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Novità editoriale - Recensione

L’opera orologio. Saggi sul Gattopardo, di Maria Antonietta Ferraloro.

lunedì 2 ottobre 2017 di Gaetanina Sicari Ruffo

Una sfida ai lettori il nuovo saggio di Maria Antonietta Ferraloro, edito da Pacini editore nel 2017: «L’opera orologio. Saggi sul Gattopardo». Si può considerare il completamento e il successivo approfondimento del precedente: «Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo» (Pacini, Pisa, 2014). (Vedi la nostra recensione QUI).

Il titolo prende spunto da un’idea dello scrittore Tomasi di Lampedusa che affermava che si può smontare un’opera letteraria come si fa con un orologio, vedere i meccanismi interni per rendersi conto della composizione e poi rimontarla esattamente com’era prima. Resterà comunque, sempre se è l’opera d’un genio, un quid di attrazione che nessuna regola può inquadrare; si respirerà un’atmosfera in sé unica, voluta da un interno sentire, che si combina con l’essere stesso e l’ esperienza, la cultura e la fantasia.

Così è il grande romanzo «Il Gattopardo» che ha acquistato sempre più spessore e sentimento nel tempo tanto da non essere paragonabile agli altri (Vedi questo link).

Nei primi anni della sua apparizione, edito postumo, intorno al 1958, si diceva fosse un romanzo storico. Ora che lo si legge con più attenzione, soppesando e valutando appieno la sua sapiente arte, è semplicemente un romanzo sui generis, senza ulteriori aggettivazioni, con una coloritura d’epoca passata mista a quella contemporanea.

C’è un testo di analisi critica degli anni Trenta che me lo ricorda. S’intitola: «La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica» dell’anglista italiano Mario Praz, quel miscuglio di sensualità, di sentimenti erranti, ebbrezza dei particolari, arrendevolezza al disfacimento ed alla morte, tipiche del Decadentismo, che m’è rimasto impresso nella memoria e spiega benissimo le atmosfere perse su di un crinale di crisi che s’avverte profonda.

Tomasi di Lampedusa aveva già vissuto la sua odissea, aveva sperimentato gli abissi del cuore umano e visto avvicinarsi la nuova epoca di cui ha previsto l’evoluzione delle classi sociali e delle scoperte  [1], sentiva di elevare il suo canto del cigno. La sua coscienza s’era fatta ricettacolo di quei valori che aveva amato e che ora rimpiangeva perchè li vedeva finire e avrebbe voluto affidare alla nuova generazione quell’entusiasmo che l’aveva sorretto durante la giovinezza e la vita adulta, in un composito libro memoriale che ha scelto fior fa fiore, per significare la sua esistenza e quella dei suoi pari.
Questo ci dice il Gattopardo, ma non può mancargli quella ”zampata” [2] autorevole ed ironica che strizza l’occhio al lettore, mentre gli recita i Novissimi del presente.

La scena però non si chiude qui, come potrebbe sembrare. E’ come se l’autore ci volesse dire di cercare ancora. C’è dell’altro inconfessato, latente che può apparire come un suo testamento, un suo appello mimetizzato ad amare la vita, a sodalizzare, ad avvertire quella tenerezza che, al dilà delle polemiche, delle ripicche meschine, dei fastidi quotidiani, ci potrà ricompensare delle lunghe attese ed avviare alla contemplazione delle stelle, come ne «La Ginestra» di Leopardi, l’ultimo canto sulle rovine.

Così vedo concludersi l’opera orologio del Gattopardo, ma i meccanismi sono ben oliati e scrupolosamente indicati.

Si parte dalle Lezioni d’apertura di Letteratura francese ed inglese, tenute dall’autore, magistralmente recuperate, che hanno preceduto il romanzo, fino a tutto il corpus epistolare (anche se non in un solo tomo), comprese le Lettere di grande rilievo documentario, inviate all’amico Lajolo nel ’56 e nel ’57 e pubblicate pure dall’Espresso, l’8 gennaio del 1984.

Si stabilisce così che il romanzo non è stato affatto, come si credeva in principio, l’opera di uno scrittore sconosciuto e inesperto, bensì il capolavoro maturo d’un intellettuale ch’era giunto al termine della sua Weltanschauung.

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Espressioni come questa [3].... in arte, evidentemente la possibilità di comunicare è tutto; in un romanzo ci dovranno particolarmente interessare il modo di esprimere il tempo, di concretizzare la narrazione, di evocare l’ambiente, di trattare il dialogo, questi, dopo tutto, sono fatti che offrono una possibilità di studio, stanno a denotare l’attenzione, pregressa al romanzo, dei particolari di messa in opera dello scrivere narrativa e la puntualizzazione di quella che poi formerà la magia trasformatrice dell’arte, non dunque semplice informazione cronachistica dei fatti.
L’equivoco iniziale della storia, la cosiddetta fabula risorgimentale inerente ai fatti non è mai dominante [4] , come sono le relazioni che intercorrono tra i personaggi. Anzi si può dire che è il racconto individuale privato a prevalere sui fatti storici che vengono qui e lì puntellati per formare un tutt’uno con la storia che si svolge accanto. La storia major affiora tra le maglie del racconto. Se fosse stato diverso l’intendimento dell’autore non gli sarebbe sfuggito un personaggio come Garibaldi che viene citato più volte nel racconto, mai rappresentato dal vero.
Così pure le parti che riguardano l’assetto del nuovo Stato sarebbero state più diffuse (discorso di Chevalley) e non accennate tanto da sfiorare il problema del sud. Esso, che poteva essere il nucleo di un’altra storia alternativa, si compendia in quell’espressione di don Fabrizio, non senza una punta di alterigia, verso Chevalley appunto [5] .

Sono d’accordo poi che nel romanzo ci sia un diverso uso del tempo, quello della contemporaneità di Tomasi, che traspare a volte, del tempo risorgimentale di Fabrizio, e quello più remoto degli astri contemplati dall’osservatorio che sono un’invenzione che rapisce lo sguardo del lettore fuori dalla storia, nel cosmo, a memoria di quell’universalità che tutti ci accomuna. Come è pur vera l’impronta della filosofia illuministica nella concezione del protagonista che, al di là di tutte le confessioni, non può fare a meno di credere che andiamo verso il nulla e nel nulla ritorneremo. In ultima analisi dunque vince il disfattismo e l’idea immanentistica della vita.

Gaetanina Sicari Ruffo

*****

Il sito dell’editore dove si puo’ ordinare il libro:

L’opera orologio. Saggi sul Gattopardo

L’autrice:

Maria Antonietta Ferraloro insegna nella scuola secondaria di I grado. È dottore di ricerca in Storia della cultura e cultore della materia in Letteratura italiana. Collabora con il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania. Si occupa, inoltre, della formazione degli insegnanti di Lettere. È autrice del saggio Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo (Pisa: Pacini Editore 2014), molto apprezzato da pubblico e critica, che ricostruisce un periodo quasi del tutto sconosciuto ma rilevante della biografia umana e letteraria di Tomasi, e riconsegna un luogo nuovo alla mappa narrativa gattopardiana.

[1Cfr. Cesare Segre. La lotta con Proteo: metamorfosi del testo e testualità della critica; atti del XVI. congresso A.I.S.L.L.I, Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana, University of California, Los Angeles, (UCLA), 6 - 9 ottobre 1997.

[2La zampata del gattopardo. I luoghi dell’anima. Solitudine e ricerca interiore in Giuseppe Tomasi di Lampedusa, di Salvatore Calleri. Prefazione di Gioacchino Lanza Tomasi. Edizione a cura di Elisabetta Bernardini. Guido Scialpi Editore.

[3In “Letteratura francese”, p.1888.

[4Lo dice lo stesso autore nella sua lettera del ’57 all’amico Guido Lajolo nel presentare il suo romanzo : Non vorrei però che tu credessi che è un romanzo storico! Non si vedono né Garibaldi, nè altri. L’ambiente solo è del 1860.

[5Crede davvero lei, Chevalley, d’essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Con quello che segue e pure con quello che precede. Noi siciliani siamo Dei..... La Sicilia ha voluto dormire. …...è ricca, è saggia, è civile, è onesta, è da tutti ammirata ed invidiata, è perfetta in una parola.....La ragione della diversità dev’essere in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità.


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