Altritaliani

’La fontana di Bellerofonte’ di Celestino Genovese

mercoledì 23 agosto 2017 di Nicola Guarino

Sullo sfondo della diserzione dello squadrone di cavalleria guidato da Morelli e Silvati nella caserma di Nola e dei moti che porteranno Ferdinando I a concedere la Costituzione si svolgono le vicende di Nennella, alle prese con la travagliata scoperta della sua femminilità, e di Luigino e Carlotta, che presidiano la purezza degli ideali giacobini, il generale Guglielmo Pepe, il colonnello de Concilj, don Carlo e il suo amico Serafino Pionati, fra sospetti e ambiguità, sono impegnati ad arginare l’impazienza d’insorgere delle Vendite carbonate. In un intreccio fra personaggi realmente esistiti e altri di fantasia, la grande Storia corre parallela alle microstorie dei protagonisti. Un romanzo storico di Celestino Genovese, in una recensione di Nicola Guarino.

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La fontana di Bellerofonte, di Celestino Genovese, Edizioni Tullio Pironti.

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Quasi come una continuazione delle mie non ferie, eccomi nella mia città natale, Avellino. È l’occasione propizia per parlare di un interessante romanzo di Celestino Genovese, psicologo con la passione della storia ed in particolare di quella della sua terra, l’Irpinia, la verde Irpinia.

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La fontana di Bellerofonte.

La fontana di Bellerofonte (edita da Tullio Pironti nel 2014 pagg.492 €. 17,50) è un romanzo storico, che narra di un anno che fu cruciale per il sud Italia e per i moti che avrebbero dato il via al risorgimento italiano con il suo inarrestabile processo di unificazione del paese. Prima di quell’anno vi era stata la rivoluzione francese e poi quella partenopea, Murat, Napoleone e infine la restaurazione con il congresso di Vienna, una serie di convulsi avvenimenti che avevano contribuito alla formazione di una coscienza sia tra gli intellettuali delle classi più agiate, sia in parte del popolo che lamentava migliori condizioni di vita e l’aspettativa, anche sull’onda della concessa costituzione spagnola , di una monarchia meno dispotica e più giusta.

In effetti, se la rivoluzione partenopea si era dovuta scontrare con un popolo ancora non pronto e fondamentalmente rimasto lealista al re borbone, l’ascesa di Murat che nel 1809 aveva esteso a quelle terre il codice napoleonico, con il suo portato di modernità ed innovazione, aveva inciso profondamente nell’evoluzione di una popolazione ancora rustica, in gran parte analfabeta e agricola.

Oggi del resto, la storiografia riconosce proprio al codice napoleonico e alla figura storica di Gioacchino Murat un valore prodromico al processo risorgimentale di unificazione dell’Italia a cui contribuì molto anche il meridione e l’Irpinia e Avellino in particolare.

Quei moti del 1820 portarono alla concessione della costituzione da parte del re, concessione che fu poi subito tradita con conseguenze terribili per chi a quei moti partecipò. Un tradimento che ben dovrebbero ricordare tutti coloro che, un po’ per snobismo, un po’ per smania di stupire, tendono oggi a rivalutare, come se non bastasse, finanche quel regno, quasi con disprezzo verso i tanti che si fecero martiri in nome dell’unità d’Italia.

Come detto il romanzo di Genovese è storico, ma è appunto anche un romanzo e la sua abilità è proprio nell’aver fuso con grande cura anche nei particolari, avvenimenti storici, con una puntuale ricostruzione dei fatti, con episodi del tutto inventati, con personaggi della quotidianità e vicende che appassionano e attirano anche i lettori meno avvezzi alla saggistica, in una operazione ottima di ricostruzione non solo della Storia con la esse maiuscola, ma anche di quella della gente comune.

Qui Celestino Genovese, mostra anche la sua conoscenza culturale delle abitudini, degli usi e costumi e finanche della gastronomia del tempo, alternando ai fatti e i personaggi di quel convulso 1820, altri fatti e personaggi delle varie estrazioni sociali del tempo, permettendoci di entrare in un mondo che oggi ai più è semisconosciuto e in luoghi che oggi si fatica a ritrovare nella loro autenticità.

Guglielmo Pepe, il colonnello De Concilj, figure a cui Avellino e i centri dell’Irpinia hanno dedicato strade e piazze, ma anche personaggi come Don Carlo e il suo amico Serafino Pionati, impegnati ad organizzare e dirigere gli impazienti carbonari delle Vendite come erano dette le associazioni segrete che tramavano contro l’assolutismo del re. Vi compaiono e sono nominati anche altre figure centrali dell’epoca come Metternich e finanche Beethoven di cui si evoca il concerto di Vienna che suggellò quel trattato restaurativo e che non fu sufficiente a sopire gli animi di chi chiedeva un mondo nuovo.

A queste vanno aggiunte le vicende private, coinvolgenti e commoventi di Nennella e il nonno con la loro osteria spesso luogo d’incontro carbonaro in un succedersi di vicende private e pubbliche ricche di personaggi veri e finti, tipiche di quella grande letteratura storica che ebbe le sue punte di diamante in opere come il Gattopardo di Tommasi di Lampedusa o i Viceré di De Roberto per restare nell’ambito del nostro meridione.

Tra i meriti dell’opera anche la ricostruzione di luoghi ed ambienti Avellinesi ma anche napoletani. Il romanzo è un costante itinerario tra l’Irpinia e il napoletano con l’evocazione di ambienti, piazze, palazzi storici che in parte si possono ritrovare ancora oggi.
Con la perizia e l’abilità di un cesellatore, Genovese rende precisa la storia e verosimili i contorni privati, gli umori e i sentimenti del tempo, senza mai rinunciare a quel respiro psicologico che rende ancora più credibili i suoi personaggi, un respiro frutto delle sue conoscenze professionali.
Ne esce, pertanto, un libro che, malgrado la sua voluminosità e gli argomenti non sempre semplici, si lascia leggere senza noia grazie anche alla sua alternanza di episodi che sembrano sospesi, ma che sono poi ripresi con abilità e con una giusta tensione che non scade mai nel facile sentimentalismo o nella infuocata passione politica.

Il romanzo storico è un genere che da anni sembrava aver ceduto il passo a nuove e più moderne pulsioni letterarie, ma questo romanzo offre l’opportunità di rinfrescarsi la memoria su quelle che furono i tumultuosi anni del risorgimento, sulle sue aspettative, i sogni, spesso traditi. Nei dialoghi dei protagonisti non mancano mai spunti comparativi sulla politica anche negli anni più recenti della nostra storia, finendo per essere un’opera non solo utile a conoscere le nostre radici, ma anche la nostra contemporaneità.
Non è un caso che nel 2014, appena uscito, il libro vinse il prestigioso premio Siani per la narrativa.

Nicola Guarino

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Celestino Genovese, psicoanalista, è stato professore di Psicologia dinamica presso la Seconda Università di Napoli.
Nel suo campo ha pubblicato numerosi saggi scientifici, sia in Italia che all’estero. Questo romanzo costituisce la sua prima prova narrativa.


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