Altritaliani
Odissea italiana

L’integrazione sociale degli italiani in Francia

martedì 9 maggio 2017 di Giulia Del Grande

Dossier «Odissea italiana. Storie dell’immigrazione italiana in Francia 1860-1960 e oltre». Quale può essere il giudizio sul processo di integrazione sociale degli italiani in Francia? Quali peculiarità ha assunto il fenomeno in base al periodo storico e alla provenienza dei migranti? Quanto ha inciso il sistema di assimilazione francese sul loro inserimento sociale? A queste e a molte altre domande vi verrà data risposta nel seguente nuovo articolo del nostro Dossier “Odissea italiana”.

Link: même article en français

Una “semplice” integrazione?

Inutile celare il fatto che l’arrivo massiccio di italiani in Francia abbia creato non pochi problemi alla popolazione francese e che il malcontento sia degenerato in atti di violenza di cui vi ricorderemo solo due ben noti episodi accaduti nel Sud del Paese:

Il primo riguarda la zona di Marsiglia con la “caccia agli italiani” attuata dal movimento xenofobo dei “Vespri marsigliesi” dal 17 al 20 giugno 1881 (che fece tre morti e ventuno feriti) in emulazione degli ugualmente noti “Vespri siciliani” del 1282 in cui però furono gli italiani di Sicilia a rivoltarsi contro l’occupazione francese di Carlo I d’Angiò, dando luogo ad una “caccia ai francesi” che degenerò in una vera e propria carneficina.

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Aigues-Mortes, Il massacro degli italiani, di Enzo Barnabà. Nuova edizione aggiornata.

Il secondo fatto, avvenuto a Aigues-Mortes, risale al 17 agosto 1893 e fu teatro di gravi scontri tristemente degenerati nel massacro di diversi immigrati stagionali italiani nelle saline (si contarono otto morti e più di cinquanta feriti) da parte dei colleghi francesi che, non riuscendo a sopportare il ritmo degli italiani disposti a lavorare intensamente con l’unico fine del guadagno economico, videro in loro la minaccia della sottrazione di un posto di lavoro e il peggioramento delle condizioni lavorative.

Dal 1920 al 1940, periodo coincidente con l’ascesa al potere di Mussolini in Italia, avranno inoltre luogo tensioni tra fascisti e antifascisti che si fronteggeranno sul suolo francese per cercare di accaparrarsi, più o meno violentemente, la simpatia degli espatriati.

Nonostante ciò l’inserimento degli italiani nella società francese dal 1860 al 1960 presentò differenze e peculiarità in base alle origini dei migranti (grosso modo Nord/Centro e Sud Italia), alla tipologia stagionale o annuale e alla congiuntura storica in cui il flusso ebbe luogo. È innegabile osservare che l’integrazione fu, ed è tutt’ora (a dispetto delle altre popolazioni immigrate in Francia) facilitata da alcune oggettività fra cui la vicinanza linguistica, la somiglianza delle pratiche culturali, religiose, agricole e dello stile di vita (soprattutto nelle campagne) e grosso modo dell’alimentazione.

L’assenza di un nazionalismo italiano

Sempre riferendosi alla generalità dei migranti, è immaginabile che l’assenza di una cultura nazionalistica italiana ne abbia facilitato l’integrazione; infatti, sia coloro che partirono nei primi decenni del nuovo Stato unitario, sia gli emigrati politici in fuga dal fascismo, sia coloro che se ne andarono per fuggire dalla povertà esplicitarono, più o meno direttamente, un effettivo rifiuto verso l’apparato politico ed economico del Paese e, di conseguenza, non avrebbero potuto nutrire che un semplice patriottismo per l’Italia. Mussolini l’aveva capito benissimo e fu proprio su questo che fece leva esigendo la creazione di un nazionalismo italiano che rivendicasse la diretta discendenza dal valoroso popolo romano e che facesse della capitale il simbolo del potere fascista. La storia dimostrò poi (con i fatti che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943) che il nazionalismo mussoliniano, poiché privo di una vera ideologia e tenuto vivo unicamente dal carisma del Duce e dalla violenza degli squadroni fascisti, non ebbe radici sufficientemente profonde per sopravvivere alla fine della Guerra. Nota, a tal riguardo, è infatti la frase di Wiston Churchill che recita: «Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti».
È indubbio che tutt’ora non esista in Italia un nazionalismo simile a quello francese ma gli storici ritengono che abbia avuto luogo in due peculiari momenti della storia: con i soldati al fronte dal 1915 al 1918 e durante la resistenza partigiana in funzione antifascista ed antinazista dal 1943 al 1945.

Un altro dato che avvalora la tesi di una abbastanza “facile” integrazione fu l’alto tasso di analfabetismo fra i migranti che alla fine dell’Ottocento, in regioni come la Basilicata, toccava anche punte dell’81% e senza mostrare sostanziali differenze percentuali fra il Nord e il Sud del Paese. La mancata conoscenza della lingua nazionale facilitò conseguentemente l’apprendimento linguistico dei migranti che, nella maggior parte dei casi, passarono direttamente dal dialetto al francese.

L’assimilazione francese

Le tecniche di assimilazione galliche, già adoperate nelle colonie d’oltre mare, come l’inserimento lavorativo e all’accesso alla pubblica istruzione, soprattutto fra le due guerre permisero la nascita di nuovi cittadini disposti anche a mettere da parte le proprie origini (assumendo ad esempio un nome e cognome francese) pur di accelerare il processo di integrazione.

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Famiglia italiana a S.Etienne, circa 1905

A ciò si aggiunsero anche altri canali di integrazione come la partecipazione alla vita politica e sindacale, l’associazionismo laico, religioso e sportivo. L’assimilazione francese infine, basata sullo jus soli e tendente a far coincidere la nazionalità con la cittadinanza, fu per gli italiani che provenivano da un paese dove vigeva lo jus sanguinis un modello di integrazione sociale vincente. Dimostrazione di quanto appena detto è l’ingente numero di naturalizzazioni richieste allo stato francese poco prima dello scoppio del Seconda Guerra mondiale. Moltissimi furono inoltre gli italiani che si arruolarono nell’esercito francese in vista del conflitto e che, dopo la liberazione, contribuirono alla ricostruzione del Paese dimostrando solidarietà nei confronti della cittadinanza e conquistati, probabilmente, dalla forte carica nazionalistica francese.

Le diverse provenienze regionali

Ciononostante, esistono chiare differenze nella capacità d’integrazione fra coloro che arrivarono dalle regioni transalpine e del Cetro-Nord Italia, sufficientemente vicini al modello francese, e chi proveniva dal Sud di precedente colonizzazione spagnola (che durò grosso modo dal XVI sec. fino alla prima metà del XIX secolo). A differenza dei settentrionali quest’ultimi, seppure abbiano riscontrato maggiori difficoltà nel processo di integrazione poiché maggiormente lontani dalla cultura e dalla lingua francese, giungendo a cavallo fra due guerre e all’inizio del Secondo Conflitto mondiale, non trovarono un ambiente completamente ostile poiché già abituato alla massiccia presenza italiana che aveva precedentemente fronteggiato episodi di xenofobia e di rifiuto sociale.

Il bilancio

Pierre Milza in Voyage en Ritalie propone un’interpretazione originale del fenomeno di assimilazione francese definendolo di tipo «selettivo» e affermando che l’interesse di moltissimi italiani alla stanzialità facilitò l’inserimento nel melting-pot francese, a dispetto di coloro che continuarono a recarsi in Francia per lavori stagionali. Milza afferma inoltre che il «turn-over migratorio», ovvero il continuo arrivo di italiani in Francia, ne favorì l’integrazione facilitandone il naturale inserimento nel tessuto urbano. In ultimo, non deve essere sottovalutata la forte attrattiva culturale fra i due Paesi e le fitte relazioni in ambito politico, storico e culturale fra i popoli, esplose con il Rinascimento italiano, proseguite durante tutto il Settecento con le teorizzazioni illuministiche e rivoluzionarie francesi, infine consolidate attraverso le massicce corrispondenze letterarie, editoriali, politiche e diplomatiche che seguirono alla campagna napoleonica in Italia (1796-1797) e che fecero di Milano, anche dopo lo scioglimento del Regno d’Italia (1805-1814), la principale referente di Parigi per il nuovo Stato italiano.

Guardando al giorno d’oggi, l’effettiva integrazione degli italiani in Francia e il crescente interesse dei nostri cugini d’oltralpe verso la lingua e cultura italiana non possono che confermare il successo del processo di integrazione sociale di cui i nostri antenati, assieme ai connazionali francesi, furono coautori contribuendo a fare degli italiani i migranti preferiti dal popolo francese.

Giulia Del Grande


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