Altritaliani
Punto, due punti... e punto e virgola!

Benigni, Patria e Tricolore

Breve viaggio in Italia 3
sabato 9 aprile 2011 di Giuseppe A. Samonà

Roberto Benigni è diverso, lui l’abbiamo conosciuto ai tempi del teatro, all’inizio degli anni 80, e delle rare (faceva troppa paura, al potere) ma fulminanti apparizioni televisive, e l’abbiamo amato veramente. Perché era di una comicità travolgente, genialmente travolgente, e perché appunto irrideva senza paura i potenti. Non meno grande di Totò, o Chaplin, pensavamo. Abbiamo, pensavamo, al plurale : ché è stato un amore “collettivo”, un’ossessione leggera, com’era stata ed è ancora, e per sempre, quella per Totò. We really loved Roberto.

Ma poi è arrivato il “suo” cinema, che l’ha fatto conoscere mondialmente, ed è cominciato il declino (“suo”, nel senso di “da lui” concepito, e diretto – che come attore in film di altri ha regalato momenti sublimi : basti pensare all’incontro con Jarmusch). Il genio si è rivelato “solo” talento, e dentro questo sempre di più scalpitava un’astuta capacità di annusare dove il pubblico ama essere sollecitato, ora per una risata, ora per un sorriso, o una lacrima – mentre i morsi dati ai potenti diventavano sempre più di gomma. La vita è bella, che l’ha consacrato definitivamente, ce l’ha anche definitivamente, mestamente svelato, a noi, ai suoi primi “innamorati” : Benigni aveva smesso di essere Benigni – del resto, i film che han seguito sono stati solo evidenti ed indifendibili ciofeche. (Come e perché La vita è bella sia un film falsamente bello e falsamente eversivo è stato scritto in modo illuminante da un amico, in un pezzo che gli osannanti giornali italiani di allora hanno sistematicamente scartato, ché non faceva “tendenza” ; così, sperando che l’amico in questione mi legga e ci spedisca il pezzo, non dico per adesso altro - Eccolo qua, ora !).

Intendiamoci, Benigni è dotato di una naturale simpatia, e spesso continua a zampillargli fuori, e son piacevoli schizzi per chi lo guarda, lo ascolta. E poi, in una cosa resta geniale : Dante, che riesce ad animare come nessuno. (Sempre di più penso che dovrebbe limitarsi a recitare la Divina Commedia, nelle piazze di Italia e del mondo, il che fra l’altro è una missione straordinaria, uno straordinario servizio reso a quel che permane luminoso, oggi, nella cultura italiana).

Ma il resto, non convince più. Non parlo del cinema, che è diventato insopportabile spesso anche per i suoi fans, ma delle sue “divertenti arrivate” in televisione, sempre con lo stesso, un po’ isterico copione : Benigni arriva a catapulta, saltella e si divincola, esplode di amore fisico, che è la cosa più bella del mondo, travolgendo il suo esterefatto interlocutore, uomo o donna che sia, con gesti e battute intorno al tema del possesso, in senso biblico, e di più : panico, magari condito qua e là con qualche frecciata ai “potenti”... Fu straordinario, irripetibile con Raffaella Carrà o Pippo Baudo... Ma appunto, ripetuto e ripetuto negli anni per l’ennesima volta, sembra il ruggito di un guerriero da baraccone, le cui mosse sono ormai fiacche e prevedibili.

Mais voilà che lo annunciano a San Remo (quispiam dixerit : «San Scemo»), il festival della canzone italiana, lo stesso di sempre, dei magnifici anni sessanta, solo che adesso c’è la crisi, Berlusconi e le sue feste, poco più lontano s’incendia il Mediterraneo, sbarcano gli immigrati... Ma arriva Benigni, cacchio, e per parlarci nientepopodimeno che dell’Inno di Mameli, il nostro inno, perché la nostra povera Italia compie 150 anni : cosa combinerà mai il nostro Roberto nazionale ? Ecco, a San Remo, francamente ha superato i nostri timori (noi, sempre gli innamorati di un tempo). Benigni, quello che da solo sapeva mettere in ginocchio Craxi, e che ha preso in braccio Berlinguer, ché gli voleva bene, a San Remo non ha detto assolutamente nulla di originale, “cattivo”, ma – pur se con qualche guizzo, che resta simpatico, Benigni, e un pochino gli si vuol ancora bene anche noi – ha solo sciorinato, a tratti con grazia incantatrice (resta un grande artista), una serie di rassicuranti clichés sulla nostra “patria”. Per la felicità del Ministro La Russa, che sedeva bello rilassato in platea.

Sembra, ci è sembrato incredibile, ma è stato proprio così : e sempre aspettando la zampata controcorrente del genio, che non è arrivata mai, abbiamo assistito sbalorditi a une remake dell’inverosimile retorica patriottarda delle nostre scuole elementari, negli anni sessanta e settanta, quella che sin da giovanissimi abbiamo imparato a demistificare : per riassumere (ché Benigni ha moltiplicato date, dettagli, nomi di battaglie), noi Italiani siamo buoni, gloriosi, antichi, ché discendiamo pensate un po’ dai grandissimi Romani, e il nostro unico torto, in sostanza, è stato di essere sempre stati oppressi dai perfidi stranieri: spagnoli, austriaci, francesi, tedeschi – per esser chiari, ma letti alla rovescia, alcuni dei popoli più importanti del povero progetto Europa... Per questo va amata la Patria (anche se con moderazione, non troppo, ha aggiunto un po’ vergognoso Benigni, altrimenti si corre il rischio del nazionalismo fanatico, che è tremendo: e colui che mi spiegherà il senso di un tale nazionalismo “moderato” mi renderà un bel servizio !), amata e difesa, tutti uniti sino al sacrificio contro “l’invasore”, come dire, un amore mistico, combattente, concetto su cui il nostro Roberto nazionale ha infiorettato e variato, scoppiettante. Mancavano solo «Le ragazze di Trieste», che ci faceva intonare la nostra Maestra, quelle che appunto alla vigilia della prima guerra mondiale cantavano in coro, con ardore : oh Italia, oh Italia del mio cuore, tu ci vieni a liberar!

(Ho ricordato con sollievo e nostalgia una contro-lezione del padre dell’amico Michele proprio sui “grandissimi Romani” che dovrebbero farci da nonni, o ancora – lo spiegava allora a noi bambini, ma la cosa può dirsi ancora con la stessa semplicità – sulla necessità o meno di amare con ardore “la patria”, come si ama un amico, un uomo, una donna.... Lo stesso padre dell’amico Michele che ebbe in tal senso vari scontri con la nostra Maestra, cui una volta avrebbe replicato, secondo quanto racconta la nostra mitopoietica scolastica : Sa cosa ci faccio con la sua “patria” e con la sua “bandiera” ? Lascio al lettore fantasioso immaginare la risposta.)

Apice di questo vero e proprio exploit “neorisorgimentale” è stata, per noi, l’immagine del Louvre: non sentite quando passeggiate per questo Museo – suggeriva ammaliante il poeta comiziante – un brivido particolare, nel sostare di fronte a un quadro, che so, di Tiziano o Raffaello, o meglio, un brivido di fierezza, perché erano “italiani come noi” ? C’è da restare allibiti. Louvre per me significa innanzitutto Rembrandt, tutto, con la sua luce sublime, o ancora Vermeer, per quei due piccoli quadri, che sempre ritrovo a memoria dentro quel labirinto, ogni volta che ci vado (mentre non saprei dire dove si trovi esattamente Tiziano), e anche, certo, percorro sempre la scalinata della Nike di Samotracia per ritrovarmi poi di fronte, sulla destra, il divino San Francesco di Giotto, che riceve le stigmate : ma mai mi sarebbe venuto in mente che avrei potuto provare un brivido supplementare per quest’ultimo, rispetto ai primi due, in quanto, come me, italiano. Ci voleva Benigni, e ancora non ci credo.

Questo per non parlare… no, anzi, bisogna parlarne! Benigni che arriva su un cavallo bianco, avvolto nella bandiera, il Tricolore, con il Ministro La Russa in piedi ad applaudire, entusiasta, Benigni che fa l’esegesi dell’Inno (oggi siamo tutti fratelli, e sempre gongola La Russa) , infilando controsensi e anacronismi storici uno dietro l’altro : i Romani, appunto, e poi Francesco Ferrucci, i Vespri Siciliani, la Lega Lombarda, un vero fiume in piena, sino al canto finale, con voce timida, volutamente timida, e affascinante, come ispirata : sembrava quasi che stesse cercando i versi della Divina Commedia – mentre attenzione, con tutto il rispetto dovuto a qualcuno morto giovanissimo mentre insieme a Garibaldi difendeva la repubblica romana , Goffredo Mameli non è Dante. E se Benigni rimane sempre, per talento, un grande artista, non si può non rimpiangere quando, in coppia con uno straordinario Massimo Troisi, si divertiva, con minor prudenza e maggior genio, a dissacrare il nostro Inno. Ve la ricordate «quella dei fratelli?»

Si dirà (qualcuno me lo ha detto): ma Benigni non voleva far storia, ma usare la “nostra” storia, per riflettere sul mesto presente ed esortare gli italiani a rialzare la testa, “a svegliarsi”. Ma allora, proprio a voler restare in tale prospettiva, non era forse questa una grande occasione per parlare degli emigrati e della loro disperazione, come anche della loro multiforme, immaginativa speranza, vitalità, che tanto sono appartenute a questa nostra storia, sino a pochi anni fa ? e magari anche dei morti sul lavoro, e dei “poveri”, gli sfruttati, di contro ai ricchi, gli sfruttatori, ben più ostici questi ultimi per i primi, di quanto non lo siano stati, in sé, i “perfidi stranieri” ? – (si noti bene : “in sé”, ché non nego ovviamente che la presenza straniera non possa essere un importante fattore di oppressione ; dico solo che questo prende senso solo se letto insieme ad altri : la religione, ad esempio, e la sempre più dimenticata lotta di classe...) – Non era appunto una grande occasione per parlare dell’Europa, che tanto l’Italia ha contribuito, nel dopoguerra, a volere e concepire ? e della Resistenza, di cui sempre meno si pronuncia anche solo il nome, tanto più che fra l’altro è proprio questa Resistenza ad aver finalmente fondato l’Italia che Garibaldi e Mazzini (e anche Mameli !) volevano : la Repubblica ? Non sarebbe stato più incisivo, dérangeant, inondare con il talento della sua sempre viva, travolgente e sensibile comicità questi temi, piuttosto che quelli pescati nel repertorio della più trita retorica patriottica ? Certo sarebbe stato per molti di noi un piatto più gustoso, piccante, ed efficace appunto per il “risveglio” – anche se probabilmente più indigesto per il Ministro La Russa.

(O forse il problema è proprio che Benigni oramai, dai campi della morte alla guerra in Irak, alleggerisce tutto raccontando sul modo edulcorato della favola, che finisce sempre col finire bene, ché la gente non vuol esser turbata nel sonno con realtà troppo scomode, o dolorose. Ed anche qui il registro adottato era un po’ favolistico, e questo appunto meglio si addice alle panzane edificanti della retorica, che alle dure realtà della nostra tragica storia).

E per favore non si dica (ché in realtà anche questo mi è stato detto, e alcuni lo dicono, fra gli amici, a sinistra) : la Lega ! Perché è proprio pensando alla Lega, e alla sua oscena mitologia nazional-padana, tesa a disegnare fatti e confini di un paese che non è mai esistito, che rifuggo con ancor più forza il recupero della nostra mitologia risorgimental-nazionalista, che come tutti i nazionalismi costruisce un discorso in gran parte propagandistico, e congenitamente nutrito di menzogne. E soprattutto : pericoloso. (Mentre, si badi bene, sempre più si fa silenzio sulla lotta di liberazione contro il nazifascismo)

La parola “patria” è, francamente, impronunciabile, e di fatto – fateci caso – pronunciata di preferenza con in sottofondo un rumore aggressivo di eserciti in movimento : emana un lezzo di sangue rappreso ; così, esser “fieri” di avere una nazionalità piuttosto che un’altra, di essere in altri termini nati “per caso” che so in Francia, in Canada, o in Italia ha sempre qualcosa di insulso – e potenzialmente pernicioso. Tanto più pernicioso in Italia, il cui itinerario, come la storia ci insegna, è in questo senso disseminato di trappole. Per dirlo ancor più radicalmente, con la folgorante intelligenza di Cesare Garboli : «L’italiano, se si sente italiano, diventa subito fascista».

Ora, in Italia è già successo un fatto paradossale : per combattere la criminalità organizzata (talmente organizzata che è arrivata persino in Parlamento), e questa destra, molti di noi, a sinistra, hanno dovuto smettere di esser garantisti, facendosi paladini di una serie di misure legali (per es. le intercettazioni, o l’uso dei pentiti nei processi) che negli anni sessanta e settanta ci sembravano odiose, di destra, e degne di un regime totalitario, non di una democrazia. È lo stato d’emergenza, si è detto, siamo in lotta contro una quasi dittatura, con un viluppo inestricabile fra criminalità e potere, ed è lecito far ricorso a una legalità “forte”. Sia (che vuol dire, per quel che mi riguarda, che ho finito con il convincermi che tale ricorso fosse un male necessario – anche se da maneggiare con cura, e sempre che non ci si scordi che trattasi di uno stato d’urgenza, d’eccezione, e nella speranza che duri meno che in Siria, dove vige da quasi 50 anni ! Sogno che l’Italia diventi una democrazia normale…)

¿ (El signo de interrogación izquierdo, como en español - es decir : attenzione, domanda !!! >>>) Nello stesso modo, adesso, dovremmo combattere il nazionalismo della Lega, piccino, opulento, aggressivo, facendoci nazionalisti anche noi, anche se in scala più grande e magari più compassionevole, aperta, “moderata” ? No, qui proprio non ci sto, e non per schifiltoseria ideologica – ma perché questo mi sembra portare dritti a una sicura sconfitta, di fatti e di idee : è un vicolo cieco. È invece necessario, a me sembra, cambiare radicalmente aria e discorso, uscire dal nazionalismo, da qualunque nazionalismo, affermare con coraggio che un’altra strada, un altro mondo è possibile, riimparare a parlare di Europa, ricordare che fummo – proprio perché italiani – anche francesi, spagnoli, ebrei, arabi, normanni, greci, albanesi... e imparare a guardare al Mediterraneo, di cui l’Italia è al centro, con speranza e simpatia prima che con terrore. Molti dei ventenni che oggi girano con l’Erasmus (che, anche se indecente dal punto di vista economico, è una delle rare belle invenzioni “europee” dell’Europa) già lo sanno, anche se spesso non tornano in Italia a raccontarlo, ma preferiscono fermarsi in Francia, in Germania, in Spagna, in Olanda... Come dar loro torto ?

Last but not least. La bandiera, anzi: il Tricolore. Che oggi, “alla Benigni”, va di moda a sinistra (sempre, è ovvio, in chiave anti-Lega), e lo si sventola, e lo si issa fuori dalla propria finestra, che, come mi scrive da Venezia con amaro umorismo l’amico E., neanche la fatidica notte di Italia-Germania circondati dai fascisti al Lido ci era successo in cotal misura... Ma già, da quella mitica notte del 4 a 3, all’Azteca, sono passati 40 anni, e sembrano secoli.

Allora, a sinistra, andavano di moda le bandiere rosse, e nei cortei si fischiavano le rare bandiere italiane. E non lo dico certo con la testa girata all’indietro, sul modo del rimpianto – sentimento che non mi appartiene, quando cerco di ragionare da storico. Lo dico guardando avanti, perché sono convinto che solo una prospettiva internazionalista, e per cominciare europea, e transculturale, possa servire da antidoto ai risorgenti nazionalismi nostrani, e ridare un po’ di colore alla nostra spaurita sinistra.

E proprio a voler risfoderare Manzoni come l’ultima arma segreta, piuttosto che quello (diciamolo) mediocre delle sue più mediocri poesie, quelle che ci hanno fatto imparare a memoria a scuola per esaltare la Cara Italia («... dove ha lacrime un’alta sventura, non c’è cor che non batta per te»), e che ho recentemente riincontrato – non è incredibile ? – nelle pagine di diversi giornali progressisti, si rispolveri eventualmente quello sublime e profondamente europeo dei Promessi sposi, nel contempo innamorato dell’Italia e attento conoscitore dei suoi sempiterni difetti.

Per contrastare nel profondo la Lega, e insieme a questa, la peggiore destra che abbia mai governato il Paese.

(Spero di non aver bisogno di dire quanto io ami l’Italia: sono i luoghi e i tempi della mia infanzia e giovinezza, i primi amori, la mia lingua madre, alcuni degli amici cui sono più fedele, l’Opera, Toto’, le partite a scopa in un baretto di fronte al mare, l’odore delle panelle, minchia Pozzallo.... Per dirla con la lingua tedesca non Vaterland, patria di sangue e territorio, bensi Heimat, luogo intimo della memoria, che non guerreggia né esclude. O anche, per chi lo preferisce: tango, nostalgia que se baila, ricordo di un luogo mitico e felice, a cui si vorrebbe comunque tornare, tanto più che, forse, non è mai esistito, al di fuori della gioia di ritrovarlo scherzando, parlando, fra amici...)

...

p.s. Erri de Luca tira via per Le Monde (15/03/11), come di corsa, un inverosimile articoletto di “riflessione” sul tramonto – causa vergogna berlusconiana – dell’epoca in cui si poteva essere “fieri” di essere italiani, con il cinema o la moda al posto dei grandi pittori, cari a Benigni. Nous ne sommes plus fiers d’être italiens, dice. Cosa gli abbia preso non so, forse i famosi “150” sono arrivati, a sinistra, come una nebbia.

Giuseppe A. Samonà

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Roberto Benigni a San Remo 2011 - L’Inno di Mameli


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