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Cinema

Le spine del brigantaggio nel cinema italiano.

sabato 2 dicembre 2017 di Armando Lostaglio

Uscito di recente il film di Giovanni Brancale, «Le terre rosse», girato nell’area del Vulture in Basilicata, che si inserisce nel filone revisionistico iniziato da Germi nel 1952. Un’occasione per riparlarne dopo film che periodicamente hanno riproposto la spinosa questione di cosa fu e non fu il brigantaggio dopo l’unità d’Italia.

Girò anche in Basilicata, a Melfi, Pietro Germi il suo film Il brigante di Tacca del Lupo interpretato dal divo dell’epoca Amedeo Nazzari e da Cosetta Greco. Venne presentato alla 13ª Mostra d’arte cinematografica di Venezia, con un buon successo di critica. Il regista genovese rivisita con la sua consueta sensibilità quel Sud che risente della Questione meridionale, e sviluppa “una concezione del mondo come spazio smisurato, selvaggio, doloroso, un’idea di questo Paese come ibrido meraviglioso e straziante di natura e Nazione”.

Si può comprendere in questo concetto il viaggio filmico mediante sequenze di alcuni dei tanti film che hanno trattato del Brigantaggio postunitario. Al centro la figura leggendaria di Carmine Crocco (Rionero in V. 1830 – Portoferraio 1905), sempre in bilico per gli storici fra capobanda senza scrupoli strumentalizzato e vendicatore della atavica miseria dei contadini del Sud.

E citiamo, proprio per stemperare i toni e non sembrare forzatamente nostalgici o elegiaci, anche citazioni di un film americano del 1933 interpretato dai comici che più di altri hanno divertito le passate generazioni: Stanlio e Ollio, con il loro Fra Diavolo rivisitato da Hal Roach a mo’ di commedia musicale.

In una dimensione storiografica appare opportuno analizzare due film in particolare che evidenziano il ruolo del Brigantaggio nella storia del Cinema italiano: il già citato film di Pietro Germi, e Li chiamarono…Briganti!...” di Pasquale Squitieri.
E’ un neorealista bianco e nero “Il brigante di Tacca del Lupo” di Pietro Germi, affascinato dai primi epici film western americani: e così imposta il suo lavoro, che trae dal racconto omonimo di Riccardo Bacchelli degli anni ‘30. Anche Squitieri si rifà all’epica di Sergio Leone (cui dedica il film a dieci anni dalla scomparsa) con “Li chiamarono…briganti!”, e viene costruito (nel 1999) su una non estinta attitudine neoborbonica per la storia del maggior brigante meridionale, Carmine Crocco, e dunque dalla parte dei vinti. I suoi attori sono Enrico Loverso, (Crocco) Lina Sastri, Giorgio Albertazzi e Claudia Cardinale. Il film subisce un primo taglio censorio a seguito della descrizione del generale Cialdini crudele e sanguinario. Squitieri intende coniugare l’epica con un’idea d’impegno civile germogliata a destra ma poi declinata crepuscolarmente verso il ’68.

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Da Li chiamarono... briganti!

Con “Li chiamarono… briganti!” l’autore napoletano rilegge un antirisorgimento veemente e spiega come, rilevata la storiografia di Gramsci e Croce, il film sull’unificazione nazionale rimane piuttosto una invasione da parte dei piemontesi; pertanto, il regista napoletano ha voluto “usare l’immaginazione come memoria della storia”: dar voce a una rilettura della questione meridionale per capire il malessere e la mancanza di speranze del Sud, che da un secolo si è dissanguato con l’emigrazione. “Se avessero vinto loro, oggi si chiamerebbero Villa, Zapata, Che Guevara. Ma sono stati sconfitti e la Storia li chiama Briganti”. Queste le conclusioni di Squitieri. Beniamino Placido, saggista e scrittore, scriverà sulle pagine di Repubblica - ricordando i racconti di sua nonna di Rionero sull’odore dei briganti che provenivano dalla montagna - che se avessero vinto i borboni Crocco sarebbe stato l’eroe nazionale, invece lo è diventato Garibaldi, nonostante le stragi di Nino Bixio a Bronte.

Negli anni del dopoguerra, “Il brigante di Tacca del Lupo” di Pietro Germi del 1952 è immerso in un Mezzogiorno interno dove è ancora immaginabile la guerra ottocentesca, impressa nella memoria sociale come la vera Grande Guerra ancora lungo il confino lucano di Carlo Levi. A Germi, la novella di Bacchelli viene segnalata da un giovane Federico Fellini, che ne cura la sceneggiatura insieme allo stesso Germi e a Tullio Pinelli (discendente dal generale Ferdinando rimasto famoso per il suo ruolo nella repressione feroce del brigantaggio). Tra i due testi corre un’analoga memoria complessa sulla repressione del grande brigantaggio, guerra necessaria ma dolorosa che ha molti attori. Primo protagonista è un capitano dell’esercito italiano determinato a servire la patria del Risorgimento ancora nel Sud. Hanno il loro profilo i briganti oltre che legittimisti, e i bersaglieri impazienti alle fatiche della guerriglia dettata dal nemico insidioso su una terra ostile. L’articolata società locale appare nel suo insieme attonita dinanzi alle dinamiche di guerra civile scatenatesi nel suo stesso seno; insicure su come schierarsi le élite possidenti e l’istituzione municipale.
Su questo fondo resta anche lo sceneggiato televisivo L’eredità della priora di Anton Giulio Majano andato in onda su Rai Uno nel 1980. Basato sull’omonimo romanzo di Carlo Alianello, é ambientato in Basilicata.

O’ Re del 1989 scritto e diretto da Luigi Magni, vincitore di un Nastro d’Argento per i migliori costumi (Lucia Mirisola) e di due David di Donatello per il miglior attore non protagonista (Carlo Croccolo) e i migliori costumi. La vicenda del re Francesco di Napoli e di sua moglie Sofia (splendidi Giancarlo Giannini ed Ornella Muti).

Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato è un film del 1971 diretto da Florestano Vancini. Il film descrive gli eventi relativi alla strage di contadini di Bronte dell’agosto 1860, per mano di Nino Bixio, che hanno costituito l’ispirazione della novella di Giovanni Verga intitolata Libertà.

Girato nell’area del Vulture in Basilicata, tra Monticchio, Rionero e Sant’Arcangelo, Le terre rosse di Giovanni Brancale (2017), tratto dal romanzo “Il rinnegato” di Giuseppe Brancale. Un film in cui emerge lo spirito lucano, giocato sui due protagonisti: un mite Giuseppe (interpretato da Castano) dedito al sacrificio e mai rassegnato, ed un più sanguigno ed irruente "Sciacallo" (Truncillito) che si ribella ai soprusi violenti dandosi alla macchia con i cosiddetti briganti. La donna rimane ai margini ma la narrazione del film la comprende nella sua marginalità e nella sua ricchezza affettiva. Le scene ben costruite da Gaetano Russo esprimono eguale forza narrativa unitamente alla eccellente fotografia di Francesco Ritondale che si rifà talvolta ai toni caravaggeschi.
La regia accarezza tutti i suoi protagonisti, li conforta con mano paterna (come nell’indole dell’autore) conferendo a ciascuno la dignità che la storia ha soppresso spesso con violenza.

Una storia che si snoda nell’arco di un trentennio, a partire dalla Unità d’Italia fino alla fine del secolo, con i disagi causati dalle grandi migrazioni verso le Americhe, e i contadini costretti a darsi alla macchia: famiglie impoverite anche di risorse umane, prima ancora che di cose. Il film di Brancale riesce a compenetrarsi nelle microstorie degli umili, nell’accezione più pura, conferendo una dinamica di rispetto pur nella sofferenza e nel divenire che appariva disperato. Non si fa carico di assolvere questa o quella parte, si conforma ad una idea collettiva di solidarietà degli ultimi, mentre le vicende della macrostoria passano sulla loro testa lasciando talvolta macerie e sangue. Eppure è l’arrivo di un bambino, nella coppia di giovani, che lascia aperte le speranze che il futuro, nonostante tutto, diventa l’Orizzonte di Vita.

Armando Lostaglio


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