Altritaliani

L’emblematico dibattito tra alcuni sostenitori del PD a Parigi sulle presidenziali francesi.

sabato 11 febbraio 2017 di Nicola Guarino

Alla vigilia di una decisiva direzione allargata del PD accenniamo al malessere fra i simpatizzanti ed alcuni iscritti del PD parigino, che è emblematico del momento di quel partito dove le divisioni, in Italia come nei principali partiti socialisti europei, nascondono l’inconciliabilità radicata e persistente tra due modi di intendere il cambiamento. Si confrontano due sinistre, una conservatrice e l’altra progressista.

Tra i simpatizzanti ed alcuni iscritti al PD di Parigi è in corso un dibattito informale particolarmente interessante sulle prossime elezioni presidenziali francesi che avranno luogo tra il fine di aprile e l’inizio del prossimo maggio.

Motivo del confronto, a volte acceso, è il sostegno o meno che si vuole dare ai candidati alla presidenza della Francia, in particolare ci si divide tra sostenitori del candidato socialista Hamon e chi invece propenderebbe per il liberal Macron che, fuori dai partiti storici, ha creato un movimento che si chiama “En marche!” (a dirla tutta c’è anche qualcuno che sogna l’ultra gauchiste Mélenchon).

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Hamon e Macron

Lo scontro è emblematico e si puo’ sintetizzare in questo modo: i sostenitori del socialista Hamon, si richiamano alla comune casa del PSE e sono convinti anche dai contenuti programmatici di questo ex portavoce dell’ex segretaria Martine Aubry.

Coloro che si riconoscono, ma la sintesi sarebbe più complessa, nella maggioranza attuale del PD del Nazzareno, sono pro Macron, rilevando come il PD di oggi non sia più un partito che si possa collocare semplicemente nell’alveo dell’ideologia socialista, essendo maturati nel tempo numerosi elementi culturali e politici di segno liberale, radicale e finanche cattolico.

Effettivamente le differenze tra Hamon e Macron risaltano allo sguardo. In realtà, la contrapposizione appariva netta anche all’interno del PS francese, dove tra il vincitore ed il suo principale competitor Manuel Valls si evidenziavano differenze spesso nette e non solo contingenti o di tattica politica.

Ancor più le diversità si evidenziano con Hamon che appare l’erede del pensiero utopico della sinistra novecentesca e come mi suggerisce la nostra Evolena, l’idea di un "reddito di base" risale addirittura a Tommaso Moro, più che a Marx. Una delle sue ricette sostiene che: l’economia è in crisi? Aumenta la disoccupazione giovanile? in Francia aumenta anche quella degli over 40, in verità, diamo un reddito di cittadinanza a tutti i giovani tra i 18 e il 25 anni, uno stipendio di 800€ a persona.

Un’utopia non nuovissima se è vero che negli anni Ottanta una cosa simile la realizzo’ l’allora premier laburista australiano Keating, che, per un paio d’anni, diede una paga simile ai giovani fino ai 26 anni con il risultato che questi si organizzarono in mini comunità, fittandosi appartamenti, lasciando perdere gli studi e ancor più la ricerca del lavoro. Il risultato fu: un’economia in rapida crisi, laburisti mandati a casa, conservatori al potere e giovani rispediti senza paghetta nelle scuole e nei luoghi di lavoro a sudarsi lo stipendio.

Diversamente, Macron mostra un taglio più pragmatico e meno ideologico: propone incentivi all’iniziativa per la creazione di imprese giovanili, spesso legate alle nuove tecnologie ed ai servizi informatici, spazio alla creatività e al merito. E’ un ultra-europeista, è contro l’ipergarantismo nel lavoro, contro l’assistenzialismo ed è per le liberalizzazioni del mercato per favorire la concorrenza e il merito.

Dietro il conflitto di sentimenti tra sostenitori del PD a Parigi vi è in scala un malessere della sinistra nostrana, nella sua base come nei suoi vertici, dove convivono due anime evidentemente inconciliabili. Una che, dopo due decenni di sconfitte, non trova idea migliore per rinnovarsi che farsi continuatore diretto degli ultimi anni del PCI. Portando temi e parlando un lessico che probabilmente ai giovani di oggi non suggerisce alcuna emozione.

Si tratta di una sinistra che ha raccolto, senza coerenza, pezzi di idee in particolare dell’ultimo PCI, quello ormai in crisi ed in crescente calo di consensi, ricalcando quel modello fine anni settanta che fu caratterizzato dalla questione morale berlingueriana, dimenticando tuttavia il compromesso storico che fu di quel partito, probabilmente, l’intuizione più geniale. Riproponendo poi il nostalgico Ulivo, dimenticando che fu Bertinotti e Rifondazione comunista a seppellirlo. Si mostra puramente pacifista (svolta Veltroniano) riuscendo poi, pur di colpire Renzi, ad allearsi anche con D’Alema che invece sarà ricordato sempre e solo per la nefasta bicamerale con Berlusconi e per la guerra nel Kossovo. Il tutto senza parlare delle contraddizioni ecologiste/operaiste come nel caso dell’ILVA di Taranto.

Insomma, la minoranza del PD appare ancora confusa, priva di un progetto, incapace di proposte concrete per i diversi temi del paese. Sembra non considerare la dura realtà dei fatti e dei numeri che le statistiche evidenziano, e, soprattutto, schiavo di una divisione del mondo in destra e sinistra che ormai suona francamente, anacronistica.
Posizioni contraddittorie che oggi come ieri (quando c’era Berlusconi), mostrano una sinistra poco propositiva e che al più appare ridursi ad un ruolo di opposizione, contro tutti…tutti quelli (e visto il quadro politico non molti) che hanno la ventura e la possibilità di governare.

I renziani e i loro alleati interni sintetizzano aspetti socialisti, liberali, cattolici nel rispetto di una tradizione laica, come ad esempio, sul piano della difesa dei diritti degli immigrati, si oppongono alla demagogia del reddito di cittadinanza, mirando a sostegni economici ad obbiettivo come gli esemplari 500 euro annuali ai giovani per sostegno alle loro scelte scolastiche, soldi da spendere solo per attività culturali e di spettacolo e di lettura.

La maggioranza PD ha abbandonato le vecchie bandiere ideologiche, risultate ormai superate storicamente, e più che una divisione destra/sinistra sembrano lavorare nel solco di una divisione tra il sotto e il sopra. Un mondo che guarda sempre più ai consumatori e meno al lavoro, dove la finanza (che sarebbe riduttivo e fuorviante classificare di destra o sinistra) manovra i destini globali del mondo, dove i mercati non consentono più delle pure divisioni nazionali, dove il ruolo di una Europa (diversa da questa), diventa decisiva nei giochi geopolitici per costruire un nuovo ordine mondiale.

In questo suo nuovo ruolo la sinistra “evoluta”, diversamente da quella “conservatrice”, esce dalla contrapposizione classica destra/sinistra puntando sulla complessità e le diversità della moderna società. Non più un mondo del lavoro che si contrappone tout court all’impresa perché a loro appare chiaro che: più impresa c’è (in senso anche di capacità, creatività e coraggio), più si incrementa il lavoro, anche in termini di qualità, il quale determina più impresa ancora. Lo scopo non è il trionfo di una classe sull’altra, ma la capacità dell’uomo di incidere nel globale e di poter realizzare la propria individualità come soggetto sociale.

Le differenze e le diversità in tal senso per i renziani divengono ricchezza e occasione di realizzazione (anche esistenziale). Naturalmente in tal senso si mettono in gioco uomini e mezzi, si afferma la necessità di far prevalere il merito e quindi ci si pone il problema di contrastare l’antica e mai rimossa, dalla vecchia sinistra, politica delle lobby e delle corporazioni, per cui si ripropongono temi che per i conservatori della minoranza PD sembrano temi out, come licenziare anche nella pubblica amministrazione chi non lavora con impegno e serietà, di mettere in discussione l’inviolabilità di settori come quelli della magistratura (tema caro ai radicali che mai come oggi sono vicini al PD renziano), la lotta a quel mondo di sopra che ha costruito una lobby gerontocratica fatta di privilegi e che non accetta di essere messa in discussione.

Ancora una volta, ad esempio, nel mondo della scuola la rivalutazione degli insegnanti non è stata sufficiente per quella categoria quando ci si è resi conto che al contempo, nel quadro di una maggiore autonomia didattica ed organizzativa, si poneva il tema della valutazione del loro lavoro. Per arrivare a tutto questo il PD ha fatto un lungo percorso, che specie da Veltroni in poi, anche con frenate ed arretramenti, è giunto a quella che è la realtà odierna di una forza che non divide più in destra o sinistra ma in progressisti e conservatori e duole dirlo, ma per i renziani e per la maggioranza del PD, Bersani, D’Alema e soci sono forze della conservazione.

Il nuovo PD si pone non come forza di opposizione, ma come forza di proposizione e di governo e naturalmente, a questo scopo, cerca di essere pragmatica. Lo sforzo è stato quello di semplificare la politica per responsabilizzarla ma se questo non è possibile (dopo il voto referendario del 4 dicembre) sarà necessario fare un lavoro di mediazione e coalizione per perseguire questi progetti. Con lo Jobs act, la minoranza PD e i sindacati (mai rinnovati) si sono battuti contro la “vituperata” riforma considerando Renzi amico dei padroni e non cogliendo un fatto essenziale che nel mondo globale non si puo’ più intendere l’imprenditore come una semplice controparte, ma come un soggetto che, al pari degli altri, cerca nella complessità di un mercato ormai globale e poco regolato il proprio benessere senza che per questo si debba necessariamente penalizzare la propria forza lavoro.

Tolto il comune disprezzo verso i populismi, anche se la sinistra ideologica e conservatrice ogni tanto ci casca (vedasi proprio Hamon), nulla più accomuna due sinistre che negli uomini, nelle idee e nei programmi non hanno nulla di simile. L’attuale PD ha avuto una trasformazione antropologica che oggi, sul piano culturale, lo porta ad essere più vicino ai democratici americani che a Tsipras e le sue ricette.

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La Leopolda del PD

Una trasformazione che rende impossibile la convivenza nello stesso partito di questi due mondi. Probabilmente l’errore più grave dell’attuale dirigenza di quel partito è di rimandare continuamente l’ora della separazione che consentirebbe di rendere più chiaro il quadro politico e più coerente l’azione dei progressisti (trovo francamente asfittica la definizione sinistra, come trovo anacronistica quella di socialisti).

Effettivamente come altrove cosi a Parigi, tra i simpatizzanti e magari i sostenitori del PD, non ci sono persone in malafede e nemmeno doppi giochi per chissà quali scopi. La realtà è più banale. C’è chi vuole votare Hamon perche gli somiglia, non riesce ad uscire da quello spirito, parla come lui, probabilmente pensa secondo i suoi criteri di classificazione. Dall’altro lato c’è una sinistra che dopo decenni di sconfitte e di assenza di proposte, attraverso un complesso percorso avviato da ex PCI ed ex DC ha maturato una sua trasformazione, magari anche con iniziative come la Leopolda, con il desiderio di non essere solo contro ma anche pro qualcosa. Una sinistra che ha iniziato a farsi delle domande spinose, a mettere in discussione i propri miti e i riti, capendo che l’obbiettivo non poteva più essere il socialismo della li-ber-tà, ma semplicemente rendere la vita più facile, il paese più sereno cercando oltre alle domande anche le risposte. Mantenendo saldi dei principi (nuovi e vecchi) che i muri anti-immigrati non si fanno, che le opere di modernizzazione come la TAV si, e cosi anche l’Expo e se ci sono ladri e corrotti, questi vanno arrestati e processati, ma le opere vanno proseguite. Un senso nuovo di responsabilità.

L’affermazione del primato della politica che media tra i bisogni degli uomini e che propone un modello di società che parti dall’abbattimento delle mille lobby e corporazioni che tolgono luce al futuro del paese. Che mira infine a modernizzare un paese francamente vecchio a che andrebbe ringiovanito.

E’ evidente che per i simpatizzanti di Renzi a Parigi, quel senso di responsabilità si ritrova in Macron e non nell’utopico Hamon. Molti fra loro hanno probabilmente sperato in Valls per salvare capre e cavoli, restando con i socialisti ma con un progetto non ideologico, ma innovativo. Cosi non è stato e i socialisti francesi, ormai in agonia (con solo 45 mila iscritti in tutta la Francia) hanno scelto la loro fine. Scommettiamo che Mélenchon avrà più voti di Hamon e che dopo le presidenziali il PS francese cambierà, magari anche di nome?

Nicola Guarino


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