Altritaliani

Sergio Staino a Parigi: Le storie che ci ha raccontato.

mercoledì 15 novembre 2017 di Maurizio Puppo

Il disegnatore satirico Sergio Staino, che ha raccontato con Bobo e altri personaggi, l’Italia nei suoi ultimi 40 anni è stato ospite in Francia dove ha tenuto un incontro alla Sorbona, un altro presso il circolo PD di Parigi ed un terzo alla Libreria, imprescindibile ritrovo culturale italiano nella capitale. L’ha intervistato per temi il nostro Maurizio Puppo. Ne esce un interessante racconto di vita, politica e disegni.

Novembre. Non piove (strano), è un lunedì, siamo a Parigi. Con Sergio Staino. All’Università, Paris 1 Panthéon-Sorbonne, assieme agli studenti della sezione di Italiano. (Che sono come gli eroi della canzone di Guccini: tutti giovani e belli). Poi, il giorno dopo, alla Libreria italiana. E mercoledì alle ACLI con il circolo PD e l’Associazione Democratici Parigi. Ecco alcune delle storie che ci ha raccontato.

(1979: miracolo a Parigi)

Sergio Staino: Oggi sono andato in pellegrinaggio, qui a Parigi, dove abita il cugino di mia moglie Bruna, Oscar. Perché ero proprio lì quando mi telefonarono da Linus. Avevo 39 anni. L’anno prima dei quaranta. Un anno pesantissimo. Quello dei bilanci, in cui ti accorgi di non aver fatto un cazzo. Mi ero laureato in Architettura, poi mi ero iscritto nei marxisti-leninisti, che mi avevano dato la direttiva di non esercitare assolutamente il lavoro di architettura e di urbanistica: per la militanza bisognava avere molto tempo libero. Ovviamente, dopo la rivoluzione, avrei potuto fare quello che volevo. Così ero andato a insegnare applicazioni tecniche alle scuole medie.

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Staino al circolo PD di Parigi...

L’insegnamento mi piaceva molto. Dieci anni dopo, nel 1979, sono riuscito a venire fuori da questo partito che pubblicizzava l’Albania come la terra del futuro. “Compagni albanesi, vi giuriamo che un giorno l’Italia sarà come l’Albania!”. Cose da folli. Nello stesso anno, il 1979, ho avuto la prima rottura di retina. Una tragedia. Io il disegno ce l’ho nel sangue, vivo per il disegno. Il medico mi ha detto: Sergio, è una degenerazione retinica, possiamo provare a rallentarla un po’ ma frenare non si può. Non diventerai mai cieco del tutto ma sarai molto vicino alla cecità. Quindi potete immaginare. Fortunatamente avevo accanto a me una compagna, e una bambina che mi era nata in modo adulterino. In questo condannato dai marxisti leninisti, perché i marxisti leninisti, l’adulterio, figuriamoci: per loro, bisognava essere più bravi dei cattolici, su questi aspetti, perché le masse vogliono l’unità della famiglia. Mi son messo tutti contro. Avevo lei, la mia compagna, e la bambina, e questo mi dava forza. Ma per il resto avevo una situazione precaria. Non potevo più guidare, avevo l’insegnamento lontano, c’era in Parlamento una discussione per dimezzare gli insegnanti di educazione tecnica, da due per classi a uno; il che voleva dire che sarei rimasto probabilmente senza lavoro. Nelle riunioni della CGIL c’era la lotta contro questo progetto.
Fortuna ha voluto che Amintore Fanfani, all’epoca molto potente, avesse la figlia che insegnava educazione tecnica; e il progetto fu accantonato. Secondo me, per far piacere alla figlia di Fanfani - mica per far piacere alla CGIL. Allora, in questa situazione, mi son detto: cosa faccio cosa faccio cosa faccio? Mi piaceva tanto disegnare, leggevo Linus; da piccolo mi ero formato, grazie al cielo, leggendo Paperino di Carl Barks. E se guardate le avventure di Bobo vedete che c’è molto del Paperino di Carl Barks. Molto del ceto medio sfigato, che non trova lavoro, che ha tanti problemi. E ho detto, sai cosa faccio? Voglio provare. Io facevo i disegni, le caricature ai colleghi insegnanti che mi dicevano, “Accidenti a te madonna avessi io la capacità di disegnare come tu disegni me”, “e che tu faresti?”, “Eh io farei qualcosa, farei dei lavori con i disegni, altro che fare il bischero qua a perder tempo”.
Allora sono tornato a casa e ho detto a Bruna: provo a fare delle strisce. Oggi è il 10 ottobre 1979, tra un anno, il 10 ottobre del 1980 (ero ancora un po‘ comunista, non facevo proprio piani quinquennali ma insomma), tra un anno, dicevo, vedo un po’ dove siamo, voglio provare se magari riesco a pubblicarle sull’Eco di Scandicci. Mi son messo al tavolino e ho passato un quarto d’ora a pensare cosa fare. Animali? Erano tutti occupati. Poi l’illuminazione profonda. Che scemo, fai te stesso. Hai un sacco di storie qui nel gozzo, delusioni, frustrazioni, cazzate che hai fatto. Lascia stare la politica, tanto non ne capisci nulla. Fai una satira di costume su una piccola famiglia. Mi sono fatto l’auto-caricatura. Non mi amavo molto, non avevo molta autostima, si direbbe oggi. Mi sono imbruttito, tutto pelato, più grasso di quanto non ero. Una camicia vagamente militare; forse un ricordo di Fidel Castro con la sigaretta seduto alla macchina da scrivere, a scrivere non si è mai saputo che cosa.

Dopo Bobo ho fatto Bibi, la sua compagna, che era la mia. Ho fatto la bambina, poi vari amici tra cui Molotov, carissimo amico sardo, stalinista fuori dei tempi, filosovietico, uno che pensava che Brežnev fosse il riscatto dell’Unione Sovietica. Ho tentato di raccontare storie di costume, però la politica era talmente dentro di me che, buttata fuori dalla porta, fatalmente rientrava dalla finestra. Ma in un modo nuovo per l’Italia. Ce n’era già molta di satira politica in Italia, ma riguardava direttamente i personaggi del teatro della politica. Chi andava forte era Forattini che lavorava in questo modo. Anche un personaggio come Doonesbury (che, raccontando di un gruppo sociale come tanti altri, racconta la vita e la società del potere) in Italia è arrivato solo dopo. Questa è stata la vera novità di Bobo. Gli amici ridevano. Allora le pretese sono cresciute.
Ho pensato alla Nazione di Firenze, poi a Paese sera che già pubblicava le Sturmtruppen di Bonvi. E poi ho pensato: provo a mandarle a Linus. Ho fatto una letterina, verso la fine di ottobre, e l’ho mandata a Oreste del Buono, che di Linus era il direttore. C’era qualche giorno di vacanza a scuola; aggiungendo una domenica e due giorni di malattia siamo partiti, andati a Parigi dal cugino. Oscar. A mia madre, che rimaneva con la bambina di quattro anni, Ilaria, quella dei fumetti, ho detto: vado a Parigi, però ufficialmente sono malato. A chiunque telefoni, digli che sono a letto con la febbre. Se chiamano da scuola digli che sto quasi per morire. Se invece telefonassero da Linus (ma non ci credevo) allora diglielo che sono a Parigi, perché fa figo. “Pronto c’è Staino?”. “No, Staino è a Parigi”. “Ah. Allora vedi che è un vero disegnatore”. E quindi son partito. Il secondo giorno tornando a casa mi dicono, Sergio, guarda che ha chiamato tua madre. Mia madre di origine contadina che ha un uso parsimonioso del telefono va a fare lo zero zero tre tre etc. etc.? Una disgrazia.

Non c’è altra spiegazione. Ho immaginato la bambina sotto la cucina con la pentolona d’acqua bollente per la pasta che le era caduta addosso e sono andato al telefono tremando. E lei mi fa invece, “Sergio ti cercano, c’è Linus”. No, mi sono detto, è qualche imbecille d’amico che mi sta prendendo in giro. Guardo i numeri, erano giusti. Strano. E allora mi sono bloccato. Sergio fermati. Qui potrebbe essere che sta passando un treno giusto. Non lo perdere. Forse è l’ultimo. Sicuramente è l’ultimo. Pensa bene come muoverti. Sei sicuro che sia bello fare il piccolo provinciale che subito corre al telefono ansimante gocciolante di sudore che dice, “mi avete cercato, sono qui”? O non è forse meglio… snobbarli? Ora sono a Parigi, faccio la mia vacanza tranquilla, perché ne ho bisogno, e quando torno chiamerò, “ah, per caso vedo che qui c’è un numero, mi avete cercato?”.
Ho scelto questa strada. Parigi è scomparsa, non vedevo più niente. Vedevo solo Linus dappertutto. Il secondo giorno non ho resistito e ho chiamato il centralino della Rizzoli. “Sono Staino”. “Aspetti, le passo l’interessato”. “Sono del Buono”. Una voglia di svenire. “Le tue cose sono bellissime, proprio quelle che aspettavo, vieni, firmiamo il contratto perché ci tengo molto. Vedi, tu mi risolvi un problema, perché ho Altan che copre gli operaisti, ma mi manca il ceto medio e me lo copri te”. Abbiamo cambiato il treno, invece che da Genova siamo passati da Milano. L’appuntamento era alle tre e mezza; io a mezzogiorno ero già lì. Alle tre e mezza ho suonato. C’era del Buono con un signore. “Staino, vieni che ti presento un tuo collega, Guido Crepax”. Porca miseria. Ho abbracciato Crepax: ero già diventato collega suo.

(Bobo: quattro quadratini di dubbi)

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A La Libreria, Parigi

S.S.: Essendo abbastanza povero, e cercando di non sprecare carta, avevo fatto questi disegni sui foglietti lasciati sotto i banchi dagli studenti quando suonava la campanella. Passavo prima dal bidello e li raccoglievo prima che andassero al macero. Le vignette, tanto piccole non potevo farle perché già allora ci vedevo poco. Avevo scelto di fare quattro quadratini perché ero fortemente influenzato dal linguaggio di Charlie Brown: il primo quadrato pone il problema, il secondo lo sviluppa, il terzo è il momento del rivoltamento comico, il quarto è la soluzione. Non potendo metterle in fila, ne avevo messe due sopra e due sotto: un quadrato di quattro quadratini. Arriva Fulvia Serra che era Art Director di Linus, e poi è stata anche direttrice, con i miei disegni in mano: “naturalmente la forma che lei ha dato alle sue strisce è intoccabile, vero?” Cinque secondi e una vita che passa davanti. Io gliele avrei fatte a pallini, tonde, come voleva. Mi sono fatto forza e ho detto: “sì, sono intoccabili”. “Allora mi deve trovare una soluzione. Lei le ha fatte quadrate, ma la pagina è rettangolare”. “Ah è vero. È rettangolare. Non ci avevo pensato”. Abbiamo trovato la soluzione di fare due storie: una in basso con i quadratini, una in alto rettangolare.
I lettori di Linus erano molto colti, un pubblico di sinista, progressista, che guardava agli Stati Uniti nei suoi aspetti più belli, che ascoltava Joan Baez. E capirono al volo. Qualche tempo dopo, a una Festa dell’Unità, Omar Calabrese, noto semiologo italiano allievo di Umberto Eco, parlando di questa doppia lettura delle storie di Bobo, diede delle giustificazioni semiologiche meravigliose, il perché non poteva che essere così, la natura ambivalente delle strisce. Non gli ho mai detto come era andata. Per noi ex stalinisti, sai, la semiologia, psicoanalisi… Ora siamo andati a Canossa ovviamente. Per festeggiare a Parigi ci siamo comprati una bottiglia di champagne, di Veuve Cliquot. Di cui conservo ancora il tappo.

(Sincerità)

S.S.: Il ’77 aveva creato questa cesura con gli entusiasmi del ’68. Aprendo le porte al terrorismo. C’era un ripensamento, un riflusso, un rivedersi addosso. Tutti quelli che rifiutavano l’ipotesi terroristica, Prima Linea e Brigate Rosse, guardavano in modo più attento le ipotesi riformiste del Partito Comunista. Questa autobiografia sul dubbio, e sulle certezze che cadevano in Bobo, ha rispecchiato molto le cose dell’epoca. Bobo è nato come ex- sessantottino, e io pensavo che sarebbe durato solo qualche anno; poi invece ho imparato a seguire la vita politica italiana, senza però tradire la natura perplessa, dubitativa di Bobo, e parlando sempre sinceramente. La fortuna di Bobo è stata la sincerità. Non ho nascosto nulla, qualunque cosa l’ho messa sulla carta.

Nella terza striscia Bobo si guardava intorno: “quel coglione di Emilio è entrato a Panorama”, “quell’imbecile di Gigi ha messo su la concessionaria”, era un excursus sui suoi coetanei, su chi si era piazzato e chi no, e si capiva che lui era rimasto in mutande. Proprio come il Gastone di Petrolini degli anni Trenta; solo che “a Gastone lo avevano rovinato le donne, a me la Cina”. All’epoca, questa battuta faceva molto ridere. Ma per me, che ero stato dieci anni con i filocinesi… Significa buttare via dieci anni della mia vita. Buttarli via magari no, ma comunque era qualcosa che mi metteva sottosopra. Sono rimasto venti minuti con la penna in mano: lo scrivo non lo scrivo? E fortunatamente l’ho scritto. Una liberazione. E in quindici giorni ho fatto qualcosa come cinquanta strisce. Cinquanta strisce erano la produzione di un anno sull’Unità: una per settimana. E lì sono usciti fuori di getto tutti i personaggi, tutto era già maturato molto. Questo aspetto della sincerità è piaciuto molto e ha contribuito molto al successo.

(Il segno)

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...e alla Sorbona.

S.S.: Il secondo aspetto è stato il segno. Nel 1977 avevo avuto la prima rottura di retina. Sono stato ricoverato a Trieste. Tutte le notti sognavo disegni che mi sembravano bellissimi e che non avrei mai più potuto fare. Non mi importava più del resto, la cosa terribile era il non poter più disegnare. Quando sono stato un po’ meglio, mi sono fatto portare da mia moglie dei fogli, un’asticella con una matita e ho tentato di ridisegnare la parete che avevo di fronte. Quella del vecchio ospedale asburgico di Trieste, particolarmente abbandonato perché stavano già costruendo il nuovo, progettato da Le Corbusier. C’erano i tubi esterni, le scolature, le gocciolature. C’era una bellissima finestra sconquassata a doppi vetri con i gerani. E io mi sono messo lì a disegnare questa parete. Con il cervello, che è una macchina davvero meravigliosa, ho imparato di nuovo a disegnare. E il segno che avevo prima - il segno dell’architetto, di quello abituato a disegnare con facilità e velocità, in fondo conformista, uguale, non intenso - è cambiato.
Ho dovuto ricominciare a soffrire, segno per segno, andare diritto, trovare le cose, e ogni millimetro era un millimetro guadagnato. Alla prima occhiata sembra un segno molto preciso, poi lo vai a vedere e invece c’è tutta una serie di spezzettamenti, di cose non finite. Però è anche un segno che esprime personalità e probabilmente anche della sofferenza. Io credo che soprattutto il segno delle prime strisce di Bobo, così sofferto, abbia offerto il supporto necessario per la lettura.
Come capita nella musica dei cantautori, qui siamo nel campo dei linguaggi ambigui, che vivono di due linguaggi puri e li sommano insieme; io ho il disegno e la parola, con la parte emotiva che viene soprattutto presa dal disegno. Pensate alle vignette di Altan; senza il disegno le battute perderebbero molto del loro valore. Invece quell’omino di Altan, quell’occhio che ti guarda, dà la giusta dimensione emotiva per capire e completare con la lettura. Lo stesso è successo nelle mie strisce, ed è venuto fuori un disegno molto particolare, molto mio. Che ha funzionato.

(“Ora si fa disegnare i fascisti sull’Unità”)

S.S.: Nel 1982 già avevo ormai una certa notorietà. E quando dall’Unità mi arrivò la richiesta di portare Bobo sull’Unità mi preoccupai moltissimo. Non mi sentivo più un personaggio politico, non mi sentivo nemmeno così vicino al PCI, o forse sì, ma non da militante. A me piaceva molto questo lavoro che facevo ai fianchi, e pensavo che invece sull’Unità avrei dovuto modificare il personaggio, che l’Unità avrebbe voluto un personaggio più positivo, schierato, che parlasse bene del Partito Comunista e male degli altri. Avevo sottovalutato il fatto che a chiedermi di disegnare sull’Unità fosse il nuovo direttore, Emanuele Macaluso. Quel Macaluso “migliorista” che io guardavo con diffidenza. Io ero legato a Ingrao, Pintor; per me gli Amendola, i Macaluso, i Bufalini, i Napolitano, erano una massa non dico di traditori ma insomma.

In realtà Macaluso aveva capito che bisognava rompere questo apparato ecclesiastico del partito e incominciare a portare alla luce anche contrasti e dubbi. E pensava che il mio personaggio, proprio per la sua irriverenza anche nei confronti della sinistra, potesse essere il personaggio giusto. Naturalmente questo non me lo ha mai detto. L’ho capito dopo. Ma mi ha blandito, coccolato. C’era un capo redattore Carlo Ricchini, persona deliziosa, compagno meraviglioso, che ha insistito moltissimo. Mi sono trovato in una situazione imbarazzante. Mi dispiaceva dire di no. Ho parlato con Bruna dicendole: guarda, ho un unico modo di sfuggire all’Unità, fare delle vignette talmente cattive che non potranno pubblicarle. E alla prima che non mi pubblicano, io potrò dire, io ho provato, però, cari amici… Vedi le fortune della vita.

Mi sono messo al tavolino pensando non a come fare delle vignette che piacciano al pubblico e al direttore. No, io ho cercato di fare delle vignette che, pur apparentemente in regola con i dettami della satira, fossero talmente urticanti da costringere il direttore a non pubblicarle. E ho fatto dieci vignette a mio avviso molto feroci. Di tre proprio ero sicurissimo: non le pubblicheranno mai. Da buon maschio italiano ho detto a mia moglie che mi ci giocavo i cosi che sapete. Lei mi ha detto: “guarda, fai come in Perù che se ne giocano uno alla volta”. Macaluso le vignette me le ha pubblicate tutte ed è successo un casotto. Gente entusiasta. Lettori di Linus che sono diventati lettori dell’Unità. Altri che hanno detto “finalmente!”. Però da tante sezioni sono partite le lettere al comitato centrale: “Ora si fa disegnare i fascisti sull’Unità”.

(In morte di Enrico Berlinguer)

S.S.: Poi è arrivata la morte di Berlinguer, il giorno dei funerali (1984, ndr). Macaluso e Ricchini mi hanno detto: non puoi stare zitto su questa cosa, devi farci una pagina. Io ho detto, ma voi siete pazzi. Fu già un’emozione totale, il modo in cui morì Berlinguer, che coinvolse tutti, anche persone perbene di partiti lontanissimi da noi, che creò un fenomeno di solidarietà collettiva nei confronti della sua figura.
Quella Roma dei funerali era una Roma diversa da quella che conoscevo, una Roma strapiena di gente e però silenziosissima. Gli autobus con la gente che scendeva parlando piano, senza fare rumore. Mi sono detto: come faccio io, con i miei personaggi dal naso grande, con le movenze buffe, da burattino, come posso raccontare un’emozione così triste e così grossa. E loro, Macaluso e Ricchini, mi hanno detto: sì, la puoi raccontare. E io l’ho raccontata. E l’ho raccontata così:

Sergio Staino. Bobo ai funerali di Berlinguer nel 1984

(Uccellacci e uccellini)

S.S.: I giornali che consiglierei, in Italia, oggi? Per me, La Stampa, che ha una grande apertura verso l’internazionale; il Foglio, che è un giornale di destra libertaria, liberaldemocratica, molto ben fatto; Avvenire e il Dubbio, piccolo giornale fortemente garantista. Giornali di quelli che “liberano il vero”.
Marco Travaglio, con il suo Il Fatto Quotidiano, invece mi fa pensare al barone Scarpia della Tosca: poliziotto infido che sogna di diventare papa. Io e Travaglio per un certo periodo abbiamo lavorato nello stesso giornale, l’Unità diretta allora da Padellaro, persona molto gentile a cui io voglio bene. E una volta ho fatto una striscia in cui si vedeva un uccellaccio con le fattezze di Travaglio nel volto, senza penne, che vola e si posava sulle spalle di compagni che avevano voglia di lottare per l’apertura sociale (belli, generosi, fraterni, che sognano un mondo di uguali, di persone che si aiutano); e con le sue parole l’uccellaccio piano piano li faceva diventare feroci, vendicativi, amanti delle galere. Non c’erano ancora, sennò avrei detto “grillini”. La cosa interessante era che le frasi che diceva l’uccellaccio erano tutte estratte dagli editoriali di Travaglio. Non avevo inventato nulla e tutto filava liscio. Padellaro all’inizio si è opposto alla pubblicazione. E io dicevo: “Io non la cambio, tu non la pubblichi; basta”. Poi, forse per un sottofondo di tolleranza voltairiana, l’ha pubblicata. Ed è successo di tutto. Ho avuto critiche molto feroci.

Quella che mi ha fatto soffrire di più è stata quella di Antonio Tabucchi, con cui c’era una vecchissima amicizia, consolidata nelle carceri, nei tribunali, nei processi di Sofri. Lui era a Parigi, mi telefona a mezzanotte e mezza. “Sono Antonio Tabucchi”, “Ah Antonio ciao, come stai”. “Sono Antonio Tabucchi”. “Sì ho capito, ma dove sei, a Parigi?”, “Sono Antonio Tabucchi”. “Lo so che sei Antonio Tabucchi, ma che c’è?”. “Hai fatto la cosa più indegna che potevi fare. Da questo momento non parlarmi e non cercarmi più. D’altronde, so che da tempo sei sul libro paga di Berlusconi”. “Antonio? Io? Magari!”.
Magari lo dico naturalmente nel senso astratto del termine, perché non lo farei mai. E non ho avuto nemmeno l’occasione di pensarci. Insomma, Tabucchi mi ha trattato malissimo e da quel momento non ha più voluto parlarmi. E poi tanti altri.
Mi ha telefonato Caselli, il giudice. “No Caselli, non mi criticare anche tu perché qui mi metto a piangere!” “Per la cosa su Travaglio? Ma figurati”. “Ti è piaciuta?”. “No assolutamente no! Ma vivaddio che ogni tanto si fa qualcosa”. La storia credo mi abbia dato ampiamente ragione.

(La politica, la sinistra, “e poi ti dicono che sono tutti uguali”)

S.S.: Eravamo ad Arezzo, un po’ di anni fa, e c’era stata una sconfitta storica della sinistra alle elezioni locali. Qualcuno di noi compagni era triste, arrabbiato, ma altri dicevano, vabbé, ma sì, in fondo è meglio, è una lezione salutare.
Poi siamo andati ad assistere a uno spettacolo, la Tempesta di Shakespeare nella versione di Eduardo de Filippo, fatto dai detenuti del carcere cittadino. Bellissimo, meraviglioso. Alla fine stavamo andando via e alcuni detenuti piangevano. Perché? Mi hanno risposto: perché, adesso dopo le elezioni, la nuova giunta taglierà i fondi per le attività teatrali in carcere, lo hanno già promesso nel programma. Mi sono un po’ vergognato. Per molti di noi, per la nostra vita, la politica magari non cambia niente. Per tanti altri invece sì: cambia tutto, può cambiare tutto.

(Se non la può dare, la se la tiene)

S.S.: La Toscana? Matrice della satira. Elezioni del 1948. Per la prima volta, votano anche le donne. Avevo otto anni. Mia mamma va a parlare con il parroco. Per caso, signora, non voterà mica il Fronte Popolare? Io avevo capito che il voto è segreto, risponde mia mamma. No ma perché in quel caso, signora, io non posso darle l’assoluzione, insiste il prete. E mia madre: e allora, se non la può dare, l’assoluzione, la se la tiene.

La se la tiene. Io sono ateo, sono addirittura presidente dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, però non mi metterei mai a fare vignette contro un simbolo religioso. E da qualche tempo pubblico su Avvenire che è il giornale dei vescovi. So che ci sono dei cardinali che non vedono mica di buon occhio queste cose. Ma io non ho mai fatto cose che vanno fuori dal seminato. La satira può essere cattiva, ma i cattivi non sanno fare satira. Questo non significa che la satira debba avere dei limiti. No. Se metti limiti alla satira, allora devi mettere limiti anche ad altri linguaggi, e non puoi mettere imiti alla letteratura, al cinema. Però non è la stesssa cosa pubblicare una vignetta cattiva su Charlie Hebdo o su Le Monde. Non è la stessa cosa. Quando compri Charlie Hebdo, lo sai benissimo che quello è un giornale particolare, irriverente, cattivo, fatto da un gruppo di gente, di matti, un po’ così. Plantu su Le Monde non oltrepassa mai certi limiti, non perché qualcuno glielo imponga ma perché sa che pubblica su Le Monde e che il contesto non è lo stesso di Charlie Hebdo.
Io mi sono formato sui giornali satirici francesi, Wolinski, Reiser, il giornale Hara-Kiri. Noi dobbiamo la satira alla Francia, a Honoré Daumier. A cui mi sento molto vicino anche per il fatto degli occhi. All’inizio i suoi disegni sono puntuti, poi a quarant’anni diventano sbrindellati. Come i miei. E sempre bellissimi. Come dicono siano anche i miei.

(Il disegno)

S.S.: Il disegno? Grembo materno.

Intervista curata da Maurizio Puppo

IL BLOG DI SERGIO STAINO

A La Libreria, Parigi

Grazie a Manuela Parrillo, Isabel Violante, Florence Raut, Andrea de Ritis che hanno contribuito a raccogliere le storie di Sergio Staino.


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