Altritaliani

La surreale scissione del PD.

domenica 19 febbraio 2017 di Nicola Guarino

Ancora una volta a sinistra, ammesso che la classificazione abbia un senso, ci si divide. Non si divide sui contenuti, all’apparenza si dividerebbe sulle procedure congressuali, qualcosa che difficilmente potrebbe essere compreso dai sostenitori del PD. Cosa c’è, allora dietro? Mentre sono ore cruciali per i destini del primo partito italiano, cerchiamo di capire i reali motivi di questa lunga guerra tra maggioranza e minoranza.

Ci risiamo come successo troppe volte nella sua storia anche questa volta ci troviamo alla vigilia di una più che probabile scissione. L’ex segretario Bersani ha rivolto un caldo appello all’attuale maggioranza del partito, che si riconosce nella linea Renzi, affinché prevalga l’interesse nazionale e si eviti questo ennesimo e doloroso strappo al partito e alla sinistra.

Per la verità l’appello ha dell’incredibile, visto che è proprio Bersani che insieme a D’Alema ed una buona parte dell’attuale minoranza PD che ha minacciato di lasciare il partito.

La cosa è ancora più bislacca se si considera che la minacciata scissione, non è motivata dall’approvazione dello Jobs act, che seppur contestato dalla minoranza non ha portato a rotture e per la verità fu anche votato da esponenti di primo piano di quell’area (Speranza ad esempio), nemmeno si consuma per la riforma costituzionale, prima approvata della minoranza e poi boicottata con il no al referendum. La scissione non è diventata inevitabile a seguito della riforma della scuola o per le politiche economiche del governo a guida PD, no. Motivo del divorzio sembrerebbe la data del congresso.

Va detto che il 5 dicembre, all’indomani della débâcle del PD e di Renzi nel referendum costituzionale (59 a 41%), la minoranza con veemenza chiese che si andasse subito al congresso e che vi fossero delle nuove primarie. La maggioranza ha nicchiato per un mese, questo perché, dopo la botta referendaria, Renzi è stato sull’orlo di lasciare, come ha anche confermato alla stampa. Tuttavia, un mese dopo ha accolto le richieste di parte della minoranza e nell’ultima direzione allargata del partito è passata, a larga maggioranza, la mozione che avvia, a breve, il partito ad un nuovo congresso, che sarebbe la naturale sede del confronto sui temi programmatici e per il rilancio dell’azione politica. Tutto fatto? No! Perché già in direzione la stessa minoranza contraddicendo la sua prima richiesta, chiedeva di andare alla conclusione naturale della legislatura (febbraio 2018) e di indire il congresso solo a settembre o ottobre (cioè dopo le amministrative e a cavallo di una probabile legge di stabilità che, dovendo intervenire sui conti pubblici, sarà probabilmente impopolare).

Tra i due schieramenti interni si frappone il “giovane turco” Orlando, ministro della giustizia nel governo Gentiloni che chiede (per mediare e dare più tempo) una conferenza programmatica che anticiperebbe il congresso e le successive primarie per l’elezione del segretario.

La ormai probabile scissione del PD va quindi a compiersi non su contenuti politici, dove i contrasti non sono mancati in tutta l’attuale legislatura, ma sui tempi organizzativi e procedurali del congresso e delle stesse primarie e più probabilmente, il vero motivo, non sono i contenuti o le forme, ma il nome del segretario, quel Matteo Renzi che non è stato mai accettato realmente dalla minoranza PD.

In realtà, non si tratta neanche di attendere o meno la fine della legislatura, perché nell’ipotesi più favorevole alla maggioranza, pur compiendo la conferenza programmatica e nel rispetto dei tempi statutari, il congresso e le primarie non si potrebbero svolgere prima di giugno e di conseguenza, tenendo conto della stagione estiva e della necessità di licenziare la legge di stabilità, al voto si potrebbe andare, probabilmente, non prima di ottobre o novembre, quindi si parla di elezioni anticipate, qualora vi fossero, che precederebbero la naturale fine della legislatura di solo due o tre mesi. Questo fa ritenere che di fatto il governo resterà incarica fino alla fine del suo mandato.

Tutto questo renderebbe incomprensibile la scissione di un partito che, ad oggi, è per tutti i sondaggi, il primo in Italia. Una follia.

Dunque, i motivi del conflitto sono pretestuosi e nascondono motivi molto più profondi e forse strumentali.

Come rilevava nella citata ultima direzione il presidente del PD Mario Orfini, il problema non è quando comincia il congresso, ma quando finisce. In realtà, il congresso con la durissima opposizione della minoranza alla segreteria è cominciato all’indomani della vittoria di Renzi alle primarie ed in particolare i toni si sono alzati clamorosamente e pubblicamente da quando Renzi è diventato presidente del consiglio dei ministri.

Da quel momento la minoranza PD ha iniziato ad ostacolare ogni iniziativa del governo, di cui pur faceva parte, contrastandone puntualmente ogni iniziativa di riforma ogni provvedimento. Costringendo alla difensiva l’esecutivo e il suo premier molto più di quanto fosse dovuto alle naturali opposizioni provenienti da altri partiti.

Molti politologi in queste ore dicono che alla base di tanta ostilità, sui modi, le forme e i contenuti programmatici del progetto Renzi, vi è un peccato originale. Il PD, nato più di dieci anni fa al Lingotto di Torino con la guida Veltroni, sarebbe dovuto essere per la componente di ex PCI come una diretta continuazione del partito che fu di Togliatti e Berlinguer. Viceversa l’arrivo del figlio di un ex democristiano (Matteo Renzi), sarebbe stato considerato di fatto insopportabile e vissuto come un’ingiusta “usurpazione”.

Personalmente, non sono d’accordo. Il Lingotto, atto davvero fondativo del PD, mirava al superamento delle componenti democristiane della Margherita e comunista dell PDS, per formare un partito del tutto nuovo e meglio collegato alla realtà dei nostri giorni. In effetti, la semplificazione mostra tutti i suoi limiti se si considera che tra gli oppositori e Renzi oltre agli ex PCI D’Alema e Bersani, vi sono ex democristiani come Letta e tra i suoi sostenitori vi sono ex comunisti come Veltroni stesso, la Finocchiaro, Fassino oltre ad ex democristiani come Franceschini. Dunque le carte e le persone sono molto più mescolate di quanto semplicisticamente si voglia dire. In effetti Veltroni concluse quell’atto fondativo dichiarando che il PD sarebbe stata una forza del cambiamento e non della conservazione, in una stagione che segnava la fine delle contrapposizioni ideologiche.

Nemmeno regge un tema evocato in varie occasioni, ovvero quello del conflitto generazionale tra due classi dirigenti, perché se è vero che sono molti i giovani tra i “renziani” è altrettanto vero che Speranza o Cuperlo, che sono della minoranza non possono essere certo registrati tra i matusa.

Mi sembra, invece, che siano due i punti che rendono difficile il tentativo di conciliazione all’interno del PD. Il primo punto è che in quel partito, a tutti i livelli, dai circoli delle periferie e dei paesi agli organismi centrali (direzione ed assemblea nazionale) esiste uno scontro di potere, dove le persone contano. Dopo le ultime primarie, i perdenti non hanno accettato serenamente il responso pur chiarissimo degli elettori, come viceversa fecero i “renziani” quando le urne diedero la vittoria a Bersani. Ricordo che la loro unica disobbedienza si ebbe quando annunciarono che non avrebbero sostenuto la candidatura di Marino (paradossalmente ex democristiano) per l’elezione del presidente della repubblica. Per il resto pur se con qualche critica e qualche mugugno si attennero rispettosamente alla linea della maggioranza, non rinunciando a fare campagna elettorale per Bersani (nelle sciagurate elezioni perse del 2013 quando quel PD prese solo il 25% dei voti). Diversamente, la minoranza che è uscita pesantemente sconfitta nelle primarie della svolta, non ha offerto nessuna disciplina e rispetto verso l’attuale maggioranza, non solo criticando e mugugnando, pubblicamente e ad ogni talk show politico (apparendo spesso come i più duri oppositori del governo e del PD che n’è il principale protagonista), ma votando puntualmente contro ad ogni provvedimento della maggioranza e quindi del PD finanche, a volte, negando la fiducia al governo, formando poi comitati per il No al referendum sulla Costituzione, malgrado avessero votato Si alle camere e avessero partecipato alla redazione di quella riforma.

Uno scontro di potere quindi, dove la posta in gioco è la riconquista della leadership, assicurarsi i posti avuti in parlamento nel 2013 anche per la prossima legislatura, avere la possibilità di costruire le liste dei candidati, per assicurarsi un futuro da protagonisti. Fuori dalle attuali isterie politiche, che sembrano lontano secoli dai reali problemi del paese, va detto che occorrerebbe un po’ di esperienza che certo specie agli anziani non dovrebbe mancare per far capire alla minoranza che oggi è tale ma che la storia cammina, a volte va avanti, altre torna indietro in una marcia che non è sempre coerente. Tempo fa i laburisti inglesi erano guidati da Toni Blair, non certo amato dalla sinistra di quel partito. Oggi quella stessa sinistra guida i labour. I “renziani” hanno dovuto attendere una seconda chance per vincere le primarie e l’hanno fatto, con amarezza ma senza per questo andare via dal partito.

Il PD costituisce l’unica baluardo alla destra xenofoba ed antieuropeista, l’unica forza che oggi puo’ battere il pericoloso populismo dei grillini, che a Roma sta facendo tanti danni. La scissione suonerebbe come un regalo insperato per queste forze che potrebbero mettere a rischio la nostra democrazia.

Certo la maggioranza deve andare incontro ai bisogni della minoranza, ma concretamente è anche vero che è difficile capire quali siano questi bisogni. Il segretario prima con la sua e-news, in queste ore con una telefonata ad uno dei capi degli scissionisti, Emiliano, sta cercando in tutti i modi di frenare questo precipitare degli eventi. Renzi, pur avendo una maggioranza schiacciante nel partito, ha accolto il consiglio di Fassino ed altri e nell’assemblea nazionale, ha annunciato le sue dimissioni da segretario, il tutto pur di salvare l’unità del PD. E già la minoranza alza il tiro chiedendogli anche di non ricandidarsi.

Ed è qui il punto. Perché Renzi deve farsi da parte? Si dice perché ha perso il referendum, va bene. Ma tutti gli studi sui flussi elettorali hanno dimostrato che almeno il 90% degli elettori PD hanno votato Si, dimostrando di seguire l’indicazione della maggioranza di quel partito. Moltissimi politologi hanno fatto notare che la gran parte di quel 41% che ha votato Si, sono voti del e per il PD.

Le cose sono quindi più complesse e probabilmente un’uscita di scena dell’attuale segretario non garantirebbe la salvezza del PD ma forse la sua definita scomparsa.

C’è poi il secondo punto. Forse il più grave ed insanabile. Come detto il PD, uscito da molte e dure prove, oggi, a mio avviso, non è più una fusione a freddo tra ex democristiani ed ex comunisti, ma è il risultato di una lenta e a volte tormentata trasformazione. Una trasformazione su cui hanno operato anche le grandi trasformazioni del mondo e l’ultima e non ancora terminata crisi economica. Temi che hanno messo in crisi i criteri di classificazione del novecento, la semplice divisione tra moderati come centristi, la destra e poi la sinistra. Criteri che sono limitativi degli attuali orizzonti e scenari politici.

Quella che per semplicità o semplicismo definiamo sinistra è in una evidente crisi identitaria e in questo quadro la contraddittorietà la fa da padrona. I miti simbolo della sinistra sono oggi messi in discussione. Si è messo in discussione la Cina comunista, oggi campione di capitalismo, figure come Fidel Castro, su cui si sono addensate molte ombre, Togliatti, fino a ieri intoccabile riferimento del comunismo italiano. In modo contraddittorio si fanno i conti con temi come la pace (quali sono i limiti di un intervento armato? Solo il nostro territorio o anche i nostri valori, la civiltà in cui crediamo e viviamo?) Il lavoro e l’ambiente, basti pensare all’esempio dell’ILVA di Taranto. Sulla riforma del lavoro si sono scontrati due temi entrambi di sinistra ma inevitabilmente contrapposti, l’esigenza di dare prospettiva al futuro dei giovani e quella di mantenere gli strumenti di tutela per i lavoratori già occupati. E poi sulla giustizia, sul lavoro pubblico e tanto ancora.

Si puo’ dire che oggi lo scontro, tra due diverse concezioni della società e del suo futuro, si presenti ad ogni riforma, direi ad ogni proposta di legge. Personalmente vedo nella maggioranza del PD una maggiore lettura dei tempi, certo non priva di contraddizioni, ancora non del tutto chiara e chiarita, mentre nella minoranza vedo confusione, una difficoltà nel costruire una nuova identità che sia in linea con i processi di globalizzazione che sono in atto. Il nuovo PD cerca una sua strada, pur guardando al modello democratico americano, ancor più ai tempi di Trump, nella sinistra dei vecchi leoni D’Alema e Bersani, non colgo un’idea costruttiva e paradossalmente la scissione non lo è, anche se forse renderebbe nell’immediato più chiaro il quadro politico, specie ora che si sta tornando ad un sistema elettorale proporzionale.

La minoranza del PD negli ultimi anni appare una forza priva di proposta, che è capace di dire solo no e con i no è difficile governare, stretto nella paura del cambiamento, una componente che sembra fare appello alle sue tradizioni (verrebbe da chiedersi, oggi quali sono?).

Tra il PD della maggioranza o se si preferisce per semplificazione, di Renzi e la minoranza, in un partito complicatissimo e che conta ben 12 correnti, si sta scavando un solco, che per me non è quello tra ex democristiani ed ex comunisti, ma tra progressisti, nel senso letterale del termine, e conservatori. I primi vogliono far progredire nella modernità il paese e che quindi rifiutando i vecchi schemi si pongono il problema delle nuove emarginazioni, gli immigrati, i giovani in testa, dei nuovi poteri che non sono più il classico capitalismo ma una rete disomogenea di interessi finanziari e di vere e proprie caste e lobby (per l’Italia parlerei di corporazioni, ma il discorso sarebbe lunghissimo), che oggi gestiscono, senza un nuovo ordine mondiale, il pianeta e per quanto di pertinente il nostro paese.

La minoranza del PD in tal senso, come forza di opposizione e non di proposta, appare una forza conservatrice. Legata a dei valori del secolo scorso ma che sono stati diluiti e miscelati in modo confuso. Il massimo dell’innovazione per molti di quella minoranza è l’Ulivo a cui guardano con nostalgia, dimenticando che quella esperienza fu proprio il primo segno che le sinistre italiane stavano divaricando sempre più. Sinistre che ormai da tempo non sono più seducenti nemmeno verso gli elettori. Del resto riprova è che il PD di Bersani non riusci, malgrado tutti i pronostici favorevoli a superare la soglia del 25% cosa invece ampiamente riuscita a Renzi e a Veltroni prima di lui che di questa trasformazione della “sinistra” italiana puo’ considerarsi il padre.

Altro esempio, è la valutazione che si fa dei pretesi moderati che sarebbero centristi. Quelli che un tempo erano considerati moderati oggi sono incazzatissimi e costituiscono un elettorato che difficilmente puo’ essere collocato secondo anacronistiche classificazioni novecentesche. Ecco perché andare alla scissione è politicamente un errore gravissimo, specie per quella minoranza che invece molto più responsabilmente dovrebbe svolgere il suo ruolo di stimolo e di critica interna, evitando l’attuale e continua guerriglia per costruire sui programmi e sulle idee un’alternativa alla maggioranza e per fare questo un congresso specie se fatto con calma e spirito costruttivo potrebbe essere utilissimo.
Ma sarebbe bene per evitare ogni ipotesi complottistica ed evitare ogni venefica tentazione che si facesse subito, nel rispetto delle regole e dei termini statutari.

Nicola Guarino


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