanterne magiche si moltiplicarono. Si racconta che nella bottega di Domenico Selva, fabbricante di strumenti ottici in Venezia, se ne costruiscono a ripetizione. Le acquistano i nobili veneziani per impreziosire le loro serate, tra gli eleganti salotti delle loro case dove, mescolate alla musica che usciva dalle spinette, forse si ascoltavano anche le voci di stupore degli ospiti.

Ma il Mondo Novo aveva un carattere prevalentemente popolare. In Riva degli Schiavoni davanti ai ‘casotti’ la gente accorreva sempre più numerosa.
In cosa consistessero questi spettacoli non è difficile immaginarlo poiché si basavano sulla visione della realtà. Sempre dall’articolo sopra citato leggo: “...l’immagine osservata dallo spettatore nel buio del casotto non è che la riproduzione della vita quotidiana, che gli appare però come visione magnificata”.

Vanitosa Venezia. La Venezia del ‘700 attraverso le vedute d’ottica per il MONDO NOVO alla Fabbrica del Vedere

Ritorno a guardare tra gli scaffali (ci sono tante altre cose tra cui una vecchia cinepresa ma sembra quasi un’intrusa). Molto meglio immaginarli quei tempi dove in Riva degli Schiavoni, a due passi da Piazza San Marco, tra la gente che, in fila, aspettava il suo turno prima di entrare nei casotti. Forse avrei trovato anche Carlo Goldoni (ne fa cenno nelle sue memorie) così come Tiepolo ( suo è il dipinto che porta il nome “Mondo Novo”).

L’INTERVISTA A CARLO MONTANARO

D.: Da dove è venuta l’idea dell’archivio?

R.: E’ maturata un po’ alla volta. Dieci libri sono un coito. Cinquecento libri una bibliotechina. Cinquemila qualcosa di serio... Insegnando ho dovuto documentarmi. Del cinema ho pensato fosse importante farlo vedere. Non essendo possibile - all’epoca cassette, DVD e altro erano perfino impensabili - noleggiarli, ho cominciato a comperarli, e mi è piaciuto poterli vedere quando volevo io... Poi, il preveniamo: da dove veniva la voglia di vedere: lo studi, lo vuoi verificare, cominci a cercare le estimo pianse. Poi diventa quasi un vizio. Ma probabilmente c’era anche una mia predisposizione all’accumulo...

D.: Quante cose ha da dirci ancora il cinema di ieri?

R.: A mio avviso più lo vedi e più ti convince. Hanno inventato tutto, “non utilizzato” ma messo a punto un linguaggio completamente nuovo ed inedito. E quindi, cogliere le sfumature dell’evoluzione ti aiuta a capire come affrontare ancor oggi la progettualità narrativa e quindi contenutistica. Perché al di là di quello che hai da dire, è fondamentale come lo dici. Se hai idee splendide ma non sai “porle”... ed è perfino commovente come i grandi pionieri son riusciti a farlo in modo universale e imperituro.

D.: Cosa manca al cinema italiano di oggi per riprendersi il posto che aveva?

R.: E’ il cinema in generale (perfino, ormai, l’americano un tempo sicurezza anche per la più semplice tra le storie commerciali) che oggi è carente di sceneggiatura: tende cioè a semplificare al massimo, velocizzando il montaggio, i momenti intermedi della narrazione, quelli che fino a parecchio tempo fa erano quelli dell’approfondimento psicologico dei personaggi, quelli del delineo dei caratteri e quindi del valore aggiunto delle storie, non semplici concatenazioni di fatti, ma accadimenti che, nel bene o nel male, condizionano la vita.

D.: La tecnologia è sempre più usata nel cinema di oggi: è un bene o un male?

R.: La potenza dei programmi informatici consente oggi di rendere sempre meno visibili gli interventi tecnologici. Ma la tecnologia è una delle componenti che ha da sempre quasi costretto lo spettatore di "andare a sognare" al cinema partecipando a fatti inspiegabili o accettando per vero quanto semplicemente ma con sempre maggiore verosimiglianza appare. Provocando perfino voglia di approfondimento se non di emulazione anche in situazioni paradossali e/o surreali. E pare un controsenso che sia la tecnologia a coinvolgere emotivamente lo spettatore, caso più unico che raro che non appartiene a nessun’altra forma d’arte.

D.: Oggi le produzioni di tutto il mondo "sfornano" films a ripetizione. Come mai è così difficile che un film si imponga sugli altri?

R.: Perché è sempre più facile "credere" di fare un buon film proprio dal punto di vista tecnologico, dato che è possibile verificare punto per punto il lavoro. Un tempo per sapere se era ben riuscito il "girato", si dovevano attendere almeno dei giorni... oggi si verifica subito. E tutto questo accorcia quando non li annulla i tempi di riflessione prima, durante e dopo la confezione dell’opera. E quando non c’è tempo o non si vuole pensare, tutto rimane in superficie. L’omologazione, quindi, e la globalizzazione colpiscono anche in questo campo un tempo molto più personale. Ma forse è anche colpa dello spettatore che tende più facilmente ad "accontentarsi" della schematizzazione dell’intreccio. E allora, indipendentemente dalla nazionalità o dalla cultura che sottende il prodotto, la mediocrità impera e poco o niente riesce ad emergere.

Massimo Rosin


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