Altritaliani

Il rebus Pisapia

domenica 23 luglio 2017 di Nicola Guarino

Con il sistema proporzionale, voluto oggi dagli italiani, chissà quanti anni ci vorranno per avere un governo che non sia di grande coalizione. Comunque vada, dopo l’estate sarà già tempo di campagna elettorale. Come si prepara la sinistra? O meglio la sinistra che più sinistra non si puo’? Il gioco è nelle mani di Pisapia e in qualche modo di Renzi. Direbbe Lenin: Che fare?

Il sistema politico italiano appare più bloccato che mai. La regressione generatasi con la vittoria dei no al referendum costituzionale, e l’incapacità del Parlamento bicamerale di darsi una legge elettorale che consenta rappresentanza e governabilità, ci avvia sempre di più a prossime elezioni che non diranno probabilmente nulla, tranne forse l’ulteriore accentuazione di una disaffezione al voto degli italiani, con un astensionismo ancora crescente.

E’ presumibile che il tripolarismo attuale (destra, M5S e PD) venga confermato con il risultato che, non essendovi vincitori e vinti, sarà impossibile governare se non con l’ennesima grande coalizione che, contraddittoriamente, gli italiani non amano ma che di fatto hanno imposto proprio con quel no del 4 dicembre.

Se a destra, dopo le amministrative, Berlusconi rifiata e riconquista parte dei parlamentari che l’avevano abbandonato nei suoi disgraziati ultimi anni, a sinistra c’è movimento, un movimento che tuttavia non è scevro di contraddizioni. La prima è tutta interna al PD. La gestione Renzi è stata sempre accusata, dalla minoranza interna, di scarsa cura per il partito. Una critica che ha del vero. Dimostrazione n’è stata proprio la gestione delle elezioni amministrative che hanno palesato, ancora una volta, quella difficoltà di rinnovamento nei territori, nella periferia, dove il partito è sempre nelle mani dei soliti rais che da generazioni lo controllano con gestioni quasi personali o da clan, rendendolo cosi poco credibile.

Effettivamente, Renzi nella sua visione, questa si innovativa, ha cercato più il rapporto diretto e personale con gli italiani, a prescindere da divisioni ideologiche che appaiono ormai desuete e poco realistiche, piuttosto che preferire la capillare conquista del consenso sul territorio attraverso l’organizzazione partitica.

Viceversa Bersani, Speranza, D’Alema e per una parte oggi Orlando hanno sempre considerato centrale il ruolo del partito. Ebbene, paradossalmente, proprio coloro che hanno questa considerazione del PD, sono poi coloro che il partito l’hanno abbandonato, rinunciando ad una vecchia regola, ma sempre valida, che vuole che le battaglie interne possono essere dure, divisive, ma che alla fine delle quali, assunte democraticamente le decisioni, si proceda insieme, senza rinunciare alle proprie aspirazioni per il futuro del proprio partito. Gli scissionisti di allora, ma oggi il rischio è che anche Orlando voglia seguire questa procedura, si sono arresi alla maggioranza di Renzi senza considerare che la vita di un partito (che loro vorrebbero centrale nella vita politica italiana) è una cosa complessa e che le sconfitte e le vittorie interne sono da mettere nel conto.

I laburisti inglesi sono stati per il riformista Blair ed oggi sono per il più massimalista Corbyn, esistono visioni diverse della sinistra, ma nessuno si sogna di lasciare i Labour.

Questo perché appare lapalissiano ovunque, ma non in Italia, che il nemico, o meglio l’avversario della sinistra sia la destra e non la sinistra stessa. E quindi in Italia l’avversario del fronte progressista o se si preferisce della sinistra, non è Renzi, ma Salvini, Berlusconi, i populisti e in primis Grillo. Questo continuo settarismo interno a quello che Massimo Recalcati definisce “sinistra sinistra”, storicamente ha sempre favorito le forze conservatrici; nella Germania degli anni trenta addirittura la dittatura hitleriana, e certamente non ha mai giovato al fronte riformista.

La novità è nella stimata figura di Pisapia che fu un ottimo sindaco di Milano, sostenitore poi dell’attuale sindaco Sala, che si sta adoperando alacremente per riunire le diverse anime frammentate di una sinistra che ancora oggi appare senza pace, ma anche senza leader e senza programmi e progetti concreti.

L’impresa appare complessa se non ardua, perché a parola su molti temi le tante sinistre convergono con posizioni univoche, ma restano differenze profonde sulle origini di questa frammentazione. C’è chi è uscito dal PD, per dissenso politico, chi per avversione personale verso il segretario, chi nel PD non c’è mai entrato, come Sinistra Italiana, che a sua volta si è frammentato più volte nel corso degli anni e si propone come una forza anti PD, chi (forse lo stesso Pisapia) vorrebbe una ricomposizione unitaria, dialogante con i democratici e chi non transige sulla contrapposizione proprio con quel mondo.

Mettere insieme: i pezzi di Sinistra Ecologia e Libertà, L’Altra Europa con Tsipras, la lista per le europee guidata e poi abbandonata da Barbara Spinelli, i Verdi, l’Italia dei Valori, Azione Civile, gli arancioni di Luigi De Magistris. Poi c’è Possibile, partito di Pippo Civati, e Futuro a Sinistra di Stefano Fassina, il Partito dei comunisti italiani, quello che fu di Diliberto, ora Partito Comunista d’Italia, Sinistra Critica, il Partito Comunista di Marco Rizzo, il Partito Comunista dei Lavoratori, quello di Marco Ferrando, MPD Movimento dei Democratici e Progressisti che comprende Bersani, D’Alema ma anche parte dell’ex SEL con Arturo Scotto, che è poi anche il movimento denominato Articolo Uno, coordinatore Speranza, senza dimenticare Sinistra Italiana oggi di Fratojanni (sicuramente abbiamo dimenticato delle sigle), come si vede regna un po’ di confusione, non è cosa facile.

Nelle loro “febbrili” riunioni si dice che il leader non è importante (lo stesso Pisapia sostiene di non volersi candidare) e che si parla di programmi. Ma fuori da ogni ipocrisia va detto che nell’Italia post ideologica di oggi, che vive in un mondo globalizzato, il riferimento diretto ed identificabile del leader ha un ruolo fondamentale.

E’ un tratto dell’evoluzione democratica che vuole una diretta rappresentazione dei programmi e progetti che si intendono proporre, attraverso il leader che incarna e guida quelle proposte, non siamo più alla battaglia ideologica tra socialismo e pensiero liberale, tra partiti d’ispirazione popolare e cattolica ed altri d’ispirazione conservatrice. Questi contenuti ideologici si sono sparsi un po’ ovunque e dire che oggi, ad esempio, nella sinistra moderna esistono elementi del pensiero liberale, non suona più come un’eresia.

Personalmente credo che Pisapia dovrebbe evitare l’errore che in altri anni fu di Monti, che assurto a grande popolarità, in una fase di assoluta emergenza per il paese, decise di salire, come lui disse, in politica, rinunciando pero’ a puntare tutto sulla sua novità, come in Francia ha fatto Macron, alleandosi con “vecchie” figure della prima repubblica come Casini, un errore che gli fu fatale, pregiudicandone il suo futuro. Per questo mi chiedo se sia credibile un Pisapia che punta a rinnovare la politica italiana accompagnandosi con D’Alema, Bersani o peggio con Rizzo e Fratojanni, tutte persone non più spendibili per un progetto di cambiamento e di trasformazione del paese.

Pisapia che corre da solo, con un forte appello ad un rinnovamento critico ed autocritico della sinistra, e che ponga obbiettivi e soluzioni chiare su temi cruciali, come il lavoro, l’integrazione, le energie rinnovabili, un nuova visione delle nostre città, una riconsiderazione dell’Europa e del suo ruolo, sarebbe molto più credibile ed otterrebbe molti più consensi che se guidasse l’ennesima gioiosa macchina da guerra che unisce tutti e niente.

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Pisapia e Renzi.

L’altro tema è: Candidarsi per fare cosa? L’ennesima inutile testimonianza a sinistra o puntare ad essere una forza di governo con un progetto chiaro che si contrappone ad una destra ancora irrisolta e che avanza confusamente tra europeismo ed antieuropeismo, tra moderazione e l’estremismo di Lega o dei Fratelli d’Italia? Si tratta di costruire poi anche un’alternativa che si contrapponga, alla demagogia e alla disorganizzazione di M5S, con idee credibili.

Ma con l’attuale sistema elettorale, non certo voluto dal PD, occorre anche un processo di coalizione e li, diviene ineludibile che la sinistra o Pisapia possono vincere solo alleandosi con il PD. Ed è credibile che i tanti fuoriusciti dal partito di Renzi siano poi pronti ad un’alleanza di governo con lui? Nella migliore delle ipotesi saremmo al governo Prodi del terzo millennio, costretto a vivacchiare, fin quando farà comodo al D’Alema o al Fratojanni (in assenza di Bertinotti) di turno.

Nel marasmo politico attuale c’è una sola cosa che gli italiani chiedono ed è chiarezza. Sta proprio a Pisapia, alla sua lungimiranza, che non è poca, dire cosa fare, con chi e come. Al PD tocca invece non arroccarsi esprimendo una sintesi che non vanifichi il tentativo dell’ex sindaco di Milano, dimostrando che tra i democratici, il settarismo non è di casa, facendo prevalere, ancora una volta, la propria ormai matura cultura di governo.

Nicola Guarino


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