Altritaliani
Le goût des autres

Bob Dylan, 70 anni di giovinezza, nel segno di Sant’Agostino

sabato 28 maggio 2011 di Armando Lostaglio

Compie settant’anni il 24 maggio quel poeta menestrello del Minnesota, Robert Zimmermann, che abbiamo amato col nome di Bob Dylan. Ha interpretato a suo modo e forse più di altri il canto di speranza di quelle generazioni che hanno sognato un mondo più giusto e più libero. Del poeta controverso ed inquieto si è scritto e si scriverà ancora molto: di certo ha lasciato una traccia inestinguibile nella cultura e nel mondo giovanile del secolo scorso, in ogni dimensione umana e collettiva.

Celebrare la sua immensa opera sarebbe un po’ “conforme” rispetto a quanto si dirà e si scriverà di questo cantautore-poeta-musicista, l’artista ed intellettuale smanioso e scomodo. Letteratura, cronaca e spettacolo non mancheranno di ricordarlo. Il cinema ne ha fatto una originale epopea (nel 2007 presentato a Venezia) con il film di Todd Heyness “Io non sono qui” dove persino la bellissima Cate Blanchett ne veste i panni e le movenze con vistosi occhiali scuri.

Vorremmo rispolverare un’analisi piuttosto mistica di Bob Dylan, nella sua costante ricerca di verità. Esaltare così la sua poetica con una canzone che il cantautore dedica ad uno dei Padri della Chiesa, a sant’Agostino, nell’album “John Wesley Harding”. Era il 1968, l’anno della svolta nella storia di quello che viene definito il secolo breve.
Inizia così la canzone “I dreamed I saw saint Augustine” e che ha il suo apice nella ripresa successiva: sogna di vedere sant’Agostino “in carne e ossa che correva nei nostri quartieri in estrema povertà… e cercava anime che già erano state vendute, gridando forte: Alzatevi, alzatevi! Venite fuori e ascoltate….”

Ed ancora, Dylan confessa: “Ho sognato di vedere sant’Agostino, vivo di un respiro di fuoco” per aggiungere in conclusione un apocrifo martirio del santo, in realtà solo un incubo onirico: “Ho sognato di essere tra coloro che lo misero a morte! Oh, mi sono svegliato adirato, solo e terrorizzato…, ho abbassato la testa e ho pianto”.

La menzione non poteva che venire da un moderno intellettuale come mons. Gianfranco Ravasi, il quale ricorda: “Non è che i temi spirituali siano stati alieni a questo personaggio che aveva respirato non solo folk, rock e blues ma anche echi degli spiritual afro-americani…” Ed ancora: “In fondo, aveva ragione Dylan: nel vescovo di Ippona, si incrocia un fiery breath, un ardente respiro di amore, con un alito fresco che proviene dai cieli cristallini della teologia, nella ferma convinzione che la natura umana manca di unitarietà e la può trovare solo alla luce dell’unitarietà di Dio”.

Una disquisizione elevata quella di Ravasi, che spesso nei suoi interventi ripropone autori di qualsiasi fede, in un argomentare ecumenico che avvolge la cultura e il pensiero contemporaneo.

Quindi, Bob Dylan si inscrive a pieno titolo fra coloro che scrutano il tempo nel quale viviamo, che affida al suo talento artistico la “manutenzione” della nostra interiorità, travalicando ogni inibizione dettata dal conformismo e dall’appiattimento dei sensi.

Rimarranno per sempre le sue canzoni, le sue ballate, le sue proteste. E le sue preghiere. Una di esse è “Knockin’ On Heaven’s Door” (Bussando alle porte del Paradiso) che Bob Dylan inserisce nella colonna sonora di un film ormai cult: “Pat Garrett e Billy the Kidd”, che Sam Peckinpah gira nel 1973. Si muove anche lui, mestamente, in quel western crepuscolare, il cantore di strada dallo sguardo lungo e penetrante, che cerca risposte “in un soffio di vento” (Blowin’ in the wind).

Armando Lostaglio

***

(ndr : Il video di “I dreamed I saw saint Augustine” non è purtroppo disponibile).


Home | Contatti | Mappa del sito | | Statistiche del sito | Visitatori : 1296 / 4000494

Monitorare l’attività del sito it  Monitorare l’attività del sito ARCHIVIO  Monitorare l’attività del sito Le goût des autres   ?

Sito realizzato con SPIP 3.0.21 + AHUNTSIC

-->