Altritaliani

Giorgio Bassani e Vittorio De Sica. E un ricordo di Maratea.

lunedì 17 luglio 2017 di Armando Lostaglio

Avevamo conosciuto a Ferrara nell’autunno del 2011 Paola Bassani, figlia dello scrittore Giorgio. La signora Paola era, come noi, ospite del Festival Estense (chi scrive presentava il libro “Schermi riflessi – fra cinema e televisione”, EditricErmes), mentre la figlia dello scrittore accompagnava la scrittrice francese Sophie Nezri-Dufour, autrice dell’intrigante saggio “Il giardino dei Finzi-Contini: una fiaba nascosta” (Fernandel Editore). Una occasione straordinaria per parlare del libro e della sceneggiatura del film che Vittorio De Sica portò sullo schermo fino all’aggiudicazione del Premio Oscar del 1972.

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Paola Bassani

Intanto a Ferrara, città del film, si cercava il mitico “giardino” del film, scoprendo che per il giardino venne utilizzata una villa nei pressi di Roma, mentre per Villa Finzi-Contini il regista utilizzò Villa Bolognini in Brianza. Ma l’ingresso del giardino nel film è veramente a Ferrara, in Corso Ercole I d’Este, proprio come immaginato da Bassani. Anche gli altri esterni sono stati girati a Ferrara: il castello Estense e le mura cittadine, il Palazzo dei Diamanti e la Cattedrale di San Giorgio.

Inizialmente Giorgio Bassani – come è ormai storia nota – collaborò alla stesura dei dialoghi e della sceneggiatura del film. Ma dopo alcuni disaccordi e malintesi, Bassani e De Sica entrarono in aperto conflitto (anche a causa del fatto che nel film la relazione tra Micol e Malnate viene resa esplicita, cosa non presente nel romanzo) e lo scrittore chiese ed ottenne che venisse tolto il suo nome dai titoli di coda del film.

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Il giardino dei Finzi Contini

Paola Bassani, che da anni vive a Parigi, ci parla anche delle belle vacanze vissute con la sua famiglia a Maratea, quando era ragazza, delle spiagge rocciose e del cibo invitante; di quanto lo scrittore amasse questi luoghi un po’ aspri e genuini. E ci parla anche di un articolo che suo padre aveva pubblicato nel 1967 nel volume “Coste d’Italia dal Gargano al Tevere” con l’introduzione di Antonio Cederna.

Bassani interpretava a suo modo il senso e la presenza scenografica della statua del Cristo sul monte San Biagio. E così scriveva: “Abbiamo da tempo la convinzione che la scultura, quella buona, non sa cosa farsene né dell’espressività della “maschera” né della simbologia gestuale. Il Cristo del monte San Biagio, a guardarlo per quello che è veramente, nella sua realtà effettuale, se qualcosa esprime non esprime nulla che abbia a che fare con la redenzione della gente del nostro povero Mezzogiorno.

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Il Cristo di Monte San Biagio

Grosso, massiccio, gessoso, aeronautico, sudamericano, non riesce, essenzialmente, che a deturpare il paesaggio. Il monte San Biagio, su cui si erge, è ridotto da esso, per totale assenza all’ingiro di termini di confronto, a un sasso da niente, ad una specie di altarino d’uso domestico. Guardiamolo serenamente, attenendoci ai criteri della pura visibilità: e non ci sarà difficile riconoscerlo per fratello di tante altre statue del tempo fascista, appena appena camuffato com’è dall’atteggiamento gigionescamente serafico di un deteriore cattolicesimo.”

E’ quanto pensava il grande scrittore ferrarese della gigantesca statua del Redentore sulla sommità della costa tirrenica lucana.

Un tassello di memoria fra letteratura, cinema e ricordi di un periodo certamente intenso che Paola Bassani rispolvera con una velata nostalgia.

Armando Lostaglio


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