Altritaliani
Le parole che hanno fatto l’Italia. T come Televisione.

150- Lo specchio deformato della Televisione

domenica 20 novembre 2011 di Armando Lostaglio

TV pedagogica, TV commerciale. Il più amato elettrodomestico degli italiani, da strumento formativo ed informativo a protagonista nella vita dei cittadini. Un vero strumento di potere; critico, a volte contraddittoria macchina del consenso poi, forse non più solo strumento ma vero e proprio potere.

La Televisione ha più potere delle bomba atomica. Se non lo capite, alleverete una generazione di mostri”. (Dan Rather)

“Una più ampia informazione, una più profonda consapevolezza culturale, possono trasformare il consumatore asservito in formidabile agente collettivo di democrazia …” (Piero Bevilacqua)

Partendo da queste due distinte opinioni, scritte in epoche diverse nel secolo scorso, si può leggere la televisione da un’ottica ben più lungimirante rispetto all’ingombrante elettrodomestico di casa, spesso tenuto acceso anche se non lo si ascolta, perché “fa compagnia”. Ma proprio seguendo l’iter di una di una programmazione che ha visto in queste ultime stagioni un momento emblematico assai poco edificante, può derivare una riflessione su trasmissioni dai contenuti talvolta ai limiti del decoro. “L’Italia – ha recentemente dichiarato Bernardo Bertolucci - è il risultato di anni di sguardo televisivo che porta alla anestetizzazione”.

Eppure, agli inizi degli anni Venti, una figura lungimirante come il fondatore della Bbc, tale sir John Reith, indicava almeno tre compiti ineludibili cui il servizio pubblico doveva necessariamente far appello, in ogni sua trasmissione: educare, informare, intrattenere. E rimangono, perché no, ancora questi i punti cardini intorno ai quali far circolare le buone intenzioni di una televisione, quanto meno quella pubblica (anche perché sostenuta con fondi pubblici e dal canone, nonostante una cospicua evasione). Si legge, nelle intenzioni di Reith, anche una visione pedagogica della televisione, la stessa che negli anni del “boom” ha influenzato e reso un po’ più omogeneo il linguaggio specie nelle classi meno abbienti.

Con “La tv dei ragazzi” (anni ‘60 primi ‘70), con “Non è mai troppo tardi” del maestro Alberto Manzi (stesso periodo) e con la uniformità di quiz (il mito rimane Mike Bongiorno) e di sceneggiati televisivi (Anton Giulio Majano e Sandro Bolchi fra i massimi registi del genere) si tocca un punto di nuova emancipazione, per cui il nuovo elettrodomestico diventa arredo imprescindibile e di promozione sociale.

“L’uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l’evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigo¬rifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com’è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L’ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasti¬camente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.”

E’ quanto evidenzia nel 1961 lo scrittore Umberto Eco, nel suo “Diario minimo” a proposito della “Fenomenologia di Mike Bongiorno”. E sarà proprio il presentatore il vero fenomeno della televisione almeno in Italia, la figura che forse più di altri ha incarnato l’azione/effetto delle trasmissioni divenute popolarissime, sebbene si tratti di poche ore al giorno di programmazione e su soli due canali. Ancora Eco: “Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rap¬presenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiun¬gere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.”

Con l’avvento negli anni ’80 delle tv commerciali, la televisione di Stato perde la primogenitura e gli ascolti si diversificano in appartamenti che cominciano ad avere più di un televisore. Aumentano le ore di trasmissione. Fininvest prima e Mediaset poi stravolgono il mercato pubblicitario; anche altre tv di minore emittenza ingolfano l’etere di cose già viste, imbottendo i film di spot inverosimili. Da qui la protesta (una su tutte) di Federico Fellini, offeso dalla violenza perpetrata sui film dalle insistite interruzioni pubblicitarie. La tv commerciale ha tuttavia il merito di far tornare sui piccoli schermi e rivalutarle personalità come Corrado, Mondaini e Vianello, lo stesso Mike, Maurizio Costanzo e per una breve parentesi anche Pippo Baudo, ritenuti di secondo piano o comunque non di prima fascia, mentre il “nuovo” che avanzava non assumeva ancora i carismi dovuti.

Venendo ad una lettura un po’ più recente, va annotato un programma di televisione intelligente che da vent’anni in qua cerca di carpire i lati più occulti e manipolatori di un mezzo di comunicazione tanto diffuso e familiare. Si tratta di Blob (RaiTre, ore 20:00): ha una visione paradigmatica, cruda e realista come sa esserlo il cinema, perché allude ad una certa avanguardia espressiva, pur restando fedele a quanto gli appare sotto gli occhi, quotidianamente trasmesso. Talvolta Blob è cinema puro, è montaggio essenziale, è poetica di visioni e di musiche, talvolta di silenzi. E’ utopia e concretezza al tempo stesso.

Spesso questo programma - promosso da Enrico Grezzi, critico di cinema fra i più apprezzati – ci mette a confronto con una tesi del regista francese Guy Debord, quando sostiene: “Ciò che aliena l’uomo, ciò che lo allontana dal libero sviluppo delle sue facoltà naturali non è più, come accadeva ai tempi di Marx, l’oppressione diretta del padrone ed il feticismo delle merci, bensì è lo spettacolo”, che il regista filosofo francese identifica come “un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”. Da un regista dell’avanguardia, una definizione prepolitica, dunque, del mezzo televisivo. “La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale – sosteneva il maestro - aveva determinato nella definizione di ogni realizzazione umana un’evidente degradazione dell’essere in avere. La fase presente dell’occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell’economia, conduce a uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire. Lo spettacolo, di cui i mass media sono solo una delle molte espressioni, è parte fondante della società contemporanea, ed è il responsabile della perdita da parte del singolo di ogni tipo di individualità, personalità, creatività umane: la passività e la contemplazione sono ciò che caratterizza l’attuale condizione umana”. Rimane inflessibile il pensiero di Debord, autore di pochi film dal forte impatto innovativo, proiettati qualche edizione fa alla Mostra di Venezia, grazie proprio ad Enrico Ghezzi. Sembrerebbe paradossale la sua visione, specie nei confronti dello spettatore: “Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio”.

Per un altro regista francese, Jean-Luc Godard, “la televisione crea l’oblio, il cinema ha sempre creato dei ricordi… La televisione non è fatta per comunicare, è fatta per trasmettere degli ordini”. La televisione che, grazie al sapiente uso del montaggio, diventa cinema evoluto, e viceversa. Nella storia del cinema i due pensieri certamente più importanti per codificare il linguaggio cinematografico del montaggio e le sue infinite evoluzioni, sono quelli di Ejzenstejn e di Andrè Bazin.

E’ verosimile che proprio a questa “scuola” di effetti e montaggio si ispiri la visione spesso poetica di Blob. Accade spesso che trasmetta pochi minuti di autentica poesia. Come quando ha trasmesso immagini di lavoratori di colore con i propri miseri averi (contenuti in buste nere di plastica) mentre salgono sul pullman che da Rosarno (in Calabria) li condurrà chissà dove; in sottofondo a queste immagini la struggente canzone di Domenico Modugno “Amara terra mia” che il cantautore cantò quale colonna sonora di uno sceneggiato televisivo proprio su emigranti calabresi, alcuni decenni fa. Poesia della memoria, oltre ogni oblio.

Altra serata, altro canale, RaiUno, il programma l’Eredità si conclude con la punta finale di maggior ascolto che è la cosiddetta ghigliottina. Proprio qui si fa cenno ad uno sceneggiato televisivo che ha innovato (in maniera originalissima per quei tempi) la maniera di girare in televisione, portando sullo schermo grandi autori. Si tratta di Dickens e del suo Circolo Pickwick: venne girato da un grande regista, Ugo Gregoretti. Si era alla fine gli anni ’60, e questo geniale autore sconvolse la struttura narrativa degli sceneggiati televisivi (alquanto in voga e fortunati in quegli anni, le fiction di oggi impallidiscono al confronto), rendendo protagonista lo spettatore. Il regista lo accompagna nel leggendario Circolo ottocentesco mentre veste però abiti moderni ed ha in mano il microfono col quale intervista i frequentatori seduti ai tavoli da gioco.

Particolare non da poco, che però la puntata del quiz condotto da tale Carlo Conti ha completamente ignorato: una grande televisione di un tempo, con classici della letteratura resi straordinariamente popolari. E così, da una televisione colta, si può passare un’altra che definire immonda sarebbe riduttivo. Il riferimento è al programma di RaiDue “Il più grande” condotto da un ennesimo “senz’arte né parte” come definisce Enrico Vaime (già autore televisivo) un tale Facchinetti. Blob manda in onda un lungo spezzone di questo programma nella parte in cui l’ospite Fiorello sbeffeggia lo stesso programma, che mette al tele-voto i grandi della storia italiana, anche quella recente.

Il programma fa così votare personalità dell’arte e del costume, lasciando ai “telecomandati” il giudizio di chi sarà più importante. Abbiamo auspicato che l’auditel lo avesse condannato, e così è stato. Mettere sullo stesso piano del “sei stato nominato” da Grande fratello Padre Pio e Galilei, De Sica e Caravaggio e molto ancora. E’ verosimile pensare che, non essendoci più idee edificanti fra gli autori televisivi, sempre alle prese con auditel e contratti pubblicitari, non ci sia più limite al nulla. E nessuno più si indigna… Una dose di maggiore indignazione si auspicherebbe ci fosse nelle nuove generazioni.

Chi scrive ritiene spesso di essersi formato – come a scuola – fra la buona televisione degli anni ‘60 e ‘70, e soprattutto al cinema. Vedere oggi schiere di giovani a migliaia in fila per farsi prendere e riprendere dal Grande fratello (su Canale 5 Mediaset da oltre dieci anni), mette una certa angoscia. Ed è ancora Blob a metterli a confronto: quelli che bivaccano fingendo di essere se stessi nella “casa” del Grande fratello (programma che in altri paesi è stato ormai bandito anche perché non più “redditizio”) in parallelo con un loro coetaneo, Roberto Saviano, lo scrittore lucido di analisi pericolose su camorre e malaffare. Acuto e articolato nelle analisi sulla malavita organizzata, un giovane che mette a repentaglio la propria vita per quello che scrive e pubblica. Un esempio televisivo di larghe vedute, quasi ad identificare i due estremi di questo abisso generazionale, prima della caduta.

L’intelligenza contro l’annullamento. Il filosofo Galimberti annota che “dei giovani si mette in mostra solo la bellezza, spesso accompagnata da analfabetismo. La loro mente, il loro coraggio, la loro voglia di futuro viene assopita, mortificata.

Si aspetta, come diceva Cavour, che da “rivoluzionari diventino conservatori”. Ma in quella disperata convivenza dei giovani nella “casa” spiata dalle telecamere, l’idea di rivoluzione non è stata mai sfiorata nemmeno lontanamente, la ribellione contro l’assuefazione nichilista dista anni luce da loro, basta apparire: Saviano è la rondine che però potrebbe fare primavera, c’è speranza? Ma Blob è spietato, persevera nella sua “missione” di metterci allo specchio e farci ridere di quei noi stessi così abbruttiti. Tutto si muove sin dalla infanzia nella pubblicità, con quei bambini che dicono: “io dentro la macchina ci metterei due motori, così corre il doppio”; e ancora: “la mamma con questo detersivo risparmia e mi aumenta la paghetta”. Quale futuro si potrebbe umanamente ipotizzare per bambini siffatti - scrive Patrizia Valduga - “se non che il primo vada a spaccarsi la testa sulla strada e la seconda faccia strada come escort”.

Tutto un inventario di cose che anestetizzano si trasmettono, basta guardarle senza pensarci troppo, razionalizzando se è possibile, e ricordando Sartre quando scrive “l’Ego è perdersi: è il Dono. La riconciliazione con il Destino è la generosità”.

Su una onda paradossalmente filosofica, dunque, vorremmo concludere questo viaggio mediante il difficile rapporto che Pier Paolo Pasolini aveva con la televisione. E’ stato un rapporto esasperato, quasi conflittuale quello instauratosi fra il poeta-regista e tale mezzo espressivo; parliamo della tv del suo tempo, un abisso rispetto alla Tv odierna, spesso dozzinale e messaggera di vuoto.

“Niente di più feroce della banalissima televisione”, sentenziava dunque Pasolini a metà degli anni ‘60. Preveggente quasi, profetico nei confronti di certa omologata emittenza che spudoratamente (oggi) sacrifica le intelligenze alle logiche commerciali degli ascolti. Eppure il poeta friulano l’ha analizzata in una fase (pochi anni dopo l’installazione delle antenne sui tetti) in cui i canali erano uno o due al massimo, poche le fasce orarie di trasmissione, anni in cui “Non è mai troppo tardi” pure svolgeva una funzione pedagogica, acculturante, unificante quasi per l’intera nazione, al di là delle classi sociali. I caroselli (da Luciano Emmer in poi veri e propri cortometraggi d’autore), e i varietà di Antonello Falqui, hanno segnato più di una generazione, contribuendo a caratterizzare un’epoca, allietando le stanche sere degli italiani ancorché lambiti dal boom economico.

Ma Pasolini vi leggeva una “sistematica falsificazione di ogni frammento di verità”. Un’avversione che lo spingeva sempre più ad apprezzare il mezzo cinematografico per esprimere “la lingua scritta della realtà”. Vi leggeva in esso la possibilità di un superamento della letteratura in un’arte fatta direttamente con pezzi di realtà che diventano segni. La televisione, al contrario, è “il trionfo della irrealtà (come sosteneva anche la scrittrice Elsa Morante), “che è contro natura, e porta necessariamente alla disintegrazione”.

Un conflitto palesato in televisione quando Pasolini verrà invitato in un dibattito da Enzo Biagi: è lì che dimostra tutto quel disagio, una difficoltà ad esprimersi in maniera spontanea, realistica, a conferma delle sue tesi. Un autentico estraneo in quella televisione, ben prima che le tv private invadessero l’etere.

Un rapporto difficilissimo volto ad analizzare e confermare i suoi enunciati così lungimiranti: quanta profezia contenevano le sue asserzioni, dimostrate da un cinema, il suo, così ricco di realtà contro ogni strumentale finzione.

(nelle foto dall’alto in basso alcuni programmi televisivi: Il circolo Pickwick; Non è mai troppo tardi; Specchio segreto; Rischiatutto; infine Pasolini e Gregoretti).

Armando Lostaglio
Giornalista e critico cinematografico
Autore del libro "Schermi riflessi".


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