Altritaliani
Le parole che hanno fatto l’Italia. B come brigantaggio.

150 - Carmine Crocco, un brigante nella grande storia.

venerdì 16 dicembre 2011 di Armando Lostaglio

"Il brigante è come la serpe se non la stuzzichi non ti morde". Così recita un detto dell’ottocento. Lo scrittore Ettore Cinnella, studioso del brigantaggio, ha rivisitato l’emblematica figura di Carmine Crocco, un brigante che ha contribuito a creare nella nascente Italia il mito del brigantaggio. Un intervento che va in parte a completare il discorso sulla fine dei Borboni che è stato proposto.

Ettore Cinnella, docente a Pisa di storia contemporanea e di storia d’Europa orientale, ha attraversato con i suoi scritti le vicende meridionali, e pubblicato anche “Il grande brigantaggio (1861-1865): una ferita nella storia d’Italia”. Sempre per Della Porta editore ha dato alle stampe questo testo “Carmine Crocco un brigante nella grande storia” (pagg.177, 2010), una narrazione vagamente romanzata sulla vita del brigante lucano (originario di Rionero in Vulture dove era nato il 5 giugno 1930) di cui, proprio durante le celebrazioni unitarie, si auspica che la cultura nazionale, lungi da futili retoriche, ritagli spazi necessari ad una contestualizzazione del fenomeno.

Pertanto, è il caso di confermare le radici sociali del brigantaggio, alimentato certo dalla spaventosa miseria dei contadini e dall’abisso che divideva galantuomini e cafoni, gente di fatica la cui unica aspettativa di vita era avere una famiglia e lavorare dall’alba al tramonto, soltanto per sopravvivere. Ignoranza e miseria, invecchiamento precoce e migrazioni: su questo fronte, l’autore traccia un percorso storiografico circa la cosiddetta prima grande tragedia nazionale. Una ricostruzione, quella di Cinnella, che affronta i documenti di chi Crocco conobbe in maniera diretta: si va dalla biografia del capitano Massa fino a toccare gli studi dei lombrosiani circa la criminalità antropologica.

Ma a Cinnella, probabilmente, interessa anche rileggere con passione civile una personalità, quale quella del “Napoleone dei briganti” (come venne definito dal lombrosiano Ottolenghi), che era alfabetizzato (sapeva leggere e scrivere, rara eccezione per quegli anni), che ottenne sbalorditive vittorie militari, seppur a capo di bande di irregolari, cui, tuttavia, diede a suo modo una certa dignità e disciplina.
In bilico fra leggenda e cronaca, Carmine Crocco è riletto in controfigura soltanto al mito di Garibaldi.

Solo che la storia ha preso pieghe diverse, soprattutto nella sua divulgazione: briganti gli sconfitti ed eroi nazionali i vincitori. Centocinquant’anni che vengono celebrati e festeggiati, dunque, ma che rischiano proprio in quanto celebrazioni di lasciare in un cantuccio qualche pagina certo meno rincuorante, ma che ha comunque inciso nella formazione dell’Italia unita. Con la biografia di Crocco, Cinnella opera il tentativo di far nuova luce, appena fatta l’unità d’Italia, sulla “prima grande tragedia nazionale” a causa della quale “lo Stato unitario nasceva con una ferita che non si sarebbe rimarginata facilmente”.

Un’impostazione critica che, se permette a Cinnella di confermare complessivamente le radici sociali del fenomeno brigantaggio, permette pure di svecchiarne l’approccio storiografico rifiutandone, con solidi argomenti, la visione che da Molfese a Hobsbawm, toccando Del Carria, ha fatto del grande brigantaggio “una furiosa guerra di classe ed embrionale rivoluzione contadina”, e del brigante un protagonista “animato da un primitivo ma genuino senso di giustizia sociale”.

Dunque, fuor di ogni leggenda, anche per lo scaltro pastore di Rionero Carmine Crocco, figlio di un contadino e una cardatrice di lana, nessuna particolare angheria subita dai suoi familiari da parte di aristocratici locali. La carriera di rapinatore comincia con la brusca fine del suo servizio militare nel 1852, quando si dà alla macchia probabilmente in seguito al regolamento di conti con un commilitone. Una carriera che comincia rocambolescamente con arresti, condanne ed evasioni che dureranno fino alla fatidica data del 1860.

In questo frangente la vita di Crocco pare prendere, per un momento, una svolta finalmente positiva seguendo le pieghe della storia più complessiva della Basilicata. Mentre l’azione militare dei Mille dissolve il fragile regno di Francesco II, a seguito del moto risorgimentale che scuote la regione tra il 16 e dal 18 agosto, per Carmine Crocco si apre una possibilità di perdono in cambio dei servizi resi al governo rivoluzionario e alle truppe garibaldine. È un’illusione di breve durata. Già il tumulto di Matera contro “l’irrisolta questione demaniale” presagisce il levarsi della reazione borbonica a fronte dell’incapacità del locale notabilato liberale moderato, dopo il plebiscito, di aprire all’integrazione e all’assenso delle schiere più diseredate della popolazione.

Il resto lo fanno la frettolosità e l’ottusità della nuova classe dirigente sabauda che finiscono per ingrossare a dismisura la soldatesca dei briganti. Infatti, una nuova denuncia, vincendo le protezioni fino allora godute, spinge nuovamente alla macchia Crocco (lo seguono De Biase, Stancone e Ninco Nanco) che in breve si farà forte di un esercito di oltre mille uomini. Una ferita nella storia che Ettore Cinnella ha mitigato e nel contempo acuito, mettendo in risalto la cifra storiografica e la misura umana. Il testo si introduce infatti con la confessione di Crocco resa a Salvatore Ottolenghi nel carcere di Portoferraio , nel 1903:

- La vita del brigante è brutta?

- E’ una vita indipendente.

Ma ammazzare gli altri?

- Il brigante è come la serpe, se non la stuzzichi non ti morde.

- Trovate giusto che l’esercito freni il brigantaggio?

- Si, il brigante che ammazza un soldato piange, pensando che è un uomo che lascia la madre, i figli…Ma solo colla clemenza si potrebbe frenare il brigantaggio.

(Nella foto il brigante Carmine Crocco).

Armando Lostaglio


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