Altritaliani

«Les Italiens sont des Français de bonne humeur» ?

Alle origini degli stereotipi sugl’italiani in Francia
venerdì 20 gennaio 2017 di Giulia Del Grande

Partendo dalla frase del celebre poeta francese Jean Cocteau, «les Italiens sont des Français de bonne humeur» (Gli Italiani sono dei Francesi di buon umore), verrà raccontata la nascita degli stereotipi sugl‘italiani e la loro risonanza in Francia, svelandone verità e luoghi comuni. Una riflessione necessaria per riuscire ad apprezzare e, perché no, scusare quell’italianità talvolta malvista, scoprendone le origini e la campagna mediatica che ne confermò a livello internazionale i tratti distintivi.

Mastroianni ballando con Shirley MacLaine

Quella di Cocteau è sicuramente un’affermazione derivata sia dalla somiglianza dello stile di vita dei due popoli (come ad esempio il riversarsi nelle piazze o nelle «terrasses» dei bar al primo raggio di sole), sia dall’opinione comune, ovvero dagli stereotipi sulle peculiarità caratteriali di entrambi: l’italiano estroverso e positivo, il francese introverso e sempre scontento. È noto infatti che «l’arte di vivere all’italiana» non sia cosa di facile apprendimento e che, soprattutto, implichi la conoscenza di molti altri atteggiamenti ben radicati nella cultura del Paese. Ma andiamo per gradi.

Cosa comporta l’essere italiano agli occhi di un francese? Esercitare l’arte della seduzione ma ostentando in famiglia l’osservanza dei dettami cattolici, sfoderare -in caso di bisogno- un atteggiamento «mafioso» o più semplicemente «machiavellico», gesticolare, mangiare principalmente pasta e pizza, vestirsi con capi di marca, muoversi in vespa, venerare il calcio, condurre la macchina con regole proprie, infine vestire con giacchetti di «piumino» e portare gli occhiali da sole anche d’inverno.
Ovviamente, parlando di stereotipi (o clichés), è necessario precisare che la maggiore inesattezza è legare tali caratteristiche all’interezza del popolo italiano. Allo stesso modo, però, tali stereotipi sono anche esplicativi della cultura del Bel Paese e affondano le radici nella sua storia.

L’«italiano medio» si avvicina moltissimo allo stereotipo che se ne ha in Francia e, seppur in Italia sia generalmente malvisto, non smette di riscuotere consensi e apprezzamenti soprattutto dai più giovani che sentono il bisogno di identificarsi in una comunità riproponendo attitudini comunemente riconosciute.
Nel 2015 è uscito nelle sale un film dal titolo L’italiano medio, di Maccio Capatonda, che narra della storia di Giulio Verme un «nerd» ecologista che in un giorno di sconforto ingerisce una pasticca che gli fa usare solo il 2% del cervello -l’uomo ne usa normalmente il 20%- trasformandosi per l’appunto nell’«italiano medio». Capatonda riprende l’idea dei grandi Sordi, Villaggio e Verdone nel mettere in scena le caratteristiche dell’italiano medio del XXI secolo, raffigurandolo, ahimè, come un personaggio demenziale e temibile...

Gli stereotipi sugli italiani sono nati infatti dalla stessa cinematografia italiana a seguito del II Conflitto mondiale, rispondendo alla necessità di riabilitare l’italiano agli occhi del mondo. L’Italia, uscita perdente dal Conflitto, aveva davanti a sé non solo la sfida di dover ricostruire un paese ridotto in macerie, ma anche quella di riconquistare la fiducia estera emancipandosi dal ruolo di fascisti e filo nazisti.

Non dobbiamo dimenticare che per quasi cento anni dal 1860 al 1960 l’Italia è stata, a più riprese, oggetto di una forte emigrazione di massa, dando luogo ad una vera e propria Italia fuori dall’Italia. Non c’era unicamente perciò la necessità di riconquistare gli ex avversari politici ma gli stessi emigrati che avevano fatto fortuna all’estero. L’intento era quello di suscitare in loro un forte sentimento nostalgico facendo leva sulle tradizioni e sulla loro italianità di cui non c’era più motivo di doversi vergognare, inducendo così il ritorno in patria di famiglie, ricchezze e preziose competenze lavorative.

In poche parole che il cinema abbia più o meno coscientemente cavalcato questo senso di «responsabilità nazionale» non ci è dato di saperlo con precisione, ma sta di fatto che il risultato fu proprio quello auspicato dando luogo, negli anni cinquanta, al celebre prodotto cinematografico della «Commedia all’italiana».

La Commedia alla quale ci riferiamo, unica nel suo genere, fece fortuna grazie al genio di registi come Mario Monicelli, Luigi Comencini, Vittorio De Sica, Ettore Scola, Antonio Petrangeli, Luigi Zampa, Dino Risi e molti altri che seppero dare ad attori del calibro di Totò, Peppino de Filippo, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni ma anche ad attrici come Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale l’opportunità di rappresentare «l’italianità» in una satira comica e brillante ma mai demenziale.
La differenza, infatti, fra quel tipo di cinematografia e quello attuale (sul modello dei comici Capatonda e Zalone) è proprio l’intelligenza del racconto, ovvero la capacità di mostrare con sensibilità le assurdità e le contraddizioni della società italiana, permettendo al messaggio culturale di giungere al pubblico in maniera convincente e gradevole.

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Dal film I vitelloni

Come dimenticare infatti, l’esilarante Matrimonio all’italiana e Divorzio all’italiana, ma anche Il medico della mutua con Sordi, anticipati dai neorealisti I vitelloni di Fellini, e infine L’arte di arrangiarsi di Zampa. Fu così che si diffusero e affermarono, grazie all’apporto mediatico, gli stereotipi sugli italiani, primo fra tutti l’idea dell’italiano mammone, voltafaccia, opportunista, codardo, sciupa femmine e maschilista, ma che può rivelarsi anche un fallito «latin lover», finendo per cercare un sicuro rifugio fra le braccia della fidanzata.

A questo punto, una domanda che sarà sicuramente balzata alla mente dei lettori è la seguente: come può essere che l’italiano dopo anni di satira e con tutti i cambiamenti sociali che ha vissuto (come il ‘68, l’emancipazione della donna, la globalizzazione e molto altro) sia rimasto fedele a se stesso? Tale genere cinematografico fu supportato da una campagna mediatica e giornalistica di grandi dimensioni. Il fine era quello di ricreare una sorta di orgoglio nazionale promuovendo l’Italia, gli italiani e l’italianità, facendo assomigliare il Paese ed i cittadini a quell’immagine «made in Italy» che il mondo ormai conosceva e che i turisti avrebbero sicuramente apprezzato ritrovare al loro arrivo in Italia...
È così che con un balzo storico di diversi decenni si è giunti ai giorni nostri. Epoca in cui, seppur i giovani non s’interessino ai film di quegli anni, ne respirano inevitabilmente le dinamiche con gli amici e in famiglia, nucleo imprescindibile per la comprensione della società italiana nel quale, tutt’ora, ognuno sa di ricoprirvi un ruolo ben definito: il figlio mammone, il padre macista, la madre ossequiosa, la figlia ribelle e in lotta per la parità dei sessi, la fidanzata del figlio in perenne conflitto con la suocera, concludendo con i fumanti spaghetti al sugo di pomodoro sul tavolo. Insomma, dietro agli stereotipi sugli italiani c’è un margine di verità e i mass media hanno facilitato tale processo assimilativo.

La cultura italiana in Francia prende le mosse precisamente da tali caratteristiche e per un chiaro motivo: gli operatori del settore propongono al pubblico straniero ciò che il pubblico vuole sentirsi dire o, detto in altre parole, ciò che già conoscono. È un gioco di conferme, nelle quali il «cliente» non viene mai disatteso. Non avviene perciò l’auspicata «decostruzione» dello stereotipo, al contrario quello costituisce il punto di partenza per mostrare l’immagine dell’Italia all’estero. Se tale pratica sia più o meno corretta è difficile da dirsi, è noto infatti che le logiche di mercato non hanno le stesse priorità di quelle culturali, ma che il Bel Paese potrebbe trarre un maggiore vantaggio a lungo termine da un’informazione reale rispetto ad una stereotipata questo è innegabile.

Non ci rimane quindi che confidare in un cambiamento delle politiche di promozione culturale italiana in Francia e nella penna dei tanti volontari e redattori di riviste come Altritaliani che vogliono far conoscere l’Italia per quella che è, rifiutando di barattarla con le esigenze di profitto del mercato culturale.

Giulia Del Grande
Università per Stranieri di Perugia

Giulia Del Grande è dottoranda in Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo presso l’Università per Stranieri di Perugia, in co-tutela con l’Università Jean Jaurès di Toulouse.


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