Altritaliani

Vacanze Napoletane 4 – Un racconto di Nicola Guarino.

venerdì 25 agosto 2017 di Nicola Guarino

È qui che è morto il bambino.

Sono al Ponte di Chiaia, a via Giovanni Nicotera. È qui che è trascorsa e finita la mia infanzia, dopo sarei stato a piazza Sannazaro un inquieto adolescente perso tra stelle e mare, tra tetti e luci di case che illuminavano una notturna Mergellina tra popolo e borghesia, lì sarei diventato un giovane uomo pieno di certezze, ma che in realtà non aveva capito nulla né di sé, né degli altri.

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Quartiere della Solitaria

È per questo che sono risalito qui sul ponte, deciso ad una lunga camminata fino ai luoghi della mia giovinezza. Si tratta di fare un percorso dentro e fuori di me, pieno di ricordi, tenerezza, dispiaceri e cose buffe.

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Via Nicotera

“Sapete dov’era il cinema Lux?”, chiedo ad un anziano e lui mi dice che è poco avanti dove ora è Canale 9, una TV privata che fa solo televendite. Arrivo e quasi non lo riconosco più, alzo gli occhi di fronte alla ricerca della nostra prima casa. Due finestre e due balconi dai quali con sforzo cercavo di vedere il manifesto del film programmato. È là che a sei anni ho visto: “Catango” e “Zorro contro Maciste” capolavori di ingenuità che mi hanno introdotto ai misteri della fede… Pardon al cinema.

Fede e cinema. A pochi passi, tornando indietro, vi è la chiesa di Santa Maria degli Angeli che dona il suo nome anche alla piazza. Lì, il sabato, con le sorelle e una cugina andavamo a vedere il cinema della parrocchia, dove Don Antonio, alternava la sua passione per Cristo con quella per Pasolini. Una volta, presentando “Il vangelo secondo Matteo” disse solenne: “Alcuni lo ritengono blasfemo, altri un vero capolavoro”. La succinta analisi critica nascondeva tutto il travaglio di un uomo e prete alla presa con i suoi superiori e che combatteva le censure ecclesiastiche nel nome dell’elevazione delle anime dei suoi fedeli anche sotto il profilo culturale. Per fortuna per me, che ero bimbo, questi film si alternavano con altri di minori pretese, film avventurosi, di Totò o gialli classici. È lì, sognando ad occhi aperti, che sono diventato un cinefilo.

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Chiesa Santa Maria deglia angeli - Napoli

Oggi la chiesa, restaurata, è un gioiello. Rifinita in oro e con i suoi quadri straordinari del seicento, la ricordavo più tenebrosa nelle sere in cui timoroso facevo il catechismo per la prima comunione. Ora è molto più luminosa ed accogliente.

Nella stessa piazza, la mia scuola elementare, la Gabriele D’Annunzio; una palazzina di architettura fascista con tanto di aquila che troneggia ancora al centro del balcone principale, quello del direttore didattico beninteso. La scuola è chiusa e non solo per le ferie. In realtà la piazza è sventrata. Qui infatti sorgerà la fermata “Chiaia” della metro linea 1.
Se salgo pochi metri, dopo la chiesa, mi accorgo che a via Monte di Dio non c’è più il teatro Politeama, che fino agli anni Settanta troneggiava con le sue stagioni di prosa. Albertazzi e la Proclemer, Aroldo Tieri e Giuliana Lojodice, Tino Buazzelli, Paola Borboni e Romolo Valli, irripetibili interpreti di autori come Pirandello, Verga, Ibsen, Goldoni, Molière.
Malinconico riguardo il canalone del palazzo che portava all’interno del teatro e anche del cinema della parrocchia, dove il guardiano detto “il buca palloni”, ci inseguiva fino ad interrompere traumaticamente, da qui il soprannome, la partita che con amici e compagni avevamo improvvisato nei pomeriggi di sole, togliendo cosi tempo ai nostri studi.
Tutti gli attori che vi ho citato sono morti, chissà se le loro anime belle, fra i tanti teatri che in Italia non esistono più, faranno anche una puntata notturna, innanzi ad un pubblico che ha lasciato questa vita, ma che tanto li ha amati, nel nostro Politeama che ora mi sembra cosi spoglio, scuro e triste.

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Ponte di Chiaia

Ma torniamo a via Nicotera. Fatiscenze e miracoli, fra palazzi in cui non c’è niente di meno fisso degli infissi, dietro a portoni signorili aperti alla strada, si intravedono vissuti cortili e improvvisi giardini radiosi di sole che suscitano il sorriso. Mi chiedo quanto è cambiata la città in questi cinquanta anni.
Rivedo l’altro “nostro” palazzo dove dal terrazzo, al quarto piano, prospiciente un giardino di alberi e fiori, vedevamo miracolosamente tutto il golfo di Napoli da dove a settembre, dopo una lunga attesa, ammiravamo gli incredibili fuochi a mare della festa di Piedigrotta, non avrei mai voluto che finissero! Ma quanto è cambiata Napoli?

Svolto al vicolo Mondragone e li scopro un cambiamento. La scuola elementare, che fu di mia sorella, che oggi mi ospita a Licola per un breve soggiorno, non c’è più. Al suo posto sorge un museo di arte tessile, settore produttivo veramente storico se si pensa a quanta innovazione anche tecnica vi portarono i Borboni già nel lontano settecento. Un po’ me ne dispiace, ricordando quando con papà attendevo che la mia sorellina uscisse con le trecce, ridendo. Tuttavia, non posso negare il valore di questo museo che è anche scuola per l’insegnamento di quell’arte del filamento cosi importante per noi.

Decido di ridiscendere sia il vicolo che la via Nicotera e superato la piazzetta Santa Maria degli Angeli, attraverso via Gennaro Serra per svoltare a via Egeziaca a Pizzofalcone lì dove le mura di Palepoli dicono che Napoli è nata.
Un’altra contraddizione Palepolis e Neapolis. Tra i bassi chiedo notizie di un’artigianale pasticceria che non c’è più e che segnava puntuale, con i suoi dolci, le domeniche della mia infanzia. Giro per la “Solitaria”. “Non ci andate!” Ci diceva nostra madre preoccupata. La via era considerata, non so se a torto o a ragione, un luogo di malavita. Ma tutta Napoli era cosi.
In pochi metri la società si manifestava in tutte le sue voci: popolari e intellettuali; borghesi ed aristocratiche. Palazzi storici e bassi infimi; teatri veri e quelli della strada dove tra enfasi e passioni si alternava di tutto.Conventi e lupanari, bambini che erano genitori e genitori che erano bambini.
La Solitaria è solitaria, giocata oggi tra ombre e sole e così arrivo alle spalle della cupola di S. Pietro e Paolo, vi giro intorno e, come in un miracolo di bellezza, sono a piazza Plebiscito, il più forte simbolo politico della città, delimitato ai quattro lati del suo quadrato dai suoi poteri:
la Chiesa appunto, il palazzo reale di fronte e agli altri lati la prefettura e il palazzo Salerno, sede del comando militare.
La piazza è pulita piena di turisti ammirati e il mio cuore retorico batte di fierezza.
In pochi chilometri quadrati ci sono concentrati storia, cultura o semplice umanità che per descriverli mi ci vorrebbero otto volumi.

Mi allungo a Santa Lucia. Tra le cose cambiate in questo percorso mi accorgo di aver perso il Nicola bambino e di essere in piena adolescenza. Qui nella terra dei “Luciani”, dove nascosto agli occhi della borghesia napoletana, vi è il “Pallonetto” una volta terra di pescatori, guappi e camorristi, terra di storie di sfregi ed amori “pagati a caro prezzo” e dove oggi risuonano tra i vicoli le canzoni neomelodiche eredi della “sceneggiata”, il melodramma del popolino e di quegli interpreti che portarono la nostra canzone ad essere fenomeno nel mondo, raccogliendo lacrime e applausi tra i nostri emigranti:
“E nce ne costa lacreme st’America”.
Cantanti come Mario Abbate, Mirna Doris, Sergio Bruni, Aurelio Fierro, i fratelli Rondinella, Tony Astarita, senza dimenticare l’eterno Mario Merola, che della sceneggiata fu il re.

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Piazza del Plebiscito

Mi accorgo che nella città oltre ai teatri c’è stata una moria di cinematografi. Là dove era la sala Santa Lucia vi è oggi l’ennesimo anonimo supermercato. Resiste con altro nome il ristorante che fu di Lucky Luciano. Scendo per il Chiatamone un nome legato al giornale “Il Mattino”, fondato da Matilde Serao e che dello spirito fondatore della scrittrice ha mantenuto sempre le sue caratteristiche di specchio e coscienza critica della città. Nella stretta via, fra i palazzi, si aprono squarci sul mare azzurro come il cielo, si intravede il borgo marinaro, un tempo inavvicinabile territorio dei contrabbandieri, oggi rinomata e romantica meta dei turisti, contraltare della piazza Municipio, là dove il Maschio Angioino, castello simbolo della città, gareggia con il mitico Castel dell’Ovo.

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Il Maschio Angioino sul golfo di Napoli

Guardando il mare mi accorgo di un altro cambiamento: Non solo oggi è consentito la balneazione, che per anni fu negata, ma sono ricomparsi i barilotti nell’acqua in lontananza, che mi dicono che sono riprese le coltivazioni di cozze. Non ne avevo più viste dai tempi del colera che, negli anni settanta, funesto la città.
Superato, reverente il Mattino, arrivo a piazza Vittoria da dove ai due lati della Villa Comunale (che resta incolta e straziata da infiniti lavori) scorre come il sangue nelle due arterie rumoroso il traffico automobilistico. La Riviera di Chiaia all’interno e all’esterno la via Caracciolo, tra ombrosi alberi e il mare. Il caldo è soffocante ma su una delle mille panchine, teatri dei primi baci da adolescenti, si respira tra gabbiani e colombi.

Un giovane Nicola, lungo il percorso cerca il conforto degli amici, i suoi primi veri, in confidenze e racconti pieni di speranze ed illusioni per amori cercati e persi, mentre lungo le arterie le auto insensibili corrono senza curarsi di noi.

Nicola Guarino


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