Altritaliani
La pillola di Puppo

La giusta scuola e la scuola giusta.

giovedì 16 febbraio 2017 di Maurizio Puppo

L’Università, e prima dell’Università il liceo. A voi sembrerà niente, per me era molto, perché son della razza mia : per quanto grande sia, il primo (o quasi) che ha studiato. Nessuno della mia famiglia ci aveva mai messo piede, in quella cavolo di scuola : per generazioni, il liceo era stato la scuola della borghesia. I figli degli operai, da quando avevano cominciato a poter studiare, andavano semmai all’istituto tecnico. Perché dava un diploma, un pezzo di carta con scritto «perito».

Qualcosa con cui lavorare, vivere. Entrare in fabbrica (perché non c’è altro che fabbrica) ma per fare magari l’impiegato (l’impiegato tecnico, quello con la biro nel taschino) invece che l’operaio. Ecco, per i poveri era a quello che serviva la scuola. Io invece ho avuto una fortuna incredibile (e del tutto immeritata). La possibilità di andare al liceo, cioè a una scuola che non serviva a niente, perché niente ti dava. Nemmeno un titolo da ragioniere, perito, maestro. (E non c’è niente di meglio che non servire a niente. Perché non servire a niente significa non essere servo di nessuno).

Nel quartiere di Genova in cui vivevo, di licei non ce n’erano. Ce n’erano due nei quartieri attigui. Un liceo classico, il Mazzini, nel quartiere borghese, Pegli, dove era nato Fabrizio de André e abitava il celebre architetto Renzo Piano. E uno scientifico, a Voltri, quartiere di piccolissima borghesia operaia, impiegatizia, bottegaia. Io scelsi di andare allo Scientifico. Ma non perché mi piacessero le scienze. No, delle scienze non me ne è mai fregato proprio niente (detto con il rispetto dovuto sia alle scienze, sia al niente). E non me ne frega niente neanche adesso. Non m’importa della luna, non m’importa delle stelle. La luna, per me, è quella che mi ha dato Ariosto, è quella che mi ha dato Giacomo (Leopardi, ma siamo in confidenza e allora lo chiamo per nome).

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Centre Pompidou

La luna vera, per me, se ne può restare dov’è. È vero invece che mi piaceva la matematica. Ed ero pure bravo. Ma perché la matematica non è mica scienza, è un’altra cosa. È filosofia, astrazione pura, stupefacente intellettuale. La matematica mi ha sempre fatto più o meno lo stesso effetto degli spinelli (con la differenza che la matematica è gratis). È l’unica cosa che esisterebbe (diceva il vecchio Popper, parola più, parola meno) in ogni mondo possibile. Perché è facile immaginare un mondo in cui non valga la legge di gravità: il che significa che la fisica è un purissimo accidente.

È possibile immaginare un mondo in cui si nasce vecchi e si muore giovani (del resto, i figli dei padroni – diceva quel simpatico tontolone di Pasolini – sono vecchi anche da giovani). Ma un mondo in cui due più due non faccia quattro, quello no. E insomma, la matematica esiste di per sé, e allora forse finisce che c’è una relazione tra la matematica e l’idea di Dio. Ma in realtà il Liceo Scientifico mica l’ho scelto facendo tutti questi ragionamenti. No, ci sono andato perché avevo paura del greco. Già mi faceva un po’ paura il latino. Ma il greco, con quell’alfabeto strano.

Nessuno nella mia famiglia aveva la più pallida idea di cosa fosse quella roba lì : alpha beta gamma delta. Epsilon. E uno si sente un po’ solo davanti a un mostro. Così alla fine ho fatto lo scientifico. Mi spiace un po’. Avrei preferito fare il classico. Tornassi indietro, farei il classico. Solo che indietro non si torna (ove mai non lo sapeste, io ve l’ho detto) .

Ma anche lo scientifico è una bella scuola. Almeno, per me lo è stata. C’erano i muri scrostati e ginnastica la si faceva in vecchi capannoni industriali, ci pioveva dentro, allora avevano messo dei materassi per assorbire l’acqua ed evitare il formarsi delle suddette pozzanghere. Facevamo ginnastica e non c’era mica da farsi la doccia, dopo.

Io mi cambiavo da capo a piedi, perché ero pulito. (Considerate la mia semenza : ero imbranato perso. Mica potevo permettermi di essere anche sporco. Un imbranato pulito può suscitare simpatia. Uno in gamba sporco può giocarsela da ragazzo selvaggio, gioventù bruciata, Marlon Brando in Fronte del porto. Invece un imbranato sporco fa schifo e basta. Insomma io non vedevo altra scelta per me che essere pulito. Ma questa è un’altra storia e ve la racconto un’altra volta).

Comunque sia, certi nemmeno si toglievano la maglietta con cui avevano fatto ginnastica, si mettevano la camicia sopra e via. In primavera, come attività fisica, qualche volta si andava in una vicina piscina e almeno lì non c’era il problema della sporcizia e c’erano le compagne di classe in costume da bagno. Alcune erano belle, altre no. Noi maschi eravamo praticamente tutti brutti e scombinati da far paura. In classe certi professori fumavano. A dirlo oggi, non sembra neanche vero. A tal punto che quasi mi viene il dubbio: me lo sarò mica sognato io?

Liceo Scientifico Statale Luigi Lanfranconi. (Luigi Lanfranconi era il vicecomandante delle brigate genovesi di Giustizia e Libertà. Nato a Voltri, ucciso dai fascisti a Sampierdarena). In quello stesso istituto dove ho studiato io, c’erano anche i figli di Renzo Piano. Che pochi anni prima, a Parigi aveva fatto il famoso Beaubourg. Che in teoria si chiamerebbe il centre Pompidou ma nessuno lo chiama così (come lo stadio di Milano, si chiamerebbe «Giuseppe Meazza» ma lo chiamano tutti San Siro. E quello di Genova: ma chi è che dice «il Luigi Ferraris»? Marassi. È logico. I posti si chiamano come la gente li chiama). Il centre Pompidou (anzi : il Beaubourg) era un’astronave nel centro di Parigi.

Piano raccontava questa storia. Mentre stava lavorando al progetto per rispondere al concorso del governo francese, una sera aveva visto un film in televisione, di fantascienza, proprio di livello infimo, una scemenza totale, e lì c’era un’astronave aliena o che ne so io che atterrava nel centro di una città. Allora Piano c’ha la folgorazione, chiama il suo collega (Richard Rogers) e gli dice: ho capito, bisogna che facciamo un’astronave nel centro di Parigi. L’altro deve avergli detto: ma Renzo sei scemo? Invece aveva ragione Piano. Il Beaubourg è sempre lì. Bello o brutto non so. A me sembra bello. E comunque sia Piano con questa storia dell’astronave (che non sono nemmeno tanto sicuro che sia proprio vera), con quella storia lì dicevo, è diventato una specie di celebrità. Insomma, tra me e i figli di Renzo Piano c’era un abisso, ma che dico un abisso? Mille abissi. Dal punto di vista sociale. Da ogni punto di vista. Eppure facevamo la stessa scuola. Era andata così. Non era l’uguaglianza, perché uguaglianza non ce n’era. Loro erano ricchi e andavano in giro per il mondo e in casa loro giravano intellettuali progressisti e politici e scrittori e che ne so io. Cose lontanissime dal mondo mio. Però la scuola era la stessa.

Ora è passato un po’ di tempo, son passate le stagioni. Mia figlia l’anno prossimo andrà al liceo, qui a Parigi. I genitori dei figli in età scolare qui non parlano d’altro. A che scuola va tua figlia, tuo figlio? Un’ossessione. Non si tratta solo di scegliere quale orientamento. Non si tratta di decidere se ti fa più paura il greco o la matematica. No. E neppure di scegliere tra pubblico e privato. No. Qui c’è una gerarchia. Gli istituti hanno una reputazione. Ci sono quelli buoni e quelli no. Se vai in un istituto buono, tutto bene: sei destinato ad avere i denti luccicanti come in una pubblicità del dentifricio e belle carriere e il sole in fronte ti bacerà. Se vai in quello cattivo, ahi ahi ahi. Vorrà dire che poi andrai in una facoltà cattiva. E avrai un diploma o una laurea che tutti guarderanno con un po’ di schifo, lo scriverai sul curriculum e ti diranno «Ah tu as fait ça. C’est bien », con quella smorfia di leggero disgusto cattivo che solo i francesi sanno fare. E avrai un lavoro cattivo, o nessun lavoro.

Una volta ho visto una tipa in giro, con il carrozzino, una giovane madre, una di quelle giovani madri che i poveri li ha visti in cartolina; leggeva un libro. Un libro che dava consigli su quali scuole far fare ai figli per assicurare loro l’avvenire perfetto. A cominciare dall’asilo. Giuro. Ma ammettiamo che quello fosse un caso limite, ammettiamo pure che quella giovane mamma fosse particolarmente scema. Perché l’asilo, almeno quello, conta fino a un certo punto. Il liceo invece, non ci sono santi, è importante. E come si arriva in una buona scuola? In un buon liceo? Un po’ per merito. Un po’ (molto) per dove abiti. Quello che si chiama «sectorisation». I migliori sono l’Henry IV e il Louis Le Grand. Vème arrondissement.

Prezzi degli appartamenti sui diecimila euro al metro quadro. La «sectorisation» nel liceo giusto fa anche crescere la quotazione: sei vicino all’Henry IV, e allora invece di diecimila a metro quadro, ti costa dodicimila. Cosa vuoi che sia il 20% in più, di fronte al luminoso avvenire dei figlioletti? Cosa sono i soldi di fronte agli affetti? Poi ci sono, certo, mille meccanismi studiati per ridurre la disparità. E permettere anche l’accesso a chi non abita in quartieri carissimi. Mille meccanismi. Studiati da alacri commissioni ministeriali, comitati, gruppi di lavoro. Che svuotano il mare con un secchiello. Anzi, con una paletta. Perché dalle statistiche risulta che negli istituti migliori, quelli che assicurano i denti bianchi luccicanti come nelle pubblicità, e l’accesso alle migliori università e insomma il sole in fronte, i figli di operai sono pochissimi. Pochissimi.

Tutte le scuole pubbliche sono uguali, nella République, ma alcune sono più uguali delle altre. Ma molto più uguali. È vero che i migliori licei sono molto esigenti (se non altro per mantenere alto il loro «standard» qualitativo e la loro reputazione), e che quindi i figli dei poveri, qualora siano bravi, possono sperare, certo in misura limitata, di entrarci anche loro; ed è anche vero, per lo stesso motivo, che i i figli dei ricchi per cavarsela in quelle scuole prestigiose sono obbligati almeno, oltre ai soldi, ad avere anche un po’ di cervello.

Però se nasci nel posto sbagliato, in case povere e senza libri con genitori disoccupati che si tirano i piatti in testa, le tue probabilità di essere bravissimo secondo me sono un po’ più scarse di quelle di chi nasce in un caldo appartamento foderato di libri e genitori che parlano con voce suadente commentando i fatti del mondo in quattro lingue e ti spediscono a fare i soggiorni di studio.

Senza contare che tutti gli asini sono uguali ma anche qui alcuni asini sono più uguali degli altri. Se nasci nel posto giusto, puoi anche permetterti di essere un po’ scemo. Una moderata quantità di scemenza è ammessa. Conosco una famiglia di borghesi, benestanti, parigini con un figlio adolescente che è un asinone. Un disastro. Non capisce ma proprio un emerito tubo. Se fosse nato in una di quelle banlieues da paura che ci sono qui, sarebbe già per strada a rubare i motorini e spacciare droga.

Siccome è nato nel posto giusto, i genitori lo hanno mandato a fare un anno di scuola in Inghilterra in un istituto privato. Così fa esperienza e impara l’inglese. E magari alla fine, dai e dai, diventa intelligente. Perché i figli dei ricchi, a ben guardare, sono intelligenti anche quando sono scemi. Insomma, come dire ? Per me, nella mia vita, la scuola pubblica è stato un fattore di giustizia, di eguaglianza. Un luogo dove si incontravano classi diverse. Alla scuola privata, personalmente, non chiedo nulla ; ma a quella pubblica, chiederei invece di assolvere sempre a questa funzione. Perché non c’è altra luogo di speranza, per un figlio di poveri. Perché se questo lavoro, di attenuazione dell’ingiustizia, non lo fa la scuola pubblica, chi lo farà ?

Ma questa scuola pubblica, qui in Francia, e non solo in Francia, mi pare che invece la amplifichi, la diseguaglianza. Questa scuola pubblica è divenuta il motore della reproduction des élites, come la chiamava il sociologo Pierre Bourdieu. Eccola qua, una bella battaglia da fare, per la sinistra. Il mio liceo aveva i muri scrostati e i materassi nei vecchi capannoni industriali. E non c’erano le docce. Ma i figli degli operai, come me, come i miei amici più cari, stavano fianco a fianco dei figli dell’architetto più famoso del mondo. A fare il filo alle stesse ragazze. E a studiare Nietzsche e Karl Marx. Che alla fine, in quelle vecchie aule, si davano la mano.

Maurizio Puppo


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