Altritaliani

I protezionismi nella globalizzazione alla vigilia dell’incognita Trump

lunedì 9 gennaio 2017 di Lodovico Luciolli

C’è qualcosa di disperato nel tentativo di taluni di mantenere un’economia protezionista e di erigere muri innanzi all’avanzata sempre più ineluttabile della globalizzazione. Occorre abituarsi all’idea che in questo nuovo millennio terra, lavoro e capitale non hanno più frontiere.

Possiamo parlare di protezionismi nel 2017? Avranno seguito quelli promessi da Trump, quelli della Brexit, e quelli ipotizzati in Italia per reazione alle scalate di Vivendi su Mediaset (dopo quella in parte su Telecom), Allianz su Generali France, e dopo quelle di Amundi (Crédit Lyonnais/Société Générale) su Pioneer (Unicredit) e quelle precedenti di Etihad su Alitalia, Heidelberg Cement France su Italcementi, Lactalis su Parmalat, Pinault/Kering su Gucci, LVMH su Bulgari, Whirlpool su Indesit, ecc.?

Se per amore del pallone non ci sono reazioni "populiste" all’acquisto dei cinesi (Sino-Europe Sports) del Milan e a suo tempo degli americani (Thomas Di Benedetto, James Pallotta, Richard D’Amore) della Roma e del Qataris del Paris St. Germain, o agli allenatori stranieri, i "populisti" devono altrettanto capire che investitori e managers stranieri, nell’era in cui terra, lavoro e capitale non hanno più confini, appaiono o sono chiamati o perché la preda è attraente o perché credono di poterla poi rendere tale.

Tanto più quando sono bassi da parecchio tempo i tassi d’interesse, ossia il costo del denaro da chiedere per gli investimenti ovvero la rendita di questo negli investimenti obbligazionari alternativi. E tanto più quando questi tassi vicini allo 0% non possono più essere abbassati ulteriormente (neanche sotto lo 0% come in Giappone) perché neanche così creerebbero quel minimo d’inflazione keynesiana o di circolazione monetaria in più a sostegno della domanda di beni e servizi e, tramite questa, dell’occupazione.

Allora l’occupazione è sostenibile con i muri ai confini? Muri che come all’entrata sarebbero opposti ai capitali e prodotti stranieri, all’uscita per reazione lo sarebbero alle esportazioni e dunque al lavoro che queste sostengono? Muri che come all’entrata sarebbero opposti alla manodopera anche di qualità (esempio: informatici siriani o medici e paramedici di tutte le razze negli ospedali non solo inglesi in Europa) di costo minore, all’uscita per reazione lo sarebbero per tutti coloro che per necessità economica, d’apprendimento o scientifica li vogliono scavallare proprio per questi motivi? Oltre al vantaggio economico dell’interscambio, i protezionisti vogliono mandare all’aria i principi ispiratori dell’Erasmus, degli accordi De Gaulle-Adenauer che hanno fatto crescere le rispettive generazioni successive in pace e non più in guerra, e della Comunità Europea per cui oggi polacchi, ceki e altri dell’est vanno in Germania per lavoro, turismo o amore dopo che questa aveva fatto delle carneficine come o peggio di Aleppo oggi da loro?

L’opposizione al protezionismo non è, ovviamente, l’anarchia, ma un più efficace coordinamento a livello sovranazionale delle politiche immigratorie ed economiche, approfittando d’altronde delle istituzioni già esistenti questo fine.

Per l’immigrazione, come non pensare che nell’era attuale non possa essere funzionale un database che eviti nella CE le disparità di densità esistenti, e dunque gli attriti e i muri fisici e mentali? Sembra quasi vergognoso che nell’era in cui i flussi non sono più determinati soltanto dal fiuto come in America del nord ai tempi della conquista dell’west o in America del sud ai tempi dell’immigrazione italiana pre e post bellica non ci sia in Europa un coordinamento tecnico in base alle possibilità obiettive ovunque, e dunque non solo in Italia e Grecia per maggiore spirito umanitario oltreché per la geografia, e non solo in Germania abituata all’immigrazione dalla Turchia e dall’Italia dopo la guerra e dall’est dopo la caduta del muro. Il contenimento del flusso in Turchia, a pagamento, non si sa quanto può durare a causa della situazione di questo Paese e di tutta l’area limitrofa, nei cui confronti è oscillato perfino l’atteggiamento di Putin.

Per l’economia, come non accontentarsi d’una Banca Centrale Europea, che regola la moneta comune in piena indipendenza dagli Stati? L’euro è sì costato a tutti un raddoppio dei prezzi all’inizio, ma poi proprio perché questo ente non è per regola soggetto alle pressioni degli Stati questi non hanno più potuto, come nel passato (ad eccezione della Germania per cui la Bundesbank era già assolutamente indipendente, a tal punto da essere a Francoforte e non nella capitale, come d’altronde la Corte Costituzionale a Karlsruhe), farvi pressione per emettere moneta e di conseguenza creare un’inflazione con a loro volta dei tassi d’interesse a livello sudamericano o africano o della stessa Germania dopo la 1a guerra mondiale, con la conseguente distruzione dei risparmi di tutti, degli investimenti e dell’occupazione che ha avuto come conseguenza Hitler al potere. E tanto minore è stata l’indipendenza delle banche centrali nei singoli Stati dopo la 2a guerra mondiale, tanto maggiore è stata la svalutazione conseguita alla pressione per l’emissione di moneta e dunque all’inflazione.

Oggi quest’indipendenza è addirittura arrivata all’assurdo: oltre a lamentarci della mancanza d’un minimo d’inflazione, è la Banca stessa a decidere di comprare i titoli di Stato dopo che le banche centrali erano rimproverate quando lo facevano per le pressioni politiche dei rispettivi Stati! Allora cosa non funziona? La BCE non può influire sul passaggio dalla deflazione all’inflazione. Il prezzo del petrolio neppure, con il cartello non più in funzione da parte di tutti i Paesi produttori (e anzi crea in proposito ulteriori difformità tra l’Iran tornato fuori dall’embargo, l’Irak ancora in fiamme e complessivamente nel Medio Oriente ridotto in piccoli e grandi vulcani, e inoltre riduce il Venezuela a creare un’inflazione suicida, in modo endogeno e non più esogeno come succedeva nelle economie quando questo prezzo saliva).

Risposta: non funziona proprio il protezionismo già e ancora esistente tra gli Stati nelle altre politiche: del debito pubblico per cui ad esempio nell’UE ognuno interpreta a modo suo il limite del 2% del deficit annuale sul PIL o dà una differenza di valutazione ancora più stratosferica sul rapporto del debito pubblico; della politica fiscale, per cui le differenze di aliquote sui redditi e sui capitali rimangono ancora tali da riempire per un’ora e mezza i treni tra Parigi e Bruxelles quasi più di francesi che hanno gli interessi in Belgio che di gente che va a inchinarsi o a contestare alla CE; e della politica del lavoro per cui pressione fiscale e regole quando cambiano sono più sulla scia di quello che ha fatto qualcun altro (esempio Schroder Cancelliere) che in base a una direttiva più uniforme per tutti come negli USA di Obama e che tenga un po’ più conto anche della concorrenza cinese e indiana; e infine: della politica delle infrastrutture e dei servizi: non si può ammettere che ulteriori protezionismi e muri (la cui assenza tra USA e Canada ne ha fatto i Paesi più prosperi), al posto dell’alta velocità, ne giustifichino ulteriormente le differenze di funzionamento a livello locale non solo tra Roma e altre capitali, ma anche tra Roma e Firenze o Milano. Ciò vale per il confronto sia dei trasporti locali, sia per il costo della siringa. E cosa funziona? Proprio l’assenza dei protezionismi locali che ha fatto dell’Italia un Paese storicamente unico nello scambio di civiltà tra le diverse regioni e umanamente esemplare con l’immigrazione dal sud e i suoi terremoti. Auguri, dunque, tenendo questo spirito come esempio, per il 2017.

Lodovico Luciolli


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