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Legislative francesi 2017: A Macron la maggioranza assoluta, ma...

lunedì 19 giugno 2017 di Alberto Toscano

Per la quarta volta al voto i francesi hanno parlato, sia pure con una larga astensione, dando al neo-eletto presidente Emmanuel Macron la maggioranza che sperava, un po’ meno eclatante dopo il turno di ballottaggi, ma sempre assoluta. La democrazia francese offre (diversamente che in Italia) un sistema che consente la governabilità ed anche la dovuta rappresentanza. Il cambiamento è possibile. Ora spetta a Macron dimostrare di saper riunire la Francia e costruire un consenso e una fiducia che convincano anche chi alla fine ha disertato le urne.

La lunga primavera elettorale della République finisce col netto successo (anche se non proprio col super-trionfo ipotizzato dopo il primo turno delle legislative) di Emmanuel Macron, ormai Grande timoniere della nave Francia. Il binomio République en Marche - Modem arriva a 350 seggi sui 577 dell’Assemblea nazionale e in ogni caso la formazione politica del nuovo presidente ha la maggioranza assoluta anche da sola. Le opposizioni sono sconfitte, ma non cancellate. La destra storica dei Républicains conquista circa 137 seggi e limita le dimensioni di quella che resta una catastrofe politica. Il Partito socialista deve accontentarsi, insieme ai suoi alleati Verdi e radicali, di 45 seggi, la sinistra radicale (comunisti del PCF e seguaci della France insoumise di Jean-Luc Mélenchon) di 27, il Front national di 8.

La destra storica esce a pezzi da questa duplice tornata elettorale e il Partito socialista è in stato comatoso. La parola chiave di queste legislative è un neologismo destinato a rimanere impresso nel « politichese » di Francia e di Navarra : dégagisme (dall’esortazione dégagez!, idealmente lanciata dal popolo in collera alla vecchia e screditata casta politica). Il primo a insistere sul fatidico dégagez! è stato, durante la campagna presidenziale, l’astuto Mélenchon, ex ministro ed ex socialista, che di quella medesima casta fa parte integrante da decenni. Come dire che anche il dégagisme ha i suoi limiti, le sue contraddizioni e i suoi sotterfugi. Comunque (Mélenchon a parte) stavolta il dégagisme si è visto davvero : queste legislative hanno cambiato il volto dell’Assemblea nazionale com’era accaduto in passato solo all’indomani di vicende traumatiche, tipo guerre e colpi di forza. Un ricambio impressionante, incoraggiato anche dall’entrata in vigore della legge contro il cumulo dei mandati. Un ricambio all’insegna di un altro concetto di cui in Francia si parla spesso, con un miscuglio di disinvoltura e di sospetto. Quello di « cambiamento ».

Quando ho scritto i miei primi articoli da Parigi a proposito di elezioni francesi, le legislative del marzo 1978, Emmanuel Macron era un bébé di neppure tre mesi. Minuscola creatura predestinata, superdotata e immagino sorridente. Il dibattito politico già ruotava attorno a una parola magica: changement. Poi sono venute le presidenziali del 1981 e la fascinosa idea del cambiamento ha preso le sembianze di Mitterrand, costretto a fare ben presto (nel 1983) una precipitosa marcia indietro. E’ stata allora la destra di Chirac a imbracciare il sogno del changement, promettendo le privatizzazioni e dicendo che solo le forze liberali avrebbero potuto consentire al paese di camminare (e di cambiare) con i piedi per terra. Di changement hanno parlato un po’ tutti, alludendo a strategie molto diverse tra loro, ma accomunate dalla fatidica idea di rompere col passato : Rocard nel 1988, Balladur nel 1993, il tandem Chirac-Juppé nel 1995, Jospin nel 1997, Sarkozy nel 2007 (ricordate la rupture?), Hollande nel 2012 e naturalmente i vincitori delle ultime primarie : Fillon a destra e Hamon a sinistra. La prima pagina di Le Monde dello scorso 29 novembre era dominata da quattro gigantesche parole : Fillon, la révolution conservatrice. Come dire che – all’indomani delle primarie della destra - l’idea di cambiamento si spingeva fino a fondersi con l’idea di rivoluzione, agognata dai francesi alla sola condizione di lasciare quasi tutto come prima. Rivoluzione conservatrice è l’emblematico ossimoro utile a decriptare l’attuale sensibilità dell’opinione pubblica francese.

Dietro il trionfo ottenuto domenica scorsa dalle armate macroniane en marche, c’è davvero questa contraddizione tra il tradizionale auspicio al cambiamento e l’altrettanto forte desiderio di conservazione. Di qui il successo di un liberal come Macron. Un liberal all’anglosassone, che dà in inglese lezioni di liberalismo al presidente degli Stati Uniti d’America. Un personaggio che contesta la vecchia dicotomia ideologica destra-sinistra, che ha avuto in passato la tessera socialista, che ha moltissimi sostegni nella sinistra riformista francese ed europea, che si colloca di fatto al centro e che ha scelto un primo ministro di destra come Edouard Philippe (già fedelissimo di Alain Juppé e oggi fedelississimo suo).

Tra Macron e Philippe c’è un tratto comune da non sottovalutare : sono giovani (soprattutto rispetto alla tradizione francese) e incarnano dunque anche fisicamente l’idea di cambiamento. I francesi vogliono adesso vedere alla prova gli uomini a cui hanno regalato una formidabile maggioranza parlamentare. Chiedono dunque loro di fare il miracolo della rivoluzione conservatrice : cambiare il più possibile scontentando quanta meno gente possibile.

In realtà la promessa di Macron mette insieme le varie anime del cambiamento : quella progressista e quella liberale. Cambiamento e pragmatismo. Lotta per il lavoro, ma non lotta contro le imprese. Macron ha così spiazzato sia la destra, che ha sempre insistito sulla propria capacità di tenere i piedi per terra, sia la sinistra, che ha sempre sottolineato la carica sociale della propria politica riformista. La chiave politica del successo di Macron è dunque l’aver coniugato a modo suo – in barba agli schieramenti tradizionali – quel verbo changer che tanto piace ai francesi. Il problema di Macron è che - alla prova dei fatti – cambiare significherà toccare interessi, corporazioni e rendite di posizione da molto tempo cristallizzate. Per cui – dopo i bei discorsi elettorali - ogni concreto progetto provocherà polemiche, proteste e malumori. Macron va dunque incontro a una stagione difficile, malgrado la sua straordinaria abilità sul terreno della comunicazione (abilità combinata con qualche comportamento spregiudicato, che i media non avrebbero certo perdonato ai suoi predecessori e che forse un giorno non perdoneranno neppure a lui).

C’è un altro elemento importante di cui tener conto. La marcia trionfale di Macron sarebbe stata quasi impossibile senza il fallimento delle due ultime presidenze della Repubblica. Sarkozy nel periodo 2007-2012 e Hollande, dal 2012 al 2017, si sono mostrati incapaci non solo di cambiare, ma anche di gestire con efficacia il paese. Tanto Nicolas Sarkozy e François Hollande si consideravano diversi tra loro sul terreno dell’ideologia, quanto si sono assomigliati nella delusione da essi suscitata nell’opinione pubblica.

Non si può dunque spiegare il successo di Macron senza prendere in conto il disorientamento che i due suoi immediati predecessori hanno destato tra i connazionali. Più che sull’adesione popolare al suo programma, Macron ha vinto a causa degli errori altrui, che hanno generato un duplice effetto : travaso di voti (da destra e da sinistra) in direzione di En Marche ! e astensione fortissima alle legislative ; cosa che ha aumentato (in termini di seggi parlamentari effettivamente conquistati) l’impatto di quel travaso di voti. Il dibattito politico alle legislative (ruotato attorno alle polemiche sugli scandali e al progetto, ancora molto vago, di riforma del mercato del lavoro) non è stato certo di qualità particolarmente elevata. Oltre che modesto, quel dibattito non ha appassionato quasi nessuno.

Adesso Macron rischia di pagare a caro prezzo la contraddizione tra l’impressionante dimensione della sua maggioranza parlamentare e l’altrettanto impressionante astensione dell’11 e del 18 giugno. Ho accennato poco fa alle legislative del 1978. Vale la pena di ricordare che in quell’occasione i votanti furono l’83 per cento al primo turno e l’85 al secondo. Stavolta non sono arrivati al 49 per cento al primo turno e al 43 al secondo. Al primo turno delle legislative di quest’anno ci sono stati 14 milioni di elettori in meno rispetto al primo turno delle presidenziali. Al secondo turno delle legislative c’è stata la partecipazione più bassa tra tutte le elezioni più importanti (presidenziali e legislative) della storia della Quinta Repubblica.

In termini di quantità, il successo di Macron è clamoroso. In termini di qualità c’è ancora molto, moltissimo, da fare. Macron ha importanti frecce al suo arco. Le sensazioni dei francesi sono buone (France is back! mi dice con fierezza un amico parigino, passato dai socialisti ai macronisti). Il mondo intero fa credito al nuovo inquilino dell’Eliseo e persino i freddi tecnocrati di Bruxelles o dell’OCSE si comportano verso di lui come una tifoseria da «curva Sud».

L’Europa ha un gran bisogno di una Francia convintamente europeista, come appunto quella promessa da Macron, e – in questo momento di apprensioni per le scelte di Washington e di Mosca – il mondo ha un gran bisogno d’Europa. Macron può insomma contare su condizioni molto favorevoli, malgrado il rischio di precipitare anche lui nelle sabbie mobili dell’impopolarità, che hanno inghiottito i suoi due ultimi predecessori. Lo spettro del dégagisme può riprendere in ogni momento ad aggirarsi per l’Esagono.

Alberto Toscano

Alberto TOSCANO è giornalista e scrittore italiano a Parigi dal 1986, collaboratore di diversi media italiani e francesi. Ex presidente della Associazione della Stampa estera in Francia, è attualmente presidente del Club della stampa europea di Parigi.


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