Altritaliani

Monaldo e Giacomo Leopardi, in un libro di Pasquale Tuscano.

venerdì 28 aprile 2017 di Gaetanina Sicari Ruffo

A distanza di tanti anni, torna ora opportuno leggere un libro recentissimo dedicato a Monaldo Leopardi, di Pasquale Tuscano, già ordinario di Letteratura Italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia (Carabba editore) sui meriti ed i demeriti dell’illustre padre, dopo che è stato sempre trascurato, anche perché reo d’essere entrato in conflitto con il figlio Giacomo per non averlo compreso

Il libro tratta la vicenda di vita di quest’uomo che è stato politico, uomo di cultura e scrittore, padre oltre che di Giacomo, di Paolina, di Carlo, Luigi e Pierfrancesco, una famiglia nobile, di antiche origini, ma non fortunata e ricca.
Che essa abbia attraversato una crisi è noto a tutti.
Anzi un luogo comune attribuiva, fino a poco tempo fa, solo alla madre, la marchesa Adelaide Antici, la severità e la durezza che avevano influenzato il carattere e il destino del giovane poeta, condannandolo all’isolamento ed allo studio matto e disperatissimo.

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Il conte MONALDO Leopardi ((1776-1847) e la Contessa ADELAIDE Antici, di nobile famiglia, religiosissima: moglie di Monaldo, madre di Giacomo.

Ma anche il padre aveva idee opposte a quelle di Giacomo, conservatrici e talvolta persino retrograde, come quelle della restituzione di Avignone al Papato o del Ducato di Parma ai Borbone, ossia di una piena Restaurazione.

Suo grande merito fu l’istituzione della Biblioteca che rese pubblica, aprendola ai suoi concittadini.

Dal 1836 al ’38 collaborò al periodico svizzero “Il Cattolico di Lugano”, oltre alla “Voce della verità” di Modena ed alla “Ragione di Pesaro” che egli stesso diresse dal ’32 al ’35. Aveva voluto che del patrimonio, che era in cattive acque, s’interessasse la moglie, così a lui rimase tutto il tempo per i suoi studi e le sue ricerche.

Occupò la massima carica politica di Recanati e fu per un certo periodo Gonfaloniere. Rifiutò d’assumere cariche pubbliche durante la Repubblica Romana e il Regno d’Italia. Per il resto, promosse la coltivazione di nuove culture: la patata e il cotone, rese obbligatoria la vaccinazione antivariolosa nel Regno pontificio e distribuì ai più bisognosi medicinali, durante la carestia del 1816 e ’17.

A lui si attribuiscono scritti eruditi, filosofici, religiosi raccolti con lo pseudonimo: 1150 MCL in cifre romane, ovvero le iniziali di Monaldo Conte Leopardi.

A proposito dei rapporti con il figlio Giacomo, nel 1819, molto duro fu il suo divieto di lasciare Recanati per Roma dove il poeta aveva progettato di recarsi e per cui tentò la fuga, fallendo.

Mio Signor Padre,......(scrisse dopo Giacomo in una lettera che il padre non lesse mai) Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà mai negare fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto, ed hanno portato di me quel giudizio ch’Ella sa e ch’io non debbo ripetere[...].
Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me, immancabilmente si meravigliasse ch’io vivessi tuttavia in questa città e com’Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione e persistesse in quella, irremovibilmente. […] Io so che la felicità dell’uomo consiste nell’essere contento e però più facilmente potrò essere felice mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali possa godere in questo luogo.....”

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Giacomo Leopardi

Fu la rottura definitiva, nonostante che Monaldo conoscesse bene le potenzialità del giovane e lo stimasse e si fosse compiaciuto di lui, almeno fino a quando Giacomo scrisse il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815)
L’ansia di uscire dal natio borgo selvaggio gli aveva prospettato, più di quanto non fosse, la bontà del mondo esterno. Infatti, quando gli fu dato di uscire nel ’25, fu la volta d’una grande delusione.

Nell’epistolario di Monaldo con il cognato Carlo Antici, le ragioni del padre sono presto dette: temeva per le reazioni del giovane e per la sua inesperienza, data la precoce età. Nessuna confidenza, nessuna amicizia lo aveva mosso ad avere comprensione!

Un altro particolare non gli perdoniamo. Poco tempo dopo che erano state pubblicate Le Operette morali, che Monaldo disapprovò perché gli parvero anticristiane, ci fu, nel ’32, la sua pubblicazione dei Dialoghetti sulle materie correnti nel 1831 che forse fu la risposta al lavoro del figlio e che innestò un certo attrito tra i due. Giacomo ne scrisse sull’Antologia di Giovan Pietro Vieusseux e poi comunicò a Monaldo che, per amore di verità, era dovuto intervenire per chiarire chi fosse il vero autore dei Dialoghetti, dato che se ne parlava come di un suo proprio scritto contraddittorio, quasi di una ritrattazione reazionaria, di una propria apostasia. Il tono comunque risulta accettabile e non di persona fortemente adirata.

Monaldo aveva pure fatto satira politica e messo in ridicolo le tesi liberali in Prediche recitate al Popolo liberale da Don Muso Duro, curato nel paese della Verità e nella contrada della Poca Pazienza.
La vicinanza del figlio alle tesi liberali doveva averlo molto sconcertato.

Tuttavia sopravvisse dieci anni alla morte di Giacomo e visse la sua scomparsa dolorosamente. Volle che per la ricorrenza della morte fossero in perpetuo recitate dieci messe. La figlia Paolina, in una lettera all’amica Marianna Brighetti, testimoniò il suo umore nero e la sua contrarietà, anche dopo. “Non abbiamo mai fatto parole con lui delle nuove edizioni delle sue opere(di Giacomo) e quando le abbiamo comprate, le abbiamo tutte nascoste e le teniamo ancora, acciocchè per cagion nostra non si rinnovi più acerbo dolore.

La scomparsa del figlio fu certo una prova durissima per il padre che così in qualche modo patì per il suo ostinato disappunto e la sua condotta.

Gaetanina Sicari Ruffo

Per saperne di più sul libro e l’autore, presentazione dell’editore:

Monaldo Leopardi. Uomo, politico, scrittore, di Pasquale Tuscano
Editrice Carabba
ISBN 978-88-6344-433-9
€ 25


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