Altritaliani
Recensione

Quella sera a Milano era caldo. La stagione dei movimenti e la violenza politica.

mercoledì 7 giugno 2017 di Maria G. Vitali-Volant

Pubblicato lo scorso anno per Manifestolibri, questo importante volume di Marco Grispigni, storico-archivista che lavora oggi a Bruxelles presso la Commissione Europea e che si dedica alla studio dei movimenti sociali e politici degli anni Sessanta e Settanta, a cavallo tra gli anni dell’utopia e quelli di “piombo”. Una lunga stagione tragica e vitale piena ancora di segreti e misteri che hanno segnato un’intera generazione. Un libro che non manca di suggerire anche prospettive politiche per il presente oscuro che stiamo vivendo.

Nel suo capolavoro immortale Dei delitti e delle pene, Cesare Beccaria scriveva a proposito delle violenze sociali e dello Stato: «Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di essere “persona” e diventi “cosa”: vedrete allora l’industria del potente tutta rivolta a far sortire dalla folla delle combinazioni civili quelle che la legge gli dà in suo favore. Questa scoperta è il magico segreto che cangia i cittadini in animali di servigio, che in mano del forte è la catena con cui lega le azioni degli incauti e dei deboli. Questa è la ragione per cui in alcuni governi, che hanno tutta l’apparenza della libertà, la tirannia sta nascosta o s’introduce non prevista in qualche angolo negletto dal legislatore, in cui insensibilmente prende forza e s’ingrandisce. Gli uomini non vedono…l’insetto impercettibile che li rode…»
(Cesare Beccaria, Violenze in Dei delitti e delle pene, Livorno, Coltellini, 1764)

La violenza è frutto della tirannia; la visione del grande illuminista lombardo si focalizza sulla ragione umana che fabbrica la tirannia e mette in moto inevitabilmente il movimento dell’eterna spirale o la reazione rispetto alla violenza suprema: quella del potere, della discriminazione, dell’asservimento, dell’alienazione. Beccaria trova che l’enigma delle violenze si scioglie nella storia «Ogni qual volta da persona l’uomo diventa cosa», contro la sua volontà, contro la libertà come principio fondatore di vita.

Nel dopoguerra, in Italia, si accumularono strati di tensioni, cumuli di tempeste: le ingiustizie politiche e sociali, le speranze tradite della Resistenza, la libertà soffocata, il clericalismo trionfante, ecco “l’Italietta” nel suo barocco splendore. Nelle fabbriche affluirono i migranti interni, l’agricoltura venne abbandonata, la povertà divento’ più che mai culturale e le periferie straziarono il tessuto delle città cosi come dei borghi innalzando torri di cemento con finestre e balconcini sul nulla. Queste ed altre violenze, e poi gli echi delle guerre nel mondo, l’Italia come una colonia, teatro di trasformazioni e di insopportabili violenze. “Fra il 1963 e il 1964 l’Italia vedeva bruscamente cessare il miracolo economico che l’aveva scossa dalle fondamenta in pochi anni: esso lasciava il posto alla «congiuntura» cioè a una crisi economica temporanea. Dalla fine degli anni cinquanta avevano preso avvio trasformazioni colossali nel modo di lavorare e di vivere, di produrre e di consumare, di pensare e di sognare degli italiani. Si erano diffuse intense speranze (e contrapposte paure) di un “governo” di quelle trasformazioni, di riforme reali volte a sanare sia arretratezze antiche sia le contraddizioni nuove indotte dai tumultuosi processi di modernizzazione. Riforme capaci di indicare al tempo stesso regole e valori condivisi in un paese in cambiamento radicale ma non omogeneo”.
(Guido Crainz: Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzellli, 2003).

Eppure si produsse un miglioramento nelle condizioni di vita soprattutto al Nord; altrove, le campagne poverissime, al Sud un abisso di solitudini, di povertà antica e mai sanata. Malgrado tutto questo in Italia, come altrove, questi anni sessanta nascenti e il decennio a seguire portarono grossi mutamenti nella riflessione estetica e culturale di un paese intessuto di bellezze tradite o massacrate dall’ignoranza e dall’incuria dei potenti e dall’inconsapevolezza popolare (l’Arte Povera fu il nostro contributo politico e critico all’arte contemporanea e alle sue avanguardie). Altro capolavoro fu la ripresa dell’attività sindacale, delle rivendicazioni sul posto di lavoro, delle lotte per i salari e gli stipendi, una presa di coscienza politica forte e una ricerca di identità finalizzata alla risoluzione dei problemi.
La piccola borghesia e la classe operaia diventarono persone infatti:

«Operai, donne, giovani furono in tutto l’Occidente alla testa di un’ondata di lotte durante il decennio e i loro bisogni, le loro rivendicazioni, le loro domande furono parzialmente integrate, soddisfatte, negoziate. In questo senso il modello di democrazia fu inclusivo, furono necessarie lotte durissime, in alcuni casi violente, ma, alla fine, la mediazione fu accettata e questa domanda di diritti fu legittimata. Grazie alle conquiste dei lavoratori un’enorme ondata di ridistribuzione della ricchezza ebbe luogo nel mondo occidentale e gli anni ’70 furono l’ultimo decennio che vide ridursi la forbice sociale tra chi più possiede e chi meno ha. Dopo si apri’ quell’abisso di crescita dell’ineguaglianza che ancora oggi non accenna a fermarsi…».

Chi scrive questo è uno storico-archivista che lavora oggi a Bruxelles presso la Commissione Europea: Marco Grispigni, studioso dei movimenti sociali e politici degli anni Sessanta e Settanta. Questo suo nuovo lavoro dal titolo evocativo: “Quella sera a Milano era caldo. La stagione dei movimenti e la violenza politica”, (Manifestolibri, 2016) intende studiare la stagione dei movimenti nel decennio ’60 e ’70: un momento cruciale della storia italiana in cui si intravvedono le radici dell’Italia attuale e anche il riflesso dei cambiamenti, dei fermenti e delle rivolte di quegli anni nel resto del mondo occidentale.

Questo movimento di rivolta globale non si realizzo’ in maniera indolore e la violenza della reazione fu forte e devastatrice quanto subdola, destabilizzando la legittimità delle lotte dall’interno, radicalizzando e inasprendo i conflitti con una strategia poi definita «della tensione». Un piano diabolico che oppose forze diverse le une contro le altre, senza dialogo, aperture, comprensione; quasi un conflitto biblico, arcaico, scevro di finezze concettuali: muro contro muro.

Dice Grispigni: «Studiare la stagione dei movimenti e in particolar modo gli anni Settanta italiani comporta per lo storico la necessità di affrontare il nodo della violenza politica. Bombe e stragi, agguati e sparatorie, attentati e rapimenti si susseguono: una presenza lugubre e ineludibile che rende questo decennio un caso unico e difficile da comparare con quanto avviene negli altri paesi occidentali».

Ma raccontare quegli anni oggi non puo’ solo ridursi a questo studio in nero. E’ anche scovare e trovare nella successione delle fasi del fenomeno, nei documenti, negli echi culturali, nell’analisi precisa e puntuale degli avvenimenti, dei fatti la complessità del periodo nonché la ratio politica delle scelte, le strategie, il senso profondo dei conflitti e del loro impatto sull’immaginario collettivo e sull’azione politica dei partiti, dei governi, degli organi di polizia, di giustizia e nei movimenti.

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Pietro Valpreda

Questo studio di Grispigni si propone di fare il punto della ricerca su questo fenomeno dei movimenti e della violenza in quegli anni in Italia per rimettere le istanze al loro posto; esso ricostruisce il tempo - insieme di punti di un quadro complesso di storie e di storia - inserisce una sorta di equilibrio fra le parti del conflitto. Nel libro, detta legge la storia dei dettagli, dei particolari e delle componenti delle forze in campo; con il suo svolgersi, l’autore sistema i protagonisti al loro posto, istituisce gerarchie e inserisce le voci degli studiosi del periodo: la sterminata letteratura che lui infine mette in ordine conducendo un’analisi critica e lucida dei documenti.

Queste operazioni archivistiche chiarificano, stemperano e allontanano le passioni dal contesto, restituiscono al lettore uno schema di lettura coerente e “freddo”. Anche al lettore più appassionato che risente, nel profondo della sua sensibilità e nel ricordo, gli echi della Ballata del Pinelli che allora, dopo la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e l’arresto degli anarchici Pietro Valpreda, Giuseppe Pinelli - che in questa mostruosa operazione di depistaggio dello Stato lascerà la vita - echeggiava nei circoli e nelle riunioni dei gruppi di studenti e durante le manifestazioni:

Quella sera a Milano era caldo, ma che caldo che caldo faceva. «Brigadiere apra un po’ la finestra», ad un tratto Pinelli casco’…

Eppure eravamo a dicembre e faceva freddo in quell’anno maledetto: il 1969, là dove tutto comincia: a Milano, in piazza Fontana, banca dell’Agricoltura dove la bomba strazia i corpi e l’anima di un paese, distrugge equilibri delicati e castelli di carte, messi in bilico sulle disuguaglianze e sui privilegi da abili tessitori e da grandi big dell’industria e della finanza, da strateghi d’oltre oceano che usarono la violenza come strumento di forza, di divisione di un popolo già fragile e diviso economicamente.

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Strage di Piazza Fontana

Essi accusarono innocenti, pagarono sicari, trovarono capri espiatori come gli anarchici (annientamento di una storica tradizione politica italiana), risvegliarono i fantasmi del fascismo squadrista, istigarono lotte fratricide, inventarono formule egualitarie come quella degli “Opposti estremismi”, offuscarono la verità, soffocarono ogni desiderio. La ragione resta invariata ovunque e persiste anche oggi: frenare la voglia di libertà e di giustizia sociale, le rivendicazioni di masse operaie oppresse e sfruttate, di donne sacrificate in una società patriarcale e arretrata, di giovani insoddisfatti e poveri; di una parte della società civile che non se la sentiva più di vivere nell’Italietta ma voleva sfuggire agli anacronismi e vivere nel mondo in rivolta di quegli anni. Con la strage di piazza Fontana – su questo Grispigni è molto preciso – assistiamo alla fine di ogni dialogo fra istituzioni e popolo; il dibattito politico fu azzerato, soffocato nel sangue.

Da quella strage, la prima di una lunga serie, solo monologhi e paura distillata nelle masse, cosi come fa sempre il terrorismo che è cieco ed è solo il riflesso della tirannia di cui parlava Beccaria. Allora si produsse il silenzio, la politica venne annientata dal terrore fascista, dalla dittatura mediatica, da una politica malsana e malata; complici tutti i protagonisti della cosa pubblica. A Milano e altrove si muore; non c’è più alcuna speranza, la morte oscura ogni scenario politico. Poi le reazioni di gruppi e movimenti a tutte le trame e ai giochi oscuri, alle connivenze, all’insabbiamento delle prove delle stragi, al sospetto come metodo e alla violenza della repressione.

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B.R. in azione.

Quindi l’insorgere delle metastasi della violenza che si infiltrarono nelle pieghe della rivoluzione collettiva mancata. Di conseguenza, la scelta della lotta armata. Uno strappo violento nel tessuto sociale e culturale italiano che aveva già sofferto una guerra e la Resistenza; ancora la perdita della “meglio gioventù” nelle famiglie già prostrate dalla crisi congiunturale. In questo, il malessere di un paese diventa lo scacco di un’intera generazione. Ancora emozioni violente annientano i desideri di pace e di benessere di un popolo entusiasta alla fine del conflitto della Seconda guerra mondiale ma già consapevole delle tragedie a venire.

Per questo Grispigni non dimentica le emozioni e affronta temi delicati e profondi. Lo fa con perizia quando evoca le ragioni ideali che spinsero tanti giovani, appartenenti ai gruppi della sinistra rivoluzionaria, verso la mobilitazione. Certo per cambiare il mondo, ma lui indaga su come volevano cambiarlo e perché a un certo momento cominciarono a pensare che la violenza fosse lo strumento necessario per realizzare questo sogno.

Una rivoluzione come fine, come strumento di “leggerezza” alla Milan Kundera, una identificazione fluida (di cui parla oggi Zygmunt Bauman) per non essere cose in mano a istituzioni pesanti come la famiglia, il lavoro, lo Stato, la Chiesa ecc. Il tutto per accedere a una vita degna di essere vissuta. Non è poco. In fondo un processo millenario mai conchiuso e ancora in atto. Questo si svolse accelerando i tempi, sconvolgendo gli schemi, i percorsi, i piani, le cabale del potere, aprendo faglie gigantesche nella strategia del Partito Comunista di allora e anche degli altri partiti di sinistra con i loro tempi lunghi e le strategie opache.

Grispigni analizza i fatti in Italia e in Francia rilevando differenze consistenti di ampiezza dei movimenti e di impatto delle azioni violente sulla società civile, sullo Stato, sugli organi di controllo e di informazione, nonché sulla vita politica dei due paesi. Ma la novità italiana furono i movimenti neofascisti a cui l’autore dedica un importante capitolo. E anche i cambiamenti delle tecniche di repressione delle forze dell’ordine, il loro “adeguarsi” al “Maggio francese” e all’«Anno mirabilis» in Italia, il 1968.

Secondo Grispigni esso «Non fu affatto una realtà anomala rispetto a quello che avvenne in quegli anni negli altri paesi. La lunga durata dei movimenti e dei conflitti, o il tasso di ideologia e di egemonia marxista di tipo rivoluzionario non sono affatto delle caratteristiche specifiche e uniche del caso italiano. Il «Lungo sessantotto» italiano (dal 1966 al 1978) non dura più dei Sixties americani (dal 1964 di Berkeley al disimpegno nel Vietnam che inizio’ nel 1973) cosi come la riduzione del ’68 francese al maggio parigino o quello tedesco fino all’attentato di Rudi Dutschke. Lo stesso vale per il coinvolgimento di altri strati sociali, oltre quello studentesco e gli scontri di piazza, le manifestazioni violente, la resistenza nei confronti della polizia, le pratiche al limite della legalità (occupazioni, picchetti, autoriduzioni) oppure la prosa incendiaria di opuscoli, volantini, manifesti, riviste, che ritroviamo in quegli anni in tantissimi paesi».

In questo contesto, Grispigni inserisce le sue analisi sociologiche dei gruppi e dei movimenti; dà loro un nome cosi come lascia emergere l’importanza della partecipazione operaia alle lotte studentesche. Una mobilitazione, quest’ultima, cosi tanto importante da determinare l’inasprimento del conflitto e l’acuirsi della repressione.

Quello che emerge è anche il profilo dei gruppi di destra che furono manipolati, usati, per i giochi sporchi della politica ottusa di quegli anni. A questa politica guarda Grispigni da archivista e da storico, usando testi e documenti, citazioni e cronologie; spiegando e facendo luce proprio sulle tipologie degli scenari politici di quegli anni, sull’ottusità dei personaggi, sulla loro scarsa o inutile visione della società, quindi sull’abbandono della vera missione della politica chiusa nei meandri del labirinto infausto della difesa dell’Io. Politici inetti, ordini contraddittori, strategie fumose, paludi in cui la classe dirigente di allora si imbosco’ per paura o per servilismo, per interesse, per guadagno. Intanto, fuori dal Palazzo, si moriva e si innalzavano i muri dell’intemperanza, dell’odio; le trappole delle ideologie opposte, degli «Opposti estremismi».

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28 maggio 1974 strage fascista di Brescia. Prima degli anni di piombo e della notte della Repubblica ci furono le stragi fasciste con le complicità dello Stato.

Questo libro, fra l’altro, ha il grande merito di insistere su queste deficienze istituzionali e ci lascia un monito per non ricadere negli errori di quest’epoca ricchissima di contenuti e di sofferenze.
Per concludere questa analisi di un libro importante, citiamo il sociologo Marino Livolsi, che scrive oggi, a proposito della morte di Giuseppe Pinelli e della situazione italiana di quegli anni:

Quarant’anni nella storia di questo paese sono un’eternità. Un pesante oblio copre ormai le vicende di quegli anni. La difficoltà o l’impossibilità di conoscere la verità su quanto è accaduto (attentati e copertura dei «servizi deviati» dello Stato) ha portato gli italiani a dubitare che si potesse «sapere» e che giustizia sarebbe stata fatta.
Riandare al dicembre del 1969 è come scavare in un passato pieno di ombre mai chiarite. Se le cose fossero andate diversamente il nostro avrebbe potuto essere un paese diverso e più maturo. Per noi, ragazzi di allora, una possibile «terza via» era mille miglia lontana dal bigottismo e dal tartufesco conservatorismo della Democrazia Cristiana e dal «socialismo realizzato» che aveva mostrato un volto diverso da quello forse troppo ingenuo del «sol dell’avvenire» a Budapest e a Praga.

Per tornare a quegli anni...Le immagini in bianco e nero. O meglio grigie come quelle struggenti del film di Pasolini del funerale di Giuseppe Pinelli … Il ’68 non era ancora concluso (le lotte operaie si erano affiancate a quelle degli studenti) e aveva diviso il paese in due partiti: una minoranza favorevole al cambiamento (anche se troppo urlato nelle sue proposte) e una maggioranza conservatrice. Quella di sempre…
(Marino Livolsi, in Una storia quasi soltanto mia di Licia Pinelli e Piero Scaramucci, Feltrinelli, 2009)

Grispigni non si ferma a queste immagini struggenti, a questo elogio funebre. Con questo libro e anche con il suo eccellente saggio 1977 (Manifestolibri, 2006), invita alla riflessione e suggerisce prospettive politiche per il presente oscuro che stiamo vivendo.

Maria G. Vitali-Volant

Nel logo Marco Grispigni.


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