Altritaliani
Verso il referendum sul contratto

Fiat Mirafiori : la resa dei conti

giovedì 13 gennaio 2011 di Carlo Patrignani

Va in scena una brutta pagina per l’economia italiana, con interpreti, ostinati o balbettanti ed un governo ancora una volta assente.
L’aut, aut di Marchionne per la Fiat senza nessuna concertazione nemmeno con la Confindustria dimostra l’assenza di un progetto per lo sviluppo economico in Italia. Un sindacato diviso e lacerato si appresta, incapace di leggere l’evoluzione della società italiana, a cancellare anni di conquiste sociali, Statuto dei lavoratori incluso.

Non è la prima volta che la Fiom, la categoria d’avanguardia per antonomasia della Cgil, si alza dal tavolo, sbatte la porta e denuncia congiure ai suoi danni. Fu nel 1969 quando per la prima volta nella storia sindacale italiana arrivò la rivoluzionaria conquista, per quei tempi, del contratto collettivo nazionale di lavoro (ccnl) dei metalmeccanici, che si trovano assieme le tre sigle sindacali: Fiom, Fim, Uilm.

Fu grazie a tre ’riformatori’, Bruno Trentin, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, che si pose fine ai contratti di lavoro territoriali e settoriali: i tre dirigenti sindacali seppero imprimere una grossa innovazione alle relazioni sindacali in Italia. ’Riformatori’ incalliti erano accumunati da una stima, un feeling ed un’amicizia solide con l’Ingegnere ’acomunista’ Riccardo Lombardi, che nel 1958 rifiutava il concetto di "forza produttiva del lavoro: il lavoro in quanto riducibile al prodotto del lavoro (come altro potrà misurarsi la forza produttività del lavoro se non in termini di prodotto?) ridiviene un feticcio" e ammoniva: "qualsiasi tentativo di definire la finalità della scienza economica che prescinda dal concetto di ’alienazione’, è destinato alla sterilità". Poi, nel 1961, pose l’obiettivo di "una società ricca perché diversamente ricca" da perseguire con ’le riforme di struttura’, per cambiare, riformare dall’interno, il modello capitalistico.

- Ineccepibile Sergio Marchionne, “imprenditore illuminato” nel 2006-2007 secondo certa sinistra radicale che oggi lo definisce ’liberale’ e lo vede come un pericolo per la democrazia, quando dice: "abbiamo il dovere di stare al passo con i tempi e di valorizzare tutte le nostre attività. [.] Se al referendum vincono i no, non faremo alcun investimento. A Mirafiori, Fiat non ha lasciato fuori nessuno se qualcuno ha deciso di non firmare non significa che io abbia lasciato fuori qualcuno: abbiamo bisogno di libertà gestionale". Ed ancora: "La Fiat è capace di produrre vetture con o senza la Fiom". Infine sul piano ’Fabbrica Italia’ più volte annunciato: "Non ho chiesto io ai sindacati e allo Stato di finanziare niente. E’ la Fiat che sta andando in giro per il mondo a raccogliere i finanziamenti per portare avanti il piano. Andate in giro voi (rivolto ai sindacati) a prendere i soldi". Marchionne che fa bene il suo mestiere riferisce tutto cio’ che sarebbe imposto all’evento moderno della ’globalizzazione’.

Che dire allora delle varie compagnie che nel 1600 si radunarono nel cartello "Compagnie delle Indie" per organizzare i loro traffici commerciali in giro per il mondo? E dei banchieri Toscani e Veneti e di quelli Piacentini che dal ’400 imposero a tutti un modello che ancora oggi "impera", magari anche a Wall Street e nella City e in Vaticano? E dei finanziatori delle Crociate? E della via della seta battuta da Marco Polo? In nessuno dei casi citati si aveva disponibilità di Pc, Notebook, Ipod, i-Pad, o Tablet, e "capitalismo" non era parola usata nel linguaggio corrente, ma..."la dura legge del mercato globale", ormai assunta come riferimento un po’ da tutti. Di fronte all’irrompere sulla scena del "sistema Marchionne" è penoso assistere al balbettio della classe dirigente: si può esser d’accordo con Stefano Rodotà per il quale ci si sta spalancando innanzi un "ritorno al Medioevo delle relazioni industriali", per cui, in barba all’articolo tre della nostra Costituzione che parla di "pieno sviluppo della persona umana" si mira al più "pieno sviluppo della persona giuridica".

In base al piano dunque negli stabilimenti Fiat si lavorerà di più, più intensamente, con pause ridotte al minimo e con qualche euro in più sulla busta paga. Produttività ’über alles’, per poter essere competitivi: è lo slogan di Marchionne, ma anche di altri imprenditori, come Paolo Scaroni ad dell’Eni, il maggior gruppo industriale italiano, di cui il Ministero del Tesoro è pero’ l’azionista di maggioranza. Niente di nuovo sotto il sole, si dovrebbe dire: ieri poteva essere, anzi era "la forza produttiva del lavoro", oggi, in epoca moderna di globalizzazione, è semplicemente "produttività", per cui in un certo lasso tempo bisogna produrre un certo numero di auto. E il capitalismo pare scomparso, evaporato nelle analisi e nei commenti.

Ovvio che uno schema del genere presenta in se risvolti negativi e pesanti sul singolo lavoratore al quale vengono ridotti diritti e tutele ma in cambio viene assicurato il posto di lavoro e una paghetta suppletiva. E per di più non è neanche uno schema innovativo o moderno che dir si voglia: le ristrutturazioni fatte in Italia non solo nell’industria automobilistica (la Fiat) sono state sempre contrassegnate da questo ’scambio’ che laddove il sindacato ce l’ha fatta unitariamente a contrattare (vedi il comparto chimico o tessile) ha molto limitato danni e svantaggi per il mondo del lavoro, laddove invece non ce l’ha fatta unitariamente a contrattare (e quasi sempre alla Fiat) danni e svantaggi per il mondo del lavoro sono stati maggiori per cui nel corso del tempo non è un caso che al Nord la Lega (e in misura minore il centro-destra) abbia raccolto tanti consensi proprio tra i lavoratori metalmeccanici. Ed e’ stata proprio la Fiom a denunciare qualche anno fa il lento ma costante passaggio di consensi dei suoi iscritti alla Lega. Esempi anche eclatanti in proposito non mancano.
Che altro è stata la vertenza Fiat dei ’35 giorni’ del 1980 se non la disfatta di un gruppo dirigente, i ’sandinisti’ di Claudio Sabattini, che pero’ travolse l’intera Fiom dopo l’occupazione ostinata degli stabilimenti, ’i picchetti’ ai cancelli di Mirafiori per non far entrare chi voleva lavorare in barba al diritto di sciopero sancito dalla Costituzione, fino al noto comizio di Enrico Berlinguer che assicurò il sostegno incondizionato del Pci? Che altro è stata la vertenza Fiat con l’accordo separato del 1988 quando amministratore delegato dell’azienda era Cesare Romiti che per la prima volta introduceva il salario variabile, se un tirarsi fuori da parte della Fiom? Si potrebbe anche forzando la mano inserire l’accordo separato del 1984 che tagliava un punto di scala mobile stipulato dal Governo Craxi con Cisl ed Uil mentre la Cgil dichiarò ’il non possumus’ per la contrarietà del Pci di Berlinguer che poi nel 1985 promosse il referendum perdendolo. Chi poi tagliò definitivamente la scala mobile fu nel 1993 Bruno Trentin, segretario generale della Cgil, che dopo la firma si dimise dalla carica.

Questo per dire che oggi non ci si trova di fronte ad una novità ne’ da parte dell’imprenditoria, più o meno illuminata secondo una certa sinistra radicale, ma sempre imprenditoria è con le sue ferree regole della produttività ’über alles’, dello scambio consociativo tra più lavoro, meno pause, meno tutele sul lavoro, meno diritti e posto certo con qualche spicciolo in più. Ne’ tanto meno da parte di un’avanguardia che in fatto di proposte e idee ha ben poco di bagaglio ’rivoluzionario’ e molto di ’conservazione’, di ’posizione di rendita’ o altrimenti di ’pronto uso’ all’occorrenza per distinguo politici e di componente interna al Pd, magari per sparare pallettoni contro Pier Luigi Bersani.

Costituire comitati o associazioni vicine e prossime alla Fiom di Maurizio Landini che dice uno dietro l’altro ’No’ all’illiberale Sergio Machionne, ’No’ alla ’riformatrice’ Susanna Camusso, ’No’ al Referendum, che altro è se non (visti i partecipanti, ex-sindacalisti Cgil passati in politica con non brillanti risultati e qualche intellettuale ormai d’epoca) rimettere in scena per l’ennesima volta la commedia dei ’duri e puri’ che ha prodotto più disastri e macerie che non cambiamenti reali nel modo di lavorare, nella distribuzione delle ricchezza, nella crescita della qualità della vita, lasciando cosi’ che proceda e vada avanti l’idea che gli esseri umani sono solo esseri giuridici e numeri.

Questo modello ascrivibile a Marchionne lo si ritrova anche in altre grandi aziende, come l’Eni, il cui azionista di maggioranza è il Ministero del Tesoro, che pero’ a differenza della Fiat gode del silenzio assoluto: i suoi programmi dispendiosissimi li attua senza la luce dei riflettori e l’amplificazione fastidiose dei media. Il risultato tragico di abbandonare il confronto (alla Fiat) o di non iniziarlo e chiederlo neanche (all’Eni) lascia spazio alla logica del "più forte". A chi pensa ancora al socialismo come ’progetto possibile dell’uomo’ e tiene a mente l’Utopia di Lombardi di "una società diversamente ricca" da costruirsi perché si arrivi ad una "società che riesca a dare a ciascun individuo la massima possibilità di decidere la propria esistenza e di costruire la propria vita", non sfugge che, per dare il giusto nome alle cose, è il "capitalismo" il sistema da riformare dalle radici, introducendo elementi certi di "democrazia industriale".

Carlo Patrignani

(foto di Sergio Marchionne e di Susanna Camusso, Segretario generale della Cgil)


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