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Politica

Macron o Le Pen? La Francia e l’Europa ad un bivio.

mercoledì 26 aprile 2017 di Nicola Guarino

Il 7 maggio i francesi saluteranno il nuovo presidente che in ogni caso sarà il frutto di un cambiamento dei tempi e della politica. Fuori dal ballottaggio i vecchi partiti storici (repubblicani e socialisti), chiunque vincerà costituirà una novità assoluta. E’ il primo banco di prova tra politica e antipolitica: da una parte Emmanuel Macron che un anno fa creo’ il suo movimento “En Marche” e che compiendo un miracolo ha vinto il primo turno. Contro di lui Marine Le Pen che negli anni ha fatto del suo “Front National” il primo partito francese per numero di voti.

Quella di Macron per arrivare il 7 maggio all’Eliseo all’investitura di presidente della Repubblica, a solo 39 anni, malgrado il sostegno formale dei repubblicani e socialisti, non sarà una passeggiata.

Non si riproporrà lo scontro del 2002 con l’80% di consensi con cui Chirac ridimensiono’ Le Pen padre al secondo turno. In primo luogo si avverte una sottovalutazione o una banalizzazione del fatto che Marine Le Pen sia arrivata al secondo turno, quasi che cosi fosse scontata la vittoria di Macron. Si tratta di un errore come quello dell’ultra sinistra di Mélenchon che dopo il suo exploit di consensi, non ha voluto dare ai suoi indicazione di voto per il ballottaggio. Un fatto grave se si considera che a sinistra la Le Pen è sempre stata avvertita come una minaccia fascista sull’Europa. Un segno dei tempi e della banalizzazione che allenta quel cordone democratico che ha sempre isolato, come una minaccia per la Repubblica, il Fronte Nazionale. Un fatto che potrebbe indurre molti a non votare o a votare scheda bianca o nulla, sarebbe un ulteriore e pericoloso segnale delle divisioni dei francesi e della loro caduta di fiducia nelle loro istituzioni democratiche. Ci sono poi molte incognite su quale governo, dopo le prossime legislative francesi tra due mesi, possa contare, se vincesse, il neo-presidente che ha raccolto al primo turno la fiducia della maggior parte dei francesi, ma che ha, è bene ricordarlo, un movimento, En Marche, ancora poco conosciuto, composto da molti giovani ricchi di entusiasmo ma con poco radicamento sul territorio e sul web e le cui capacità di persuasione sono ancora tutte da sperimentare. La loro è certo una novità sorprendente se si considera che questo movimento costituisce una sorta di novello partito (con un’ideologia in formazione) di massa ma non populista.

Viceversa, Marine Le Pen dovrebbe sbattere ancora contro il muro, che la vuole ancora oggi estromettere da quello che un tempo da noi si diceva “arco costituzionale”. Un blocco che da destra a sinistra vive la popolare Marine come una minaccia alla democrazia (ma attenzione all’anomala posizione di Mélenchon) e alle sue istituzioni. Tuttavia, i partiti storici francesi dimostrano oggi, diversamente dai tempi di Chirac, tutta la loro friabilità e poco autorevolezza mentre Le Pen puo’ contare ormai su un FN, con un fortissimo radicamento specie a Sud e nella Francia profonda, in quella rurale che costituisce il grosso del paese, territori dove le preclusioni ideologiche di un tempo non hanno più la stessa efficacia. Per questo non si puo’ dare per scontata la vittoria di Macron e questi ultimi quindici giorni risulteranno decisivi.

In attesa del rien ne va plus di maggio, soffermiamoci su alcuni spunti che questa prima tornata elettorale ha offerto.

Il primo è che per la terza volta (dopo Austria e Olanda) l’europeismo, quando è convinto e convincente, vince. Un segnale forte, specie perché Macron, diversamente da quanto fece Cameron nel referendum sul Brexit, non ha proposto la scelta europea come una scelta di ripiego, inevitabile, mossa da paura e rassegnazione. Macron non ha giocato in difesa ma, come i liberali in Olanda, ha fatto dell’Europa la sua bandiera. Una scelta ancora più coraggiosa considerando lo storico nazionalismo dei transalpini. Con lui si rilancia l’idea propria anche della moderna sinistra italiana degli Stati Uniti d’Europa. Si rilancia la voglia di restituire al nostro continente il suo ruolo centrale nel teatro internazionale della globalizzazione. Un’Europa che finalmente faccia sul serio nei suoi processi di unificazione anche in materia di economia e finanza, dando risalto ai tanti punti comuni delle nostre società.

L’altro dato davvero storico di questo voto è il fatto che per la prima volta al ballottaggio non arrivano né un repubblicano, né un socialista. E’ un segno ulteriore di come, nelle società del mondo occidentale, il sistema dei partiti tradizionali, dominatori degli ultimi due secoli, sia definitivamente in crisi.

Si tratta di un dato che dovrebbe far riflettere e molto, anche nel nostro paese che forse su questo tema è stato anche anticipatore di questo processo di rinnovamento. Il voto francese è la riprova lampante di come le vecchie categorie di destra e sinistra siano ormai del tutto insufficienti, anacronistiche e fuorvianti per comprendere il nostro tempo.

Il voto di domenica scorsa dimostra, in ogni caso, che i francesi vogliono un cambiamento, sia esso quello anti-establishment e nazionalista della Le Pen oppure quello progressista e ottimista di Macron. I francesi sono insomma stanchi del vecchio sistema politico che, corrotto o meno, non li rappresenta più. Un sistema che, come in Italia, si fonda sulla conservazione di un sistema, anche di valori, che non ci rappresenta più come una volta. Anche per questo in Italia, piaccia o no, bisogna capire che i partiti sono questi generati tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo millennio e che storcere la bocca o delegittimare il movimento o partito rivale non ha senso, serve solo a far crescere la sfiducia generale di tutti verso la politica. Una cosa sola è valida ieri come oggi che la lotta politica si fa sulle idee e sui progetti non sulla legittimità rappresentativa di una parte o di tutta la società.

Proprio questa evoluzione fa comprendere come i socialisti francesi siano stati umiliati con il candidato Hamon (l’avevamo previsto) arenato al 6,2% dei voti mentre Mélenchon è andato forte, raccogliendo le rabbie antieuropeiste e antisistema scegliendo una via più populista tanto da esibire anche, nelle ultime ore, l’appoggio degli spagnoli di Podemos. La sua è una sinistra radicale che al di là di una improbabile riforma costituzionale è apparsa incapace di concrete proposte per il futuro dei cittadini, limitandosi al più alla canonica contumela sui mali della finanza e del capitale.

Si vedano i due candidati a confronto.
Macron è di destra? È di sinistra? Secondo le vecchie categorie dovremmo concludere che non è né di destra, né di sinistra. La realtà è che la sua proposta politica è progressista, punta su quello che potremmo definire un pragmatismo positivo, che parte dal valore della fiducia nella società e nelle sue potenzialità, che fa leva sulla volontà di riunire i francesi al di là di quelle che furono le loro ideologia, ridando valore all’individuo prima ancora che al collettivo, senza per questo dimenticare che a presupposto per qualunque società, che voglia essere tale, esiste un dovere alla solidarietà.

Concetti ampiamente richiamati dai rivoluzionari principi di libertà e fratellanza a cui andrebbe aggiunto il valore dell’eguaglianza che qui viene interpretato nel concetto di merito, un concetto che ci rende tutti felicemente diseguali e più umani, secondo le nostre capacità e professionalità. Sono idee che con imprecisa sintesi potremmo definire liberal-socialiste, che ritroviamo anche nel PD italiano o se preferite nel PDR (Partito democratico di Renzi, come dice la sinistra conservatrice con più di una punta di disprezzo). Per cui lo sguardo è positivo. Creare opere pubbliche, dare lavoro, non fermare il progresso che arriva dalla TAV o dal gasdotto che deve essere realizzato in Puglia e che non va bloccato per la convenienza egoistica di pochi o per l’ossessivo timore di scandali e corruzioni.

Tutto cio’ costituisce, in Italia come in Francia, il modo positivo di immaginare la politica. Dare un bonus in euro ai giovani per la loro formazione e perché vi sia un contributo alla loro crescita culturale(come proponeva Renzi) non è dare un reddito di cittadinanza che serva solo al mantenimento (magari sine die) dei disoccupati a spesa dello Stato, si tratta di una scommessa sulla crescità dei nostri giovani, un contributo sulla loro possibilità di darsi un futuro, con cui, per la prima volta, lo Stato accompagna i suoi giovani cittadini.

Le Pen è di destra? Forse si ma chi la vota è anche spesso “culturalmente” di sinistra (a molti analisti pare probabile che al secondo turno una parte degli elettori di Mélenchon sceglierà Marine piuttosto che Emmanuel). La Le Pen si propone di uscire dall’Europa, di chiudere le frontiere, di espellere gli “stranieri” quali e quanti? Non è dato sapere. Rivuole il franco e uscire dall’euro, propone norme dure per la sicurezza contro il terrorismo. Tutte misure che ci fanno dire che più di destra o sinistra, la Le Pen è reazionaria o se si preferisce conservatrice, volendo bloccare quei processi di trasformazione che Macron e i suoi vivono come un progresso.

La Le Pen giura di voler riunire i francesi, si ma quali? Dal momento che la gran parte dei cittadini appaiono comunque favorevoli all’euro e all’Europa, vuole chiudere le frontiere sostenendo che l’immigrazione porta disoccupazione e terroristi, dimenticando che ad oggi tutti i terroristi che hanno operato sul territorio erano francesi o belgi e già da diverse generazioni. La realtà è che la Le Pen appare divisiva ed un suo malaugurato successo costituirebbe un enorme problema non solo per l’Europa ma per la stessa Francia, aprendo scenari inquietanti ed imprevedibili.

A suo modo anche la Le Pen, fuori dai tradizionali schemi della politica, riunisce. Riunisce tutti gli scontenti che furono di destra e di sinistra, che chiedono meno immigrati e più lavoro e case per i francesi, che sono spinti dalle paure di questo nuovo millennio caratterizzato dalla globalizzazione, che guardano con diffidenza ai veli e a culture e stili di vita per loro non comuni.

Il politologo Ilvo Diamanti a proposito di questo primo turno delle presidenziali francesi ha detto che per la prima volta si è assistiti non ad una divisione ideologica, ma ad una divisione per stati d’animo. In effetti, non sfugge il dato di ottimismo in Macron che si scontra con il presupposto di pessimismo di Le Pen e dei suoi sostenitori. Rilevo un’ulteriore elemento di similitudine con le recenti vicende italiane, quando l’ottimismo di Renzi fu scambiato per arroganza al punto che molti elettori decisero di volgergli le spalle nel voto referendario del 4 dicembre.

La realtà è che è quasi naturale per i progressisti in Francia come in Italia cercare di trasmettere entusiasmo e speranza, mentre i conservatori si limitano a giocare di rimessa, sostenendo alla Bartali che tutto comunque è sempre sbagliato e da rifare. Credo anche che in Francia come altrove lo scontro sia sintetizzabile in due parole speranza contro paura, e allo stato sembrerebbe che i francesi abbiano voglia di scegliere la prima parola.

La Le Pen propone qualcosa ma la sua proposta è un tuffo nel passato, nel ripiego nazionalista, l’espressione di una nostalgia per un mondo che c’era e che oggi, nel bene e nel male, non c’è più. Uscire dall’Europa, tornare al franco, chiudere le frontiere e perché no, ingrandire il proprio esercito, sono tutte cose che appaiono ormai fuori tempo massimo e il parallelo con la Gran Bretagna e la sua scelta di lasciare l’Europa regge poco, basti pensare che in Europa questa davvero non c’è stata mai pienamente.

La sensazione è che la Francia (come speriamo domani l’Italia), oltre a voler cambiare, voglia anche ritrovare energia e fiducia e forse questo più degli endorsement della vecchia politica possono essere i motivi di una non impossibile vittoria di Macron.

Esiste una stanchezza verso un perenne pessimismo, anche se nella Francia profonda resta la sensazione di essere stati per troppo tempo abbandonati dallo Stato. Con villaggi dall’agricoltura sempre meno florida, con condizioni europee spesso poco vantaggiose, con città che chiudevano fabbriche e che perdevano lavoro e acquisivano nuovi emigranti, spesso con evidenti difficoltà d’integrazione.

Macron parla di “rassemblement” dei francesi e questa diventerà la parola magica del suo mandato, qualora vincesse, l’obiettivo principe del suo programma (insieme al rilancio europeo) visto che Hollande questa unificazione dei francesi l’ha fallita, dopo aver fallito finanche l’unità dei socialisti per la quale aveva sacrificato il suo secondo mandato.

Va fatta una considerazione finale sul doppio turno, che davvero è lo strumento di unificazione nella volontà elettiva dei cittadini. Anche in elezioni come queste, con undici candidati ed esacerbanti divisioni, che hanno terremotato il vecchio sistema politico, il secondo turno consente a tutti, con la partecipazione al voto ed una seconda scelta di essere davvero protagonisti del futuro del paese. Una considerazione che dovrebbe far riflettere noi italiani, che dopo aver rinunciato alla riforma costituzionale, sembriamo rassegnati ad un ritorno al passato con il proporzionale e tutto lo strascico di inciuci politici che contraddistinsero i tempi della prima repubblica.

Nicola Guarino


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