Altritaliani
Oltre la polvere. Letteratura contemporanea.

Nell’ombra della tunica

“Mara come me”, di Marco Salvia - Cooper Editore
mercoledì 2 novembre 2011 di Carlo Baghetti

Italo Calvino diceva che i classici sono come delle grandi stanze da abitare, in cui si devono lasciare le finestre aperte per far entrare il brusio della strada, ovvero della produzione contemporanea. Quest’estate ho molto giocato con questa definizione e per esempio ho letto i Buddenbrook contemporaneamente a Romanzo Criminale di De Cataldo, oppure in questo momento Gargantua e Pantagruel insieme a Mara come me di Marco Salvia.

All’interno della grande stanza ben arredata con filosofia antica, retorica e tanta ironia, in un momento il caos divenne assordante e insistente. I miei sforzi per rimanere sospeso e concentrato su «Le Fanfaluche antidotiche», trovate in un antico cenotafio divennero sempre più difficili. Al primo grido di dolore accorsi alla finestra e mi affacciai.

Ciò che vidi fu raccapricciante: un ragazzo malandato che gridava contro fanatici cristiani tutto il suo odio (capii in seguito che lo aveva soppresso per dieci anni o forse più), che chiedeva giustizia alzando il pugno contro la folla radunata sotto il mio bel palazzo. Un dubbio mi colse: chiudere le finestre e ritrovare la concentrazione, oppure scendere per le strade a capire meglio cosa stava succedendo? Non era possibile, come in tante altre occasioni, tendere un orecchio ma rimanere qui; la situazione stava rapidamente degenerando e occorreva prendere una decisione. È settembre, pensai, mentre mi chiudevo la porta alle spalle, tra poco comincerà la nuova stagione dopo il riposo estivo, quale migliore occasione per calarsi in nuovi e più serrati ritmi?
Corsi giù saltando qualche gradino, attraversai la frescura dell’antro cinquecentesco e uscii al bagliore diurno. In pochi istanti molte persone avevano creato un cerchio intorno a tre figure: uno che gridava con quanta voce aveva in corpo; un ragazzo, pallor mortis, accasciato e tirato energicamente per i capelli – in questo modo riusciva ad assumere quasi una posizione seduta -, e un uomo dal volto ieratico e una lunga tunica nera.

Luridi, schifosi bastardi, l’hanno ucciso – gridava il ragazzo – l’hanno ucciso mille volte. Quel prete bigotto l’ha consegnato nelle mani di questi velenosi disperati! Perché?

Non capivo! Perché tanta rabbia? Chi era questo giovane assatanato? Maledetti! Dio li maledica in eterno! Dio maledica i preti che si fanno servi del demonio! Ascoltando questa frase, pronunciata con tale sincerità, riformulai il mio pensiero precedente: chi era questo giovane che accusava un presunto assatanato?

Il testo di Salvia ha un tessuto narrativo lineare e composto, che alterna momenti descrittivi a invettive politiche, ritmi serrati da romanzo d’azione e trame da giallo. Un romanzo a tutti gli effetti, basato su testimonianze vere riviste alla luce della parola letteraria che rendono questo testo un’arma, nelle mani dell’autore, che mira innanzitutto a denunciare la poca affidabilità delle strutture ideate negli ultimi trent’anni e continuamente sostenute dall’opinione pubblica e dai suoi fondi, ma non trascende i limiti della godibilità di un romanzo impegnato. La capacità e l’arte di uno scrittore che sa di dover coinvolgere ma anche di coronare un impegno civico. Una mossa “illuministica” e senza fronzoli postmoderni che adempie il compito scomodo e impegnativo di calare in parola letteraria le difficoltà di un’epoca, di una generazione e di una questione sociale.

Ascoltai le sue parole immobile e mentre si gettava a terra, disperato, vidi intervenire i Carabinieri che portarono via (in manette?) l’uomo dalla lunga tunica nera. Pian piano la gente si diradò e io rimasi quasi solo: ebbi allora il coraggio di avvicinarlo. Mi raccontò tra i singhiozzi la sua storia e ne fui toccato. Si chiamava Fausto – a lungo mi chiesi se suo padre pensava ad un patto con il diavolo quando lo registrò all’anagrafe – era stato in diverse comunità, aveva visto e vissuto cose atroci, poi finalmente era riuscito a scappare, a tornare in libertà.

Oggi è molto facile conoscere la storia di Fausto e d’altri personaggi dalla fisionomia ben tracciata. La casa editrice Cooper ha da poco ristampato il romanzo del 2004 di Marco Salvia (“Mara come me”), precedentemente pubblicato da Stampa Alternativa. Questo libro, questo brusio, si è trovato al centro di una grande attenzione mediatica e giudiziaria quando, nel 2007, sono cominciati gli interrogatori per fare chiarezza sulle attività di don Gelmini e sui presunti abusi sessuali nei confronti degli ospiti della “Comunità Incontro” da lui gestita (nata nel 1979 e che ha tutt’ora più di 150 sedi in tutto il mondo).

“Mara come me” (Cooper Editore, 157 pagine, 13€) è un libro di denuncia sociale dai larghi confini, che si estende sino al giallo e al romanzo di formazione, che mette abilmente in scacco i metodi discutibili adottati nella lotta alla dipendenza da eroina e da altre droghe. Questo romanzo porta alla luce una realtà sulla quale per molto tempo si è preferito chiudere gli occhi e fare finta che non esistesse, permettendo, in maniera passiva, che venissero perpetrati crimini assurdi proprio nei confronti di quella fetta di società più debole e maggiormente bisognosa di aiuto.

Andai a fare una passeggiata per sbollire un po’ la rabbia e dopo poco tornai a casa, mi apprestavo a sapere Come Gargantua pagò il suo benvenuto ai Parigini, e come prese loro i capannoni di Notre-Dame [1] , ma ancora per qualche tempo mi tornarono in mente le parole del giovane Fausto, a cui ho promesso di guardare con maggiore attenzione quanto avvenisse dietro i cancelli di una comunità “di recupero”.

Carlo Baghetti

[1Falso indovinello scritto da Rabelais all’inizio del famoso testo.


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