Altritaliani
Théâtre

Le bal d’Irène. L’incroyable histoire d’Irène Némirovsky.

giovedì 2 luglio 2015 di Giuseppe A. Samonà

Il Ballo di Irene. L’incredibile storia di Irène Némirovsky.

C’è qualcosa di forte, di delicato, di profondamente commovente, e giusto, nel modo in cui Alessia Olivetti, a teatro, con il teatro, racconta l’itinerario luminoso e tragico di Irène Némirovsky. L’ho vista, l’ho ascoltata più d’un mese fa Parigi, in una delle due rappresentazioni in francese (le due precedenti erano state in italiano, secondo la versione originale di Andrea Murchio, che è anche il regista della pièce), e ancora mi tornano in mente alcune frasi, ancora, soprattutto, rivedo dei gesti, delle espressioni: non è, una simile persistenza nel tempo, una delle prove migliori della bonta di un’opera d’arte?

Ho amato e amo la scrittura di Irène Némirovsky: di lei, dopo la scoperta di Suite française, ho letto, divorato, tanti racconti, romanzi (Le bal, La proie, David Golder, Le vin de solitude...), e non solo (La vie de Tchekhov), appassionandomi anche all’intenso e avventuroso itinerario che dalla Russia natale, in fuga dalla guerra civile post-rivoluzione d’Ottobre, attraverso la Finlandia l’aveva portata a Parigi, nella sua adorata Francia, di cui da sempre, parlava e scriveva la lingua. Voleva essere francese, lo divenne, e lo resterà per sempre: il successo le sorrise rapidamente, prima della guerra, e oggi possiamo dire che è una delle grandi voci della lettaratura, in lingua francese, del Novecento – questo pur rimanendo anche russa: perché il talento epico, questa capacità di narrare, di disegnare personaggi, il profumo di nostalgia che tutto avvolge come una sorta di invisibile incantamento, sono quelli della grande letteratura russa, Tolstoj, Cechov innanzitutto, ma anche scrittori “minori”, come Paustovski. Eppure, com’è noto, quella Francia che lei ha amato e servito, con la nobile forza della sua scrittura, l’ha abbandonata, rinnegata e tradita, consegnandola a Auschwitz – perché Irène Némirovsky, oltre che russa e francese, era ebrea. Questo – come ricorda lei stessa nell’ultimo periodo francese, nel disperato tentativo di ottenere quella piena cittadinanza che avrebbe potuto salvarla – malgrado il fatto che lei e la sua famiglia avessero fuggito quei bolscevichi che dei nazisti erano i peggiori nemici, o che collaborasse con giornali della Destra “virulenta” come il Gringoire (dei cattivi lettori della sua opera, del resto, pretestando certi ritratti “caricaturalmente negativi” di ebrei hanno potuto persino accusarla apertamente di antisemitismo), o ancora che, sempre nel tentativo di salvarsi, si fosse tranquillamente convertita al cattolicesimo... Ma appunto, a nulla è servito – perché, come conclude con delicata semplicità proprio Irène Némirowsky: non è questione di religione, è questione di razza...

Irène Némirovsky, o meglio, l’Irène che Alessia Olivetti fa rivivere su scena, in poco più di un’ora, con grazia e giustezza.. È “finzione”, certo – pure, chi conosce Irène Némirovsky e la sua storia, saprà ritrovare i molti fili sapienti che nutrono l’esattezza del racconto: dal lavoro di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt (La vie d’Irène Némirovsky, 2007), al romanzo in parte autobiografico Le Vin de solitude (1935), sino alla straordinaria biografia di Élisabeth Gille, la figlia più piccola di Irène Némirovsky, che è riuscita nell’arduo miracolo di mettersi nella pelle di quella madre che quasi non aveva conosciuto – aveva solo cinque anni quando i nazisti l’assassinarono... – per raccontarsi in prima persona (El Mirador, 1992), sino alla presenza più delicata ma non meno forte della figlia più grande, Denise Epstein, a cui principalmente si deve il recupero e poi la pubblicazione di Suite française, che a più di sessant’anni della morte della grande scrittrice, ne ha permesso la definitiva riscoperta. Ecco, tutto questa “sapienza” c’è nel lavoro di Andrea Murchio e Alessia Olivetti: ma senza che nulla di accademico, o artificiale, traspaia...

Tutte le informazioni, tutta la “sapienza” diventano racconto, nella forma di un lungo monologo, un monologo mai interrotto, haletant, con pochi oggetti a far da contorno scenico (fra tutti, la famosa valigia, quella che custodisce la memoria, e di chi è costretto a fuggire dalla persecuzione)... per far defilare un’intera, troppo breve vita. Di questa, emerge in particolare il periodo prefrancese (Kiev, Pietroburgo, Mosca prima della Rivoluzione, la fuga attraverso la Finlandia...), con la poesia di quell’incedere poetico insieme leggero e melanconico che chi ama e conosce a fondo la grande letteratura russa (su tutti il divino Cechov) non potrà non riconoscere e apprezzare, con intimo piacere – il periodo francese, che pur copre più della metà della troppo breve esistenza di Irène Némirovsky, scivola via molto più velocemente, è come condensato: forse perché il successo è meno interessante da raccontare rispetto alla strada che vi conduce... Quanto alla fine, a quella fine atroce, ci si ferma al margine conosciuto, già profondamente atroce in sé : il treno che porta a Auschwitz... – altro non si può dire, non raccontare, perché l’orrore, quell’orrore, si può solo indicare, non se ne possono mostrare immagini, non ci si può imbastire finzione: qualunque immagine, qualunque finzione sarà comunque inadeguata, e sempre un po’ oscena.

Dicevo del monologo ininterrotto e haletant: presenza su scena di un solo personaggio, lei, Irène, cioè Alessia O., che sembra come essersi appropriata, o avere interiorizzato spiritualmente, fisicamente, la scrittrice, la donna che fu Irène Némirovsky. Più ancora del testo, insomma, è il modo di portarlo quel che mi ha veramente colpito: quasi che l’attrice ci sia nata dentro, o che abbia partecipato direttamente al lavoro di scrittura, talmente sembra sua.

Un dettaglio, anche se... L’originale dello spettacolo è in italiano, e come tale gira già in Italia da un paio d’anni... Quella cui ho assistito era la prima rappresentazione in francese, che seguiva quella del giorno precedente, in italiano appunto. Surplus inevitabile di emozione, e magia: perché anche se Irène Némirovsky conosceva il francese come se non meglio del russo, tanto da averlo eletto come sua lingua, restava pur sempre “straniera”, e il delicato accento di Alessia Olivetti lo ricorda con involontaria spontaneità. Per altro, la possibilità di svelarsi ora in una lingua ora nell’altra, mi sembra uno straordinario valore aggiunto e – sia detto en passant – una raddoppiata prodezza dal punto di vista della performance teatrale. (E noi siamo restati con la curiosità: se la musica italiana, nel senso del profumo di accento e cadenza, sono “il più” della performance in francese, come sarà quella in originale, che è anche la lingua madre dell’attrice? Spero di poterlo rivedere in italiano...)

A Parigi, ci sono state solo quattro rappresentazioni, due in italiano due in francese (quale passione caparbia ci vuole per vivere da artista) – mi verrebbe allora da concludere con un augurio, che vuol essere anche un messaggio pubblicitario: questo spettacolo deve tornare in Francia, e a Parigi, quanto prima, e in questa duplice forma. Perché lo merita, e perché qui vive una vasta comunità che ha fatto dello scambio e del métissage fra l’italiano e il francese, la chiave per un modo nuovo di fare cultura.

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Giuseppe A. Samonà


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