Altritaliani

150 - Risorgimento? Una rivoluzione giovane.

Il III cinquantenario dell’Unità: cinquantenario "problematico"
giovedì 2 febbraio 2012 di Aldo Masullo

L’indeterminatezza della coscienza collettiva sul nostro futuro ha reso il 150enario della nostra unità problematico. Dal nord Africa, dappertutto e in Italia i giovani riattivano una memoria risorgimentale e rivoluzionaria troppo presto dimenticata dai loro padri. Guardare nel passato significa tuttavia protendersi nel futuro.

L’Italia celebra oggi il terzo cinquantenario della sua unità. Il primo, nel 1911, fu "polemico" perché socialisti, repubblicani e cattolici non accettavano il fatto che la patria s’identificasse con lo Stato monarchico. Il secondo, nel 1961, fu "abusato" perché nella indifferenza dei più, presi nelle spire di enormi trasformazioni economiche, il dominante potere democristiano pretese di esaltare l’unità come l’esito di un provvidenziale disegno divino.

Il terzo cinquantenario, questo odierno, si caratterizza come" problematico".

Messo meritoriamente in moto nel palazzo del Quirinale, da due Presidenti ciascuno a suo modo "patriota", Ciampi prima e adesso Napolitano, il tema della nazione e della sua unità ha suscitato entusiastica curiosità soprattutto nell’emarginato mondo della scuola, che nei giovanissimi contiene l’ultima riserva d’incorrotta intelligenza e negl’insegnanti il solo resistente esercizio intergenerazionale di vita civile.

E’ interessante che lo storico, per esempio Alberto Mario Banti, proprio nell’impegno verso il Risorgimento individui innanzitutto un fenomeno generazionale, una forma di ribellione giovanile. Con questa osservazione presto se n’è coniugata significativamente un’altra. Nell’editoriale di un fascicolo della documentata rivista di geopolitica "Limes", prima causa dell’ondata di «sconvolgimenti nordafricani» viene considerata la presenza di «popolazioni giovanissime - metà dei 350 milioni di arabi hanno meno di 25 anni - insofferenti perché deprivate del loro futuro da cricche senescenti e ultracorrotte».

Insomma, dovunque maturi il tempo dell’idea democratica, a trasformarsi in un prima confuso e poi chiaro disegno rivoluzionario è l’insofferenza di coloro, che dispongono di molto futuro biologico ma di quasi nessun futuro sociale,

Ora, non fu forse questa la forma ideale in cui crebbe l’energia rinnovatrice del nostro Risorgimento ? Infatti, «l’Italia che realizzò il Risorgimento - ancora uno storico, Emilio Gentile, attesta - si proponeva tre obiettivi fondamentali: liberare l’italiano dalla servitù del dispotismo e del conformismo, conferirgli un senso come cittadino dello Stato nazionale, affermare i meriti e le capacità dell’individuo contro il privilegio di nascita e di casta».

Se i giovanissimi nordafricani in rivolta sono stati dalla storia solo adesso spinti a questa decisiva soglia, qual è intanto la situazione dei nostri giovanissimi concittadini, legittimi «eredi» di un Risorgimento già realizzato centocinquanta fa ?

Non è questo il luogo per analizzare la serie dei nostri smarrimenti lungo la strada che da quella realizzazione giunge fino ad oggi: modernizzazione delle istituzioni pubbliche sempre in ritardo, mai superata disparità di sviluppo tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord, sempre minore mobilità orizzontale, carenza sistematica di legalità, stabile incuria di classi dirigenti per la scuola e la scienza, laicità della cosa pubblica tanto debole quanto ambigua, politica ridotta a guerra per bande, permanente crisi di quella rispettabilità interna ed esterna dello Stato che è l’unica condizione solida della dignità del singolo cittadino, la svalutazione del lavoro, il paradossale colmo di un governo condizionato dall’organica partecipazione del partito che sbandiera l’ideale di una nuova disunità dell’Italia.

Pur prescindendo qui dall’analisi, dobbiamo ammettere che non possiamo restare fermi di fronte alla generale situazione di stallo, e assumerne dinanzi ai giovanissimi incolpevoli la responsabilità. Si è detto che costoro, ignari e indifferenti al passato, sulle cui spalle per quanto male comunque stanno, sono «senza padre». Ma non va finalmente riconosciuto che essi sono «senza padre», perché noi da molto tempo, almeno dal precedente cinquantenario, ce ne siamo lavate le mani, e li abbiamo abbandonati lasciando, noi vivi, loro tuttavia «orfani» ?

Gli storici dicono che, impantanati «in un’Italia segnata da caotica confusione politica, culturale, etica, e anche storica, per la difficoltà di accettare il nostro passato», «parliamo di un Risorgimento senza eredi perché vorremmo», ma non possiamo, «capire che cosa ha costituito la sua eredità». Sarà pur vero tutto ciò, effetto di antiche contraddizioni non risolte ma ben incistate nella memoria collettiva, ma anche dei nostri inguaribili vizi particolaristici, ereditati dai municipalismi medievali, onde già, nell’invettiva di Dante, «un Marcel diventa ogni villan che parteggiando viene». Non mi sembra però che nella difficoltà di capire e accettare il passato consista la domanda che ci viene pressante, anche se muta, dalle più giovani generazioni del nostro presente. Il loro drammatico interesse è costretto dalla realtà effettuale a concretarsi non tanto nella domanda sulla interpretazione del passato, quanto nella richiesta di convincenti progetti di futuro. Di fronte all’ostinato vuoto di nostre risposte, l’interesse dei giovani non può che chiudersi nell’ancora inesplosa contestativa richiesta di una resa dei conti sul come e sul perché li abbiamo lasciati privi di futuro.

L’invocazione della memoria storica, come ogni procedura rituale, è autentica e viva solo quando nella «ripetizione» del passato si solennizzano precisi impegni per il futuro, e si consacra così una responsabile volontà d’azione. Del resto, senza questo ragionato protendersi verso il futuro, rimane senza forza l’intelligenza del passato. Non è il passato che siamo obbligati a governare, e nemmeno il presente che subito è già passato, ma il futuro, il «dove andare».

Perciò il terzo cinquantenario dello Stato unitario italiano è "problematico". Lo è per l’indeterminatezza della coscienza collettiva non solo dinanzi al passato, la qual cosa rende debole la nostra identità, ma soprattutto di fronte al futuro, il che comporta un estremo pericolo.

Nel nostro Novecento - nota ancora Emilio Gentile - non c’è alcun grande romanzo del Risorgimento: «c’è piuttosto il grande romanzo dell’Antirisorgimento, il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, il cui tema centrale è un incombente senso della morte e della vanità della vita, quindi un’antitesi radicale del sentimento del risorgere a nuova vita che fu tipico del movimento nazionale».

Del resto il cuore stesso del Novecento fu, proprio a partire dall’Italia, tragicamente devastato dal non meno «decadente», e ben più antirisorgimentale, fanatismo fascista che della morte propose ai giovani un incivile e fraudolento ideale.

L’entusiasmo dei giovanissimi oggi, dinanzi alla meritoria riattivazione della memoria risorgimentale, non dev’essere offeso con deformazioni ideologiche e fughe retoriche. Esso è volontà di vita, e va coltivato con rispetto. Di qui solo si può ripartire.

Aldo Masullo – filosofo.

PS. (le immagini dall’alto in basso: I giovani di Piazza Tarhir, quadri di Chia e Stefano di Stasio)


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