Altritaliani

Nomadismo e deportazioni di Rom: Maria davanti alla “mia” chiesa.

sabato 18 settembre 2010 di Armando Lostaglio

La pagina nera che sta scrivendo la Francia con le deportazioni dei Rom rischia di estendersi in Italia e in Europa. Alla base di tutto, l’ignoranza e la diffidenza verso i diversi da noi. La testimonianza che segue non può lasciare in silenzio o indifferenti nessuno. Nei commenti all’articolo, risponde il filosofo Umberto Galimberti.

Sono giorni che si parla insistentemente degli zingari che il Presidente francese intende allontanare dalle proprie città, dai propri confini. Una quasi deportazione, ammonisce qualcuno. Giudizi favorevoli, contrastanti, carità cristiane e ordine pubblico. Diversificate e mai unanimi sono le posizioni.

Il pensiero va a Maria, giovane mamma macedone; se ne sta lì da anni ogni domenica, davanti ad una chiesa di Rionero (Basilicata), a farci sentire il senso di colpa di essere nati in una nazione che loro, nonostante tutto, invidiano. Siamo agiati noi, sebbene trasciniamo addosso tutti i problemi atavici che la storia ci ha destinati. Se ne sta lì Maria, spesso col suo giovane marito e un bambino. Il parroco offre loro sollievo, vivande e vestiario provenienti da parrocchiani di buona volontà. Loro parenti presidiano altre chiese e il cimitero, più affollato di domenica. Con la mano tesa. Proprio non riescono a mettersi in “regola” per un lavoro. Per questo, devono andar via da noi. E poi l’accattonaggio mette a nudo la nostra (presunta) civiltà. Infine, rubano.

“Gli zingari rubano, è vero, però io non ho mai sentito dire - non l’ho mai visto scritto da nessuna parte - che gli zingari abbiano rubato tramite banca. Questo è un dato di fatto.” E’ l’asserzione che Fabrizio De André lanciava provocatoriamente una ventina di anni fa, lui che ai Rom in particolare dedicava canzoni struggenti. Nel suo ultimo album Anime Salve dedica agli zingari una delle liriche più ricche di valori: Khorakhané. E’ vivo e solidale l’interesse del poeta verso il mondo dei diseredati, degli ultimi, degli zingari. Il pezzo è fondato sulla vita nomade dei Khorakhané, nome di una tribù Rom di provenienza serbo-montenegrina. De André, durante un concerto affermò persino che “i Rom sarebbe un popolo da insignire con il Nobel per la pace per il solo fatto di girare per il mondo senza armi da oltre 2000 anni.”

Parole coraggiose, dure verso la nostra modernità, eppure loro sono lì, da prima del Muro di Berlino, oggi persino comunitari, come i Rumeni. In quella canzone i Rom vengono rappresentati come individui senza una vera casa e per questo assolutamente liberi e privi di condizionamenti economici e sociali.

Il viaggio degli zingari non ha una meta, anzi, gli zingari non si preoccupano neanche di averne una. Il loro eterno peregrinare non ha uno scopo, ma fa parte da millenni del loro Dna.

Nel film di alcuni lustri fa, presentato a Venezia da Mario Soldini Un’anima divisa in due, si evidenzia la impossibilità di una integrazione sociale nonostante l’amore fra un giovane italiano ed una zingara. Vige il disagio di non saper lavorare o di rispettare un impegno di lavoro, ovvero sentire più dignitoso quell’allungare la mano e chiedere un aiuto, soldi magari. Tutto questo ci rende impotenti e forse a disagio con quella cultura del prendere-senza-dare. In quelle realtà urbane dove maggiormente si avverte la presenza di nomadi, ogni discorso pretestuosamente umanitario non attecchirebbe affatto, perché la sicurezza sociale è un valore ed una conquista che non andrebbero mai sminuiti, né patteggiati.

Eppure Berthold Brecht ci ricorda questi versi, scritti nel 1938: ogni commento è superfluo.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

di Armando Lostaglio


Fabrizio De Andrè - Khorakhanè


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