Altritaliani
Il dovere di ricordare

Il giorno assassino: Il terremoto del 23 novembre 1980.

Racconto e reportage fotografico di Flavio Brunetti.
domenica 23 novembre 2014 di Flavio Brunetti

Oggi ricorre l’anniversario del tremendo terremoto dell’Irpinia che costò la vita ad oltre tremila persone. Sono passati oramai trentaquattro anni da allora, ma quella tragedia ancora brucia dentro. Dopo di essa il terremoto di San Giuliano di Puglia, in Molise, quando una scuola elementare crollò e ammazzò ventisette bambini. Seguì il terremoto dell’Aquila e tra le vittime ancora studenti uccisi da strutture scolastiche. Qualche giorno fa ad Isernia è ancora crollata la parte di un solaio dell’Istituto Magistrale e solo per caso quei mattoni non hanno ancora ammazzato studenti. Il racconto di Flavio Brunetti “Il giorno assassino” è perciò attualissimo e noi lo riproponiamo ai nostri lettori.

Trentaquattro anni, oggi, sono passati. Oggi, sono trentaquattro anni da allora. Un giorno fantastico. Di novembre. Il 23 novembre. Maniche corte e campagna, arrosti e vino all’aperto fino alla sera. Un giorno incredibile, bello, un regalo d’autunno. Ma quel giorno straniero, venuto da terre lontane, a tradimento, nascose il suo sole bugiardo e mostrò il volto assassino. La sera la terra tremò. Tremila morti. Novemila feriti. Trecentomila sfollati.
Poi, il giorno straniero, l’assassino, partì. Tornò il freddo. Dal cielo cadde la neve a imbrattare i resti di quei poveri morti. Le case, macerie di fango. Le strade, sirene spiegate. Le piazze, pianto dei vivi. I bimbi, spaventati pulcini. Le chiese, sacrari deserti.

Il centro di Avellino dopo il terremoto del 23 novembre 1980 ©Flavio Brunetti

Le nuove parole

La gente del sud, anche la più semplice, quella per cui il linguaggio è solo dialetto incompreso, imparò nuove parole e nuovi nomi:
Lesioni. Sisma. Onde. Mercalli. Distacchi. Richter. Martellamenti. Solai. Travi. Pilastri. Agibilità. Giunti.
E non c’erano altre parole nei dialetti dei semplici che significassero quei vocaboli sconosciuti. Eppure di terremoti, nel Sud, ce ne erano stati, in passato. Stragi di popolo. Ma le parole che raccontavano quei guai erano morte nel tempo. Nessuno più le usava. I terremoti si scordano presto. I guai si gettano subito, via, nell’oblio. E i terremoti fanno paura solo quando ci sono. Pochi mesi e si scordano. Vince la voglia di continuare. Tornano presto i cavalieri di sempre, più vittoriosi che mai: l’interesse, la fretta, il risparmio.
Quei giorni di trentaquattro anni fa, invece, c’era tanta paura. Tremila morti scuotono gli animi.

Volere capire

Ma la voglia, di tutti, di conoscer le cose, di capirle anche tecnicamente, per far meglio, viveva con lo spavento. Ed erano, quelli che chiedevano, quelli che s’informavano, quelli che non si spiegavano il perché, persone di tutti i tipi: l’impiegato e la casalinga; lo studente e la puttana; il camorrista e il vecchio abbandonato da solo in un appartamento vuoto; l’operaio e l’avvocato.

Sfollati dal paese di Solofra in Napoli dopo il terremoto del 23 novembre 1980 ©F. Brunetti

Tutta gente che incontrai nel migliaio di case di Napoli dove fui mandato, come ingegnere, a verificare i danni e giudicare se quelle dimore fossero ancora abitabili. Le persone erano tutte affamate di capire il perché e il per come.

L’appartamento dei pazzi

Un appartamento era una specie di manicomio. Là dentro ci stavano i pazzi. Malati di mente, che una struttura privata e clandestina accudiva dietro pagamento dei parenti di quelli. Quando entrai con i miei attrezzi si incuriosirono, i pazzi, e mi seguivano passo su passo, stanza dietro stanza. Io, con la mia scalpellina, rimuovevo l’intonaco sulle lesioni alle travi e ai pilastri e, per verificare se la struttura avesse subito danni gravi e la qualità del suo calcestruzzo, pulivo la polvere su essa, prima con un pennello più grande poi grattavo il cemento e, passando ad un pennello più piccolo e spruzzando aria con il soffietto, rifinivo l’operazione. Poi guardavo con attenzione l’insieme delle strutture portanti e il particolare del danno. Infine prendevo lo sclerometro e percuotevo il calcestruzzo con un colpo sonoro che rimbombava in tutta la stanza.
- Questo sì che è un bravo medico! – Esclamò, a sentire la botta, uno di quei prigionieri lì dentro, tutto compiaciuto ed entusiasta del mio operato e aggiunse
- Questo medico è bravo! non il dottore che viene qua, che ti fa la siringa e se ne va subito subito, senza guardare niente.
Anche quei poveri cristi rinchiusi lì dentro, chissà da quanto tempo, volevano capire come e cosa si può fare perché un terremoto non ammazzi più la gente.

Nelle case di Napoli dopo il terremoto del 23 novembre 1980 ©F. Brunetti

La paura passò

I mesi passarono e la paura piano piano passò. Per riparare i danni del terremoto si cominciarono ad usare trapani con lunghissime punte massicce per perforare i muri e ricucire lesioni e distacchi. Ma fu proprio in quei mesi che i napoletani cominciarono ad appiccicare balconi alle travi delle case popolari. C’erano ditte abusive specializzate. Arrivavano col trapano, che avevano imparato ad usare con il terremoto, e con quello bucavano le travi di cemento sotto le finestre, ci infilavano i ferri in malo modo e poi, ci appiccicavano un nuovo balcone. Una cosa assurda e pericolosa. Quelle travi non erano state calcolate per portare quel peso! ... e bucandole in malo modo per infilarci ferri e putrelle venivano irrimediabilmente danneggiate. Il terremoto non è più tornato a Napoli, e non sia mai!... (facciamo le corna!)... che sarebbe di quelle migliaia e migliaia di balconi abusivi e appiccicati alle travi? Ma quando li appesero a quelle povere travi la paura del terremoto già era passata.

In Molise

La paura è passata anche qui nel Molise, la terra dove dormono gli Angeli di San Giuliano di Puglia.
Fu una scuola. Una scuola pubblica. Dell’obbligo. Una di quelle, dove se non ci mandi tuo figlio vai, tu, in galera. Commetti un reato. Questa è la legge di Stato.

I pollai

Dopo il terremoto del 2002 si affrettarono subito a chiudere moltissime scuole in quasi tutto il Molise. Furono chiuse le scuole e montati i pollai e lì dentro si faceva lezione. Molti di questi vergognosi pollai, che si misero su, sono ancora oggi le scuole pubbliche del Molise. Lo so perché ci sono andato.

Boiano nel Molise La scuola baracca dopo il terremoto del 2002 a tre metri dal treno ©Flavio Brunetti

A Boiano le baracche furono montate a tre metri dai binari della ferrovia. Tra una poesia di Leopardi e una di Pascoli, tra un’equazione di primo grado e il teorema di Pitagora, ci passava il treno! Un paio di anni fa, un chilometro dopo le baracche-scuola il treno, distratto, deragliò! E se fosse deragliato un chilometro prima andando a sfondare i pollai delle lezioni?
A Limosano il pollaio, chiuso solo qualche settimana fa, era anche una chiesa. Si faceva lezione tra le statue dei Santi. I Santi danno molta fiducia ai ragazzi. Ad essi si raccomandavano la mattina gli studenti che non avevano studiato.
Per non essere interrogati.

Dopo l’Abruzzo

Dopo l’Abruzzo, la paura tornò.

L’Aquila - Chiesa di San Pietro a Coppito - XIII Secolo - 8 aprile 2009 ©F. Brunetti

Qualche scuola, qui nel Molise, i ragazzi e i genitori, si fece sentire. Qualcuna soltanto. Ora quegli studenti li hanno spostati in altre strutture: in un capannone industriale trasformato in Liceo e in altre che non sono antisismiche, sono uguali alla scuola di prima. Ma va bene così. Bastava che passasse la paura. E che la paura non fosse venuta a tutti quegli altri studenti che la paura ancora non avevano.
Sono passati quasi dieci anni da quando una scuola dello Stato ha ucciso i nostri Angeli, i nostri ventisette bambini, e le scuole Italiane ammazzano ancora i nostri figli.

Vergogna!


- 9 marzo 2006. Ad Ossi in Sardegna crolla un solaio vecchio di 50 anni della scuola elementare. Quattro bambini di prima elementare, feriti, sono vivi per caso.
- 13 novembre 2008 - Una decina gli alunni intossicati all’Isiss Giordano di Venafro. E l’intossicazione dovuta al mal funzionamento degli impianti continuerà a ripetersi per giorni. Ma i ragazzi, a cui inizialmente nessuno aveva creduto, si sono tutti salvati.
- 22 novembre 2008. Liceo scientifico Darwin a Rivoli – Torino - Vito Scafidi, studente di 17 anni, muore sotto il crollo di un solaio della sua scuola.
- 6 Aprile 2009 – L’Aquila ore 3 e 30 – Crolla la “Casa dello studente” – Muoiono otto studenti che vi alloggiavano. Inascoltate, per settimane, le proteste e le ripetute segnalazioni di pericolo degli studenti che abitavano quell’edificio.
- 17 novembre 2014 - Istituto Magistrale - Isernia - Crolla parte di un solaio al secondo piano precipitando sul pavimenti mattoni e calcinacci. Menomale che gli studenti erano in altre aule.

Gli studenti

Gli studenti sono la forza del nostro futuro. Sono il bene più prezioso che abbiamo. Il nostro avvenire sono loro, i nostri studenti, e noi non valiamo nulla senza di loro. La nostra cultura si specchia nel sapere dei nostri studenti. Bisogna amarli, ma amarli davvero, quei ragazzi un po’ spaventati di crescere. Bisogna capirli e tenerseli stretti. Stretti sul petto. Non sono i nostri nemici, i nostri schiavetti. Sono la parte migliore di noi.

La scuola baracca di Boiano nel Molise dopo il terremoto del 2002. Le finestre di un’aula ©Flavio Brunetti

Quel padre

Quel padre, mio amico, che ha perso il figlio più dolce tra le macerie dell’Aquila era orgoglioso dei lavori che si stavano facendo a Boiano per adeguare le scuole. Aveva sul suo computer, sul desktop, l’immagine di una scuola del suo paese resa antisismica. Irrobustita con grossi setti e nuove travi di calcestruzzo. E ne andava orgoglioso. Ne era felice, non per lui, ma per i ragazzi del suo paese, che sarebbero stati sicuri là dentro. Quel padre mi portò a vedere anche la scuola nuova di Boiano dove sarebbero andati i ragazzi che ancora andavano a fare lezione nelle baracche attaccate alla ferrovia.
In lui, in quel padre, c’era una gioia, una gioia e un orgoglio per quelle nuove scuole sicure che non riesci a descrivere.
Invece il figlio, che era andato a L’Aquila a studiare... a studiare... è morto tra le macerie di una casa crollata. Il figlio più bravo, più soave, più delicato è morto per andare a studiare.

Il Cielo in una stanza. Da una mansarda de L’Aquila l’8 aprile 2009 ©Flavio Brunetti

Racconto e foto di Flavio Brunetti

Articolo pubblicato su Altritaliani.net il 23 novembre 2010, aggiornato 4 anni dopo, il 23 novembre 2014.


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Flavio Brunetti, ingegnere e artista eclettico

25 novembre 2010
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