Altritaliani
Intervista a Stefano Fassina, responsabile economico del Pd

Il Pd: Ripensare l’economia alla luce del pensiero di Riccardo Lombardi

venerdì 1 ottobre 2010 di Carlo Patrignani

Rigore e crescita possono stare assieme attraverso le ‘riforme di struttura’ e una seria politica industriale che ridia allo Stato il ruolo-guida dell’economia rimettendo al centro la politica dell’occupazione e del lavoro.

"Certo che siamo interessati a raccogliere e sviluppare la lungimirante intuizione di Riccardo Lombardi del 1967, ‘i socialisti vogliono la società più ricca perchè diversamente ricca: è il tipo di benessere, il tipo cioè di consumi che noi vogliamo cambiare...’ L’accoglienza positiva tributata alla Festa Democratica di Roma e a quella Nazionale di Torino del libro (‘Lombardi e il fenicottero’ ed. L’asino d’oro) non è stata affatto casuale”.

Inizia cosi’ l’intervista a STEFANO FASSINA, responsabile economico del Partito Democratico, nella elaborazione e definizione del ‘nuovo progetto di societa’ per ‘risvegliare’ l’Italia posto da Pier Luigi Bersani.

Il Pd, dunque, assume anche Riccardo Lombardi tra i suoi referenti storici?

“Il pensiero economico autonomo di Lombardi rispetto alla cultura dominante di quegli anni, è quanto mai attuale. Se pensiamo – risponde l’ex vice-ministro all’Economia dell’ultimo Governo Prodi - al rapporto ‘pubblico-privato’ e alla necessità inderogabile di una sua ridefinizione rispetto a quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, il primato schiacciante del mercato, allora Lombardi ci offre spunti interessantissimi da recuperare”.

Come, ad esempio, il ruolo dello Stato nella direzione dell’economia del Paese: ruolo-guida che si è praticamente perso per lasciare campo libero al mercato, che si sarebbe autoregolamentato da solo?

“Esattamente. Guardiamo al peso enorme che hanno assunto gli istituti finanziari in generale: hanno acquisito un potere enorme globale e sempre più difficilmente regolabile dalla politica – osserva Fassina - Ritengo più che giustificati e legittimi gli sforzi di una regolamentazione nazionale e soprattutto sovranazionale, perchè ci sia da parte degli operatori finanziari più sostegno all’economia reale: la vocazione ai profitti di breve periodo deve lasciare il posto alla crescita dell’economia reale, all’occupazione. Quindi, meno speculazione finanziaria e più investimenti produttivi”.

Si tratta come aveva ipotizzato l’Ingegnere ‘acomunista’ di ‘cambiare i pezzi della macchina senza bloccare il motore’, attraverso le ‘riforme di struttura’, o, come le chiama lo storico inglese Paul Ginsborg, ‘cumulative’, per aprire e conquistare nuovi spazi di democrazia?

“Si’, si tratta di cambiar rotta, ossia attivare un circolo virtuoso tra rigore e crescita e cio’ puo’ avvenire attraverso le riforme strutturali, la politica industriale, la distribuzione del reddito. A tal fine, un contributo rilevante è la riforma del fisco – precisa l’economista - E’ fondamentale sostenere le imprese negli investimenti: nelle proposte che stiamo mettendo a punto per l’Assemblea Nazionale dell’8 e 9 ottobre si prevede un radicale cambiamento della tassazione del reddito di impresa, di lavoro autonomo e professionale. In particolare, per favorire la patrimonializzazione delle imprese e delle attività professionali, in una fase di scarsa liquidità e di difficoltà di accesso al credito, si porta a zero l’aliquota sul reddito o gli utili re-investiti in azienda”.

La vostra attenzione è rivolta al sistema produttivo, dove tiene banco di questi tempi la questione Fiat.

“E’ certamente questa per una forza riformista la grande sfida che abbiamo davanti a noi e la Fiat è una questione prioritaria in tal senso che non può esser giocata e risolta nel rapporto tra proprietà, management, lavoratori e loro rappresentanti, ma deve trovare un referente autorevole nella politica industriale per l’auto che però in questo Paese non c’è: manca una politica industriale di sostegno e direzione che altrove, Usa e/o Germania, Obama e la Merkel hanno messo in atto. Da noi non solo non c’’è traccia di politica industriale, ma neanche c’è il Ministro competente: abbiamo un Ministro del Lavoro che pensa di poter risolvere tutto con la compressione dei salari e dei diritti sindacali”.

Avete contestato il ‘Collegato lavoro’ del Ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi…

“Contiene una linea di compressione dei diritti sindacali: un testo – chiarisce Fassina – fatto di norme pesanti e regressive per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici”.

Quella di Sacconi è ’un ribaltamento dell’opera che negli anni ‘60 e ’70 persegui’ Lombardi: nel 1962 chiese di mettere all’ordine del giorno del primo governo di centro-sinistra guidato dal dc Amintore Fanfani lo Statuto dei diritti dei Lavoratori, poi una incisiva politica dell’occupazione con la riduzione dell’orario di lavoro, il diritto per i lavoratori alla formazione continua per migliorare la qualità della vita, che trovo’ ampi consensi dalla Fiom di Bruno Trentin alla Fim di Pierre Carniti?

“Certamente, e non è casuale che Sacconi, come Brunetta e Tremonti, tutti e tre socialisti, si comportino e facciano l’esatto contrario di quanto fece Lombardi - risponde Fassina - Nel Psi si sono sempre confrontate e fronteggiate due impostazioni: una di sinistra, quella autonoma e alternativa di Lombardi, l’altra di destra che oggi ben si ritrova nel berlusconismo e nella politica economica del Governo”.

Il Pd, allora, vuole riprendere in mano questa impostazione fortemente riformatrice e non genericamente riformista, dal momento che come lei stesso sostiene l’ordine economico e sociale in costruzione non regge, è troppo squilibrato e la crescita rimane anemica e senza occupazione, per cui, è compito dei riformisti riorganizzarsi su basi sovranazionali per evitare le sciagure del passato?

“Esattamente, per questo siamo interessati all’impostazione di Lombardi e il suo pensiero economico autonomo ci offre molti spunti su cui riflettere: soprattutto – rimarca Fassina - alla sfida dell’egemonia neoliberista”.

Diversi segnali il leader del Pd, Pier Luigi Bersani li ha già mandati: i capisaldi del progetto nuovo del Pd per ‘risvegliare’ l’Italia sono il lavoro, le riforme per la crescita, la lotta alla precarietà, in particolare dei giovani.

“L’obiettivo della riforma è correggere – mi interrompe Fassina - l’aberrazione italiana del costo del lavoro: un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile. Noi puntiamo alla convergenza del costo del lavoro su un livello intermedio tra quanto oggi pagato in un contratto standard e un contratto low cost. Poi salario minimo, riforma degli ammortizzatori sociali, regole per la democrazia nei luoghi di lavoro, statuto dei lavoratori autonomi, professionisti e piccoli imprenditori. Sul fisco, una riforma di sistema nella quale inserire un vero federalismo fiscale”.

Ultima domanda: il Pd è messo sotto pressione sia dall’interno (Veltroni e i 75) che dall’esterno (l’autocandidatura di Vendola) per le primarie, per le prossime elezioni del 2013 o eventualmente anticipate.

“Non credo nell’Uomo del Signore o della Provvidenza – taglia corto Fassina - che risolve i problemi dell’umanità: credo invece nel gioco di squadra, nel collettivo, nella definizione di un progetto e di un programma collettivo. In tal senso sono d’accordo con quanto detto da Bersani che è il nostro leader e il nostro candidato Premier quando mette nell’agenda politica al primo posto il confronto sul programma o sul progetto di società e poi la coalizione che lo deve sostenere e portare avanti. Non si puo’ capovolgere questo schema: prima vanno definite le proposte programmatiche di alternativa al Governo e poi viene la coalizione e chi deve guidarla”.

Come dire, il Pd di Bersani è pronto e preparato ad un confronto largo ed ampio con le altre forze politiche per costruire l’alternativa a Berlusconi: e il primo appuntamento in tal senso è l’Assemblea Nazionale dell’8 e 9 ottobre prossimi.

Carlo Patrignani


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