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Annie Ernaux: la grandezza di un’autrice che sa scrivere la vita.

lunedì 29 maggio 2017 di Gaetanina Sicari Ruffo

Al Salone del libro di Torino, ormai chiuso, Annie Ernaux, una scrittrice francese tra le più importanti del panorama europeo, schiva ma vibrante, presenta il suo ultimo libro «Memoria di ragazza», che riguarda la sua adolescenza. Un successo!

Francese, nativa di Lillebonne (Senna marittima), passa però la sua infanzia a Yvetot in Normandia. E’ scrittrice molto interessante che ha esordito in letteratura fin dal 1974 con «Gli armadi vuoti» (Les armoires vides). Laureata in lettere moderne, ha frequentato l’università di Rouen ed ha al suo attivo circa diciotto romanzi editi da Gallimard, con L’orma, editore italiano e Lorenzo Flabbi, traduttore.

Il suo ultimo romanzo, presentato al Salone del libro di Torino, il 20 maggio, s’intitola: «Memoria di ragazza» (Mémoire de fille), e riguarda la sua adolescenza.

La sua è una scrittura senza abbellimenti retorici e senza giustificazioni, fortemente realistica, libera ed icastica che s’imprime con forza nella memoria.
Come in quasi tutti i suoi altri libri, il tema prescelto è autobiografico. La sua è una totale immersione nello spazio della memoria. Dopo anni di silenzio, è come se la scrittrice si fosse ritrovata dentro una miniera di particolari dei fatti che la riguardano, che aveva conservato gelosamente per tanti anni e che ora rivisita come fosse il suo presente.

E’ capace d’entrare dentro la psicologia d’una adolescente e descriverne la crisi e l’immediatezza delle sensazioni per la scoperta del sesso. Ma quell’adolescente è lei stessa, come fosse un’altra persona, che riconosce, dopo aver rivisto la foto dei suoi diciotto anni.

Racconta di quando, per la prima volta, lontana dalla famiglia e educatrice in una colonia di vacanze, ha fatto esperienza della sua libertà e scoperto se stessa. Vi ha incontrato un capo educatore, biondo e massiccio, che l’ha fatta sua con violenza e noncuranza, lasciandole un segno interiore indelebile d’inferiorità. Era il 1958. Lei si reputa una “vergogna di ragazza” e crede che gli altri la deridano. Cominciava così la sua vita di donna, in modo certamente non entusiasmante.

Il mondo le si svelava per quello che era, brusco ed ingiusto, senza tante attrazioni da coltivare e lusinghe da associare. Ma non sa esprimere giudizi, nè cercare giustificazioni ed a chi le chiede ragione, risponde: “Non costruisco un personaggio di finzione, ma la ragazza che sono stata”.
Nel narrare è come se ingaggiasse una colluttazione col reale, perchè questo non appare mai scialbo e lontano, sopraffatto da nebbie e da timidezze della persona che era, ma vivo e pulsante come se fosse un presente di cui sta dando la visione concreta.

In tutti i miei libri scrivo come se la persona di cui parlo fosse un’altra donna e ho spinto all’estremo questa posizione di scrittura ne «Gli anni», in cui l’io non c’è più, c’è una lei, è una forma di dissociazione, che spero non patologica”, spiega Annie Ernaux a Torino.

La scrittrice va forte di alcuni prestigiosi riconoscimenti. Ottiene nel 1984 il premio Renaudot per il libro: «Il posto» (La place). Nel 2008 pubblica: «Les années», in cui evoca ricordi personali e storia collettiva, dal dopoguerra ai nostri giorni. Vince con questo libro il premio Marguerite Duras e, nello stesso anno, il premio François Mauriac e poi ancora il Prix de la langue française per l’insieme della sua opera.

In Italia, nel 2014, le viene assegnato il premio Feronia (Città di Fiano) per la migliore opera straniera: «Il Posto». Nel 2016 le viene conferito il Premio Strega europeo per Les années, un racconto che qualcuno ha chiamato inventario e non proprio narrazione, per via della dimensione del tempo.
Vi entra tutto, ma non per ricordare o emozionare, solo per conservare tutto ciò che è accaduto, quando sarà passato, come le cose che hanno un nome, ma fuiscono nell’eterna vicenda d’un fiume che scorre perché deve giungere al mare. Non si sa però se questo mare abbia la funzione di cancellare o modellare. Si sa solo che esiste perché così è in natura. Si ricorda un suo appunto che sembra alludere a qualcosa di simile, su una delle pagine del manoscritto “Colonie”: Bisogno di scrivere su qualcosa di vivente, con il rischio di metterlo a repentaglio, e non nella tranquillità conferita dalla morte delle persone, restituite all’immaterialità delle creature di finzione. Può sembrare un’operazione alla “ricerca del tempo perduto”, come in Proust, ma senza rimpianto, forse con “sconcerto”, per quel suo trascorrere apparentemente senza emozioni.

Nel 2011 pubblica: “L’autre fille”, dedicato alla sorella morta, prima che lei stessa nascesse, dopo quella che chiama “la congiura del silenzio” dei suoi genitori . Nello stesso anno, per la collana “Quarto“, sempre di Gallimard, arriva un libro significativo che sintetizza la sua attività: “Ecrire la vie”, perché riviverla significa capirla fino in fondo e farla propria.

Quello che fa amare questa scrittrice è la sua personalità schiva e riservata, il che non significa meno convincente e poco sensibile, tutt’altro, d’una intensa vitalità che si riflette nella sua scrittura limpida ed intensamente realistica. I suoi romanzi, prevalentemente autobiografici, si fondono perfettamente con la storia collettiva della sua nazione e del mondo: hanno quel timbro che diremmo d’universalità.

Gaetanina Sicari Ruffo


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