Altritaliani

Dalla Guerra dei Sei Giorni e quell’incendio ancora alle nostre porte.

sabato 10 giugno 2017 di Alberto Toscano

Era giugno, come ora, 50 anni fa, quando la tensione mediorientale esplose nella Guerra lampo dei Sei Giorni. Da allora ad oggi alla nostra frontiera mediterranea, resta a bruciare la pericoloso polveriera israelo-palestinese. Il problema dalla cui soluzione (o meno) dipenderà molto del nostro futuro, dell’Europa, ma anche del mondo.

Quel mattino, ai primi di giugno del 1967, nella mia classe del liceo scientifico Antonelli di Novara ci siamo messi stranamente a parlare di guerra. Una guerra scoppiata all’improvviso, non lontano da casa nostra. Da settimane i giornali scrivevano sulla tensione in Medio oriente, tra Israele e i Paesi arabi confinanti. A fine maggio il presidente egiziano Nasser aveva deciso di impedire alle navi israeliane l’accesso al Mar Rosso, aveva concentrato le sue truppe alla frontiera con Israele ed era stato firmato un patto di collaborazione militare Giordania-Siria, paesi che a loro volte si preparavano a scatenare un conflitto per cancellare lo Stato ebraico dalle carte geografiche. Furono queste le premesse dello scontro vero e proprio, cominciato il 5 giugno.

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La Guerra dei sei Giorni.

L’intera opinione pubblica italiana fu scossa dalle notizie in arrivo dall’altra sponda del Mediterraneo, anche se all’inizio non fu semplice comprendere esattamente la dinamica dell’accaduto. Incalzato dall’escalation ostile dei suoi vicini arabi, lo Stato d’Israele li colse di sorpresa attaccando per primo e ottenendo in meno di una settimana una vittoria impressionante, che consentì l’occupazione di territori fino ad allora egiziani (la striscia di Gaza e la penisola del Sinai), giordani (la parte orientale di Gerusalemme e la Cisgiordania) e siriani (le alture del Golan). I più popolati tra quei territori (Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme-Est, con la Città vecchia, il Santo sepolcro, il Muro del pianto e la Spianata delle moschee) erano abitati da palestinesi.

Quella vittoria militare straordinaria, ottenuta da un paese di neanche tre milioni d’abitanti contro tre Stati che ne contavano complessivamente quasi quaranta milioni, trasformò l’immagine stessa di Israele. Sconfiggendo Golia, Davide non poteva più considerarsi (ed essere considerato) solo come vittima delle altrui discriminazioni. Insieme alla propria forza, Davide era chiamato a mostrare il proprio senso di responsabilità nella ricerca di un compromesso in grado di riportare la pace in quei territori carichi di storia e di problemi.
All’indomani della «Guerra dei Sei giorni», erano tanti a volere un armistizio e pochi a volere una pace duratura. Pace significa compromesso. Pace significa qualche rinuncia da ciascuna delle parti in causa. Perché – come mi disse un giorno a Gerusalemme un anziano signore che ne aveva viste tante – «i problemi sono facili quando c’è una ragione e un torto, ma diventano terribilmente difficili quando ci sono due ragioni e due torti».

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La guerra del Golfo.

All’indomani del 1967 cominciò il periodo del terrorismo e di altri conflitti. Come il «settembre nero» del 1970, quando le autorità di uno Stato arabo, la Giordania, attaccarono e cacciarono i profughi palestinesi dal proprio territorio. Come l’altro nerissimo settembre del 1972 col massacro degli atleti israeliani (ne furono uccisi undici) alle Olimpiadi di Monaco di Baviera. Quel periodo si concluse drammaticamente nell’ottobre 1973 con la guerra che in un certo senso completa il ciclo di eventi iniziato nel 1967: la «Guerra del Kippur», quando fu l’Egitto del nuovo presidente Sadat ad attaccare a sorpresa Israele e a ottenere importanti successi militari, prima d’essere costretto a fare marcia indietro. Davide era forte, ma non abbastanza da sentirsi tranquillo senza veri accordi di pace.

Accordi con chi? Prima di tutti con l’avversario numero uno, che col tempo si trasformerà da nemico in partner: l’Egitto. Ecco gli Accordi di Camp David del settembre 1978 tra Sadat e il primo ministro israeliano Beghin, che aprirono la strada al trattato di pace tra i due paesi (l’anno seguente), al riconoscimento reciproco e alla restituzione del Sinai.
Gli altri accordi importanti sono venuti nell’agosto 1993: gli «Accordi di Oslo», tra israeliani e palestinesi, che finalmente si riconoscevano tra loro e che cominciavano un dialogo rimasto finora in mezzo al guado. Dialogo terribilmente difficile a causa delle preclusioni di una parte della politica israeliana e delle divisioni tra i palestinesi : oggi Gaza è in mano agli estremisti di Hamas, che non riconoscono il diritto di Israele a esistere come Stato indipendente, mentre la Cisgiordania è controllata da Abu Mazen, che si è detto disponibile a un difficile dialogo con le autorità israeliane.

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La guerra in Siria.

Oggi, però, altre tempeste sconvolgono questa parte del mondo. La Siria, tradizionale nemico di Israele (con cui, a differenza della Giordania, non ha mai normalizzato le relazioni diplomatiche) è sconvolta da una guerra spaventosa, che ha provocanto milioni di profughi e centinaia di migliaia di morti. La Libia e l’Irak sono a loro volta distrutti dai conflitti. Il mondo islamico è profondamente spaccato tra l’Iran di osservanza religiosa sciita e i paesi sunniti come l’Arabia saudita, l’Egitto e la Giordania. Il fanatismo e il terrorismo di alcune frange sunnite hanno portato alla nascita del cosiddetto «Esercito islamico», che ha messo in ginocchio proprio una parte del mondo musulmano, oltre a perpetrare gravissimi attentati terroristici in Europa e in altri continenti.

Cinquant’anni dopo la «Guerra dei Sei giorni», il Medio oriente vive in una situazione di guerra continua. Israeliani e palestinesi, che non partecipano a questa nuova ondata di ostilità e di destabilizzazione, avrebbero un’occasione d’oro per incamminarsi insieme sulla via della pace. Purtroppo non riescono a fare il passo decisivo in questa direzione. Stanno perdendo un’occasione e forse se ne pentiranno.

Alberto Toscano


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