Altritaliani

Grazia Deledda e l’eterno femminino di una certa grande letteratura mondiale

lunedì 24 aprile 2017 di Carmelina Sicari

Circa novant’anni dal Nobel conferito a Grazia Deledda nel 1926. Ottanta dalla data della sua morte avvenuta nel 1936. Dieci anni dopo, il Nobel sarebbe toccato a Luigi Pirandello. Grazia Deledda era una donna e prima di lei avevano avuto il Nobel solo Marie Curie nel 1905 e Selma Lagerlof nel 1911. Pochissime. Grazia Deledda resta l’unica italiana ad aver avuto il Nobel per la letteratura.

Grazia Deledda ha rappresentato la gente del Nuorese, la provincia in cui è nata con efficacia straordinaria. Lasciò Nuoro nel 1871 per trasferirsi a Roma. Aveva creato tipi umani indimenticabili come quello del servo Efix, in Canne al vento. Aveva rappresentato la condizione “primitiva” del territorio con un’emozione intensa, che si era trasferita al pubblico, ai lettori. Eppure, la sua figura (da donna intellettuale) era controversa in Sardegna come in Italia. Era poco apprezzata dagli intellettuali sardi e nazionali, più in generale. E non solo per il realismo con cui aveva rappresentato la condizione umana, come sospesa, come immobilizzata da un’attesa, quella primordiale del destino già segnato contro cui è inutile lottare, ma anche perchè ha rappresentato soprattutto la condizione femminile, relegata ad una subalternità paurosa, condannata dall’Anágkē greca, dall’ineluttabile destino a subire le traversie infinite del quotidiano.

In Canne al vento, del 1913, c’è un coro femminile, le quattro figlie di don Zame Pintor, che subisce la tragedia. Un coro da tragedia greca. Le quattro figlie con nomi biblici, all’infuori di Lia, si rassegnano a tenere nel chiuso del cuore, le passioni, i desideri, le tensioni. Lia disubbidisce, abbandona la casa paterna e cerca di cambiar sorte, ma su tutte aleggia un’aria di angustia, di dolore, di morte. Il destino al femminile si tinge di rassegnazione e soprattutto di solitudine. Cosi’ in Marianna Sirca del 1915. [1]

La solitudine come destino al femminile pur nel fuoco delle passioni, la debolezza della volontà esposta al vento come una canna.

Questa rappresentazione è sottesa sotto quella del mondo provinciale di Nuoro, che è in realtà una sorte universale dietro un mondo particolare. Segno della grande letteratura è partire dal particolare per giungere ad un messaggio universale. Certo la rappresentazione della provincia è cosi’ incisiva, drammatica e forte da offendere la sensibilità di molti intellettuali sardi. Ma il messaggio univerale della Deledda non è per questo meno intenso ed efficace.

Canne al vento, apparso a puntate su L’illustrazione italiana, aveva ottenuto un immediato successo. La storia delle sorelle Pintor chiuse nel loro destino di solitudine era tale da far commuovere i lettori: la scrittrice rappresenta il mondo femminile fino a creare un eterno femminino.

Così come Carducci aveva rappresentato la bellezza unita all’autorità ed al potere nella regina Margherita, con la stessa potenza drammatica la scrittrice sarda ritrae la donna schiacciata dal senso di isolamento e di dolore che unisce le sue eroine a Madame Bovary, ad Anna Karenina e a tutte le infelici protagoniste della grande letteratura mondiale.

Carmelina Sicari

LINK:

Grazia Deledda, una vita per il Nobel, di Maria Elvira Ciusa
http://www.altritaliani.net/spip.ph...

[1A Roma, dove si trasferi’ dopo le nozze, Grazia Deledda scrisse in breve tempo i suoi libri più importanti: Elias Portolu (1903), Cenere (904), Canne al vento (1913), Marianna Sirca (1915).


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