Altritaliani
Missione poesia. Poesia italiana contemporanea

Alessandro Rivali: La caduta di Bisanzio.

martedì 30 maggio 2017 di Cinzia Demi

In quest’articolo le poesie di Alessandro Rivali che, raccolte ne «La caduta di Bisanzio», si assumono l’onere di rielaborare il poema epico, nella forma in massima parte diegetica e, se pur non prevedendo la presenza di un eroe specifico, ne riconducono l’essenza sottintesa al genere umano nel suo complesso, che può aspirare alla salvezza nella figura cristologica ritrovabile in certi passaggi.

Alessandro Rivali è nato a Genova nel 1977. Lavora come editor per le Edizioni Ares di Milano. È incluso nelle antologie: Quattro poeti (Ares, Milano 2003), Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni ’70 (antologia web di Railibro, 2004), La stella polare – poeti italiani dei tempi “ultimi” (Città Nuova, Roma 2008), Il miele del silenzio (Interlinea, Novara 2009). I suoi libri di poesie sono La Riviera del sangue (Mimesis, Milano 2005) e La caduta di Bisanzio (Jaca Book 2010). Vive a Milano.

Conosco Alessandro Rivali solo “virtualmente” se così si può dire. Nel senso che ho letto le sue opere, l’ho seguito nei suoi percorsi culturali ma, per coincidenze logistiche e temporali, non mi è mai capitato di incontrarlo personalmente. Sarà dunque l’occasione creata ad ok, quella del prossimo appuntamento del “Thè con la poesia” – ciclo di incontri che organizzo presso il Grand Hotel Majestic “già” Baglioni di Bologna – a darmi l’occasione di ascoltare la sua voce. Intanto cercheremo di entrare nella sua poetica, attraverso l’analisi dell’ultimo libro da lui scritto La caduta di Bisanzio, edito da Jaka Book nel 2010 – quindi già datato di qualche anno ma, attualissimo nel percorso di ricerca sulle “cadute” degli imperi, degli ideali, dei valori di cui è senz’altro impregnata anche l’epoca in cui stiamo vivendo.

LA CADUTA DI BISANZIO

La narrazione epica, il genere “poesia storica”, i poemi cavallereschi e tutto ciò che riguarda la modalità poetico-narrativa di raccontare, resocontare, restituire in versi - e non solo in modo cronicistico - le vicende di fatti realmente accaduti - di norma fatti drammatici, accadimenti che hanno mutato il corso stesso della storia - specie se chi si accinge a intraprendere quest’impresa lo fa con immenso amore per l’umanità e per la verità, o almeno per la ricerca di quest’ultima - hanno, da sempre, esercitato un fascino fortemente empatico sul lettore perché, rivivere la storia attraverso l’esperienza della poesia è, senz’altro, un’occasione per entrare in quelle stesse vicende anche attraverso il flusso emotivo dell’inconscio, smosso dalla peculiarità della poesia, capace di cogliere e fermare sulla pagina – negli interstizi della storia stessa – attimi, sensazioni, interiorità che la sola prosa non può concedere.

Ben vengano dunque le poesie di Alessandro Rivali che raccolte in quest’opera, La caduta di Bisanzio, e assumendosi l’onere di rielaborare la forma del poema epico - certamente per quanto riguarda la diegetica, ovvero la narrazione in terza persona, tranne in pochi passaggi dove l’io poetico o il tu dialogico compaiono quasi a spezzare volutamente lo stesso filo epico - pur non prevedendo la presenza di un eroe specifico, ne riconducono l’essenza sottintesa al genere umano nel suo complesso, se pure destinato alla drammatica sorte dell’eroe romantico, se non fosse solo per quel guizzo di salvezza baluginato nella sezione dedicata alla terra di Lamec, il padre di Noè, quella assegnata agli uomini dopo il giardino dell’eden e prima del diluvio, nella quale si intravede la figura cristologica: al termine del deserto / vide colui che fu morto e visse, / che parlava con dolcezza / di cieli e terre e tutte le cose / in luce finalmente nuova.

Poesia storica certamente, quella di Rivali, da intendere nel senso manzoniano del termine, ovvero ispirata alla realtà e corrispondente a tre dei suoi livelli: morale (in riferimento alle cause che determinano i drammi umani), storica (coincidente con il susseguirsi degli eventi storici) e politica (capace di analizzare le singole personalità e i sentimenti degli uomini che costituiscono la storia).

E di questi livelli ne sono piene le pagine del libro in esame, variamente esemplificati negli episodi dei vari capitoli, da quello eponimo del libro La caduta di Bisanzio: Sono rossi gli occhi dei mistici./Metti la lingua nella loro brace: muoverai le sorgenti dei secoli; a quello dedicato a Pompei: Ricordami la seduzione del fuoco,/il vortice dei vapori, il veleno/che serpeggiò tra le caviglie,/l’aria tramutata in siero; a quello su l’Eldorado: L’ammiraglio rimase sulla sabbia/passato da una nebbia di dardi:/malediceva l’opera inconclusa/e il sogno svaporato in un’ora; a quello su Persepoli: Quando franarono le fondamenta, i calabroni si spensero nel fuoco, vagarono corpi bruciati/e volti dalla lingua strappata… solo per citare alcuni passaggi.

Unica vera eccezione all’apparizione personificata di eroi - o antieroi, a seconda dello sguardo che vi si posa – è quella di Giovanni della Croce, a cui è dedicata una breve sezione del libro. Il poeta mistico spagnolo, cofondatore dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, santificato da Papa Benedetto XIII nel 1726, proclamato Dottore della Chiesa da Pio IX nel 1926 viene proposto da Rivali, all’ombra del suo pensiero - che vuole l’uomo libero dall’attaccamento e dalle forme umane di possesso, per essere libero e puro di unirsi alla divinità – nel momento del martirio fisico e spirituale che, ricollegato proprio alla caduta di Bisanzio, lo vede esprimersi in questi termini: Questa sera di sangue,/circondato da lampade in fiamme,/sono lo sposo evocato dal Cantico,/vedo le pareti dei secoli incendiarsi/come cotone trascinato dal vento/e la nuova Bisanzio sorgere dalle acque quasi a indicare una possibile via di resurrezione anche per la civiltà distrutta dall’uomo stesso.

Sulla base di questa specificità dei testi, e delle modalità poetiche di Rivali, può dunque la poesia – per ricollegarci ancora a quanto teorizzato dal Manzoni – tornare a recuperare un suo obiettivo di utilità e di verità? Possiamo, a mio avviso, ritenere che il raggiungimento dell’utile – nel rispetto della verità storica – sia, in maniera anche molto trasparente, raggiunto e rappresentato nei diversi capitoli dalla profondità di sguardo dell’autore, capace di penetrare nelle pieghe del dolore dell’esperienza umana, fatta di guerra e distruzione, in esatto e continuo abbinamento al rigore narrativo (del resto peculiare all’autore, laureato proprio in materie storiche) promettendo un epilogo di speranza – tanto utile quanto necessario - nella città del sogno, in quell’Atlantide, alla quale è dedicato l’ultimo capitolo, in quella città nuova che rende superfluo l’arco del sole… dov’è possibile per un ipotetico, ma forse anche reale, eroe - questa volta sì - rinascere: Non più acque stagnanti/o cadaveri rilasciati dai coralli,/ma gioia di rivedere la sposa,/collirio sulla polvere degli occhi.

Alcuni testi da: La caduta di Bisanzio

Il vento trascina città,
sgretola torri, morde bastioni,
disperde gli eserciti in polvere,
la sabbia lacera i sandali.

Hanno chiesto l’origine al vento
e il fuoco danzava sulle scapole.
I mistici hanno occhi vermigli;
metti la lingua nella brace dei mistici:
muoverai le sorgenti dei secoli.

Ho sognato la schiena del martire
disfarsi lenta sulla graticola,
come mille torce di carne
sui giri concentrici al Colosseo.
Un calore di pari misura
scorticare l’ossessione,
il paradigma del poema,
la perfezione delle pagine.

Ritorna la spirale del fuoco,
la cortina alzata dalle batterie:
gli spezzoni incendiari
che forano le cattedrali;
col fosforo hanno preso le città,
l’acido è sceso sulle palpebre
smuovendo le carni dai teschi.

Se un elemento intreccia il desiderio
ha il delirio del fosforo bianco
della dentiera urticante dei gas,
del bisturi che separa la carne,
dell’aria tremante sugli altiforni,
della fornace che muove i piroscafi.

In questo rovescio di fiamme
tra colonne di bitume e crateri

a Bisanzio si conclude la storia.

*****

(dalla sezione Bisanzio )

Gli uomini si saziavano al sole
senza concedere verità
all’infittirsi dei segni,
a quel forte edificato sullo Stretto,
alle città perdute in successione.

Poeti evocarono drammi
e ancora le tele di Tacito:
storie che sembravano inverosimili,
corpi impagliati agli incroci,
teste essiccate sulle picche,
forche disseminate sui canneti,
arterie aperte come acquitrini.

*****

(dalla sezione dedicata a Giovanni della Croce)

Nel culmine dello scontro,
scaturirono lingue di fuoco,
colate e fiumi di pece.

I liquidi bollirono il ferro,
incollato alle carni come cera.

Dalla cella Giovanni vedeva
il mare diventare brace,
la forgia del dolore
sugli stendardi in combustione.

*****

(dalla sezione Sacrari )

Redipuglia

La vista si perdeva sulla fuga
della scalinata sulla montagna:
chi aveva disegnato lo scenario
aveva posto il calvario sull’altura
conquistata all’esordio del conflitto.

Il declivio della necropoli
si specchiava sul candore del mare,
a riparare il destino uguale
degli agnelli nel fango.

*****

(dalla sezione Persepoli )

In principio furono
una lingua e una parola sola,
poi mescolarono mattoni e bitume
per un ponte contro il cielo.

La torre si alzava sulla pianura,
sui cerchi correvano scorpioni,
formiche sotto i macigni
e schiene inseguite dai rulli.

Quando frenarono le fondamenta,
i calabroni si persero nel fuoco,
vagarono corpi bruciati
e volti dalla lingua strappata.

*****

(dalla sezione Atlantide )

La città dei ricordi era di ardesie
scintillanti sulla curva sul mare:
vi erano volti e corrispondenze,
nessun grido senza ritorno.

Acque cancellavano solitudini,
raccordavano in una le mille vite
che ognuno aveva tentato.

Si disfacevano i labirinti,
consentivano visioni aperte,
una direzione rettilinea
che s’involava nel fuoco.

Cinzia Demi
Bologna, maggio 2017


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