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Gastronomie et régions

La pizza napoletana patrimonio immateriale dell’umanità: premiata l’arte del pizzaiuolo.

venerdì 15 dicembre 2017 di Mario Carillo

Napoli, il Vesuvio, il sole, le canzoni, la tarantella, la pizza, il caffè…Parlarne si rischia l’accusa di tracciare un ritratto oleografico della città.
Eppure la pizza e l’arte dei pizzaiuoli napoletani, “una delle più alte espressioni identitarie della cultura partenopea”, sono dal 7 dicembre 2017 riconosciuti “patrimonio culturale immateriale” dall’UNESCO. Il distintivo dopo otto anni di negoziati con voto unanime nell’isola di Jeju, in Corea del Sud. Per la Campania, il secondo riconoscimento alimentare dopo la Dieta mediterranea.

«Vittoria, identità enogastronomia italiana sempre più tutelata nel mondo», ha dichiarato il ministro delle politiche agricole alimentari, Maurizio Martina.

Il verdetto della giuria internazionale: «Il know how culinario legato alla produzione della pizza, che comprende gesti, canzoni, espressioni visuali, gergo locale, capacità di maneggiare l’impasto della pizza, esibirsi e condividere, è un indiscutibile patrimonio culturale. I pizzaiuoli e i loro ospiti s’impegnano in un rito sociale, il cui bancone e il forno fungono da “palcoscenico” durante il processo di produzione della pizza. Ciò avviene in un’atmosfera conviviale che comporta scambi costanti con gli ospiti. Partendo dai quartieri poveri di Napoli, la tradizione culinaria si è profondamente radicata nella vita quotidiana della comunità. Per molti giovani praticanti, diventare Pizzaiuolo rappresenta anche un modo per evitare la marginalità sociale.»

L’evento è stato festeggiato in presenza del ministro Dario Franceschini, presso il forno del Casamento Torre nel Real Bosco di Capodimonte in uno dei giardini della reggia borbonica, dove sembra stata infornata la famosa pizza Margherita.

Siamo nel 1889 – si racconta - e la regina esprime il desiderio di una pizza napoletana. Viene invitato Raffaele Esposito (i cui eredi gestiscono l’attuale pizzeria Brandi di Via S.Anna di Palazzo, angolo via Chiaja).
A Capodimonte l’antesignano dell’antico mestiere preparò tre diversi tipi di pizza. Quali sono stati non si sa. Scartata la pizza cosiddetta “alla marinara” - non essendo opportuno preparare per la regina una pizza condita con aglio -, gli “storici” hanno ritenuto che le pizze predisposte in quella circostanza fossero condite: una con formaggio, olio e basilico, una con cecenielle (pesciolini); la terza pizza, infine, sarebbe stata inventata lì per lì con l’intenzione di Raffaele Esposito di rendere omaggio alla sovrana, utilizzando ingredienti dai colori della bandiera Sabauda: rosso il pomodoro, bianco la mozzarella e verde il basilico. La regina avrebbe gradito molto la pizza tricolore, che in suo onore fu battezzata pizza margherita.
Fu cotta nell’antico forno del ’700, sempre attivo, dove Sylvain Bellenger, direttore del parco, museo e pinacoteca più grande d’Europa, ha annunciato di indire una gara per la gestione di un ristorante-pizzeria proprio dove è nata la più famosa delle pizze, in questi giorni insignita dell’alto onore.

«Con il riconoscimento all’arte dei pizzaiuoli napoletani – ha dichiarato Vincenzo De Luca, presidente della Regione - la Campania si conferma la prima regione italiana al mondo per la sua produzione culturale agroalimentare. Sono loro, i pizzaiuoli, protagonisti di una tradizione che, dalla manipolazione di prodotti semplici quali l’acqua e la farina, realizzano veri capolavori dell’alimentazione che tutto il mondo ci invidia.»

Per festeggiare questo momento storico, l’Associazione Verace Pizza Napoletana e l’Associazione Pizzaiuoli Napoletani hanno chiesto ad un grande artista di realizzare una statua di bronzo, alta oltre 2 metri, da sistemare in una piazza centrale della città che diventerà il simbolo di questo importante riconoscimento mondiale.

Mario Carillo


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