Altritaliani
Missione poesia

Poesia con Davide Puccini: “Il fondo e l’onda”.

sabato 10 dicembre 2016 di Cinzia Demi

Per i lettori di Missione Poesia, presentiamo la poetica di Davide Puccini e del suo ultimo libro «Il fondo e l’onda», una sorta di piccolo scrigno, dove trovare racchiuso, non solo i ricordi dell’autore, ma l’universo tutto di una possibilità memoriale che vale la pena di conservare anche per le giovani generazioni, che sembrano non avere più un tempo immaginifico e giocoso, ma solo tecnologico e vorticoso e alle quali - senza retorica spicciola – il lavoro di Puccini potrebbe idealmente essere dedicato.

Davide Puccini è nato e risiede a Piombino. Si è laureato nel 1971 all’Università di Firenze con una tesi su Camillo Sbarbaro, che in seguito è stata pubblicata con il titolo Lettura di Sbarbaro (1974). È stato a lungo professore negli Istituti Superiori di secondo grado, affiancando però all’attività didattica quella di filologo e critico letterario, nell’ambito dell’italianistica, e successivamente quella di poeta e narratore.

Per Garzanti, dopo aver contribuito all’antologia Poesia italiana del Novecento (1980), ha curato varie opere di Boine(1983), il Morgante di Pulci(1989) e le poesie volgari del Poliziano (1992, ottava ristampa 2012). Per la Newton Compton si è occupato di un’edizione ampiamente annotata del Furioso ariostesco (1999, 2006 e 2016). Fra le sue opere figurano anche due curatele per i «Classici italiani» della Utet: Il Trecentonovelle (2004) e Il libro delle rime (2007) di F. Sacchetti. Ha curato inoltre, per le Edizioni San marco dei Giustiniani, le Lettere ad Adriano Guerrini di Camillo Sbarbaro(2009); per Le Lettere, le Opere di Renato Fucini (2012)e, per le Edizioni di Storia e Letteratura, le Favole e Sonetti pastorali di Luigi Clasio (2016). Ha collaborato e collabora con saggi e recensioni a varie riviste, tra cui "Studi novecenteschi", "Giornale storico della letteratura italiana", "Lingua nostra", "Poesia". I suoi versi e alcuni racconti sono apparsi su varie riviste di militanza letteraria, prevalentemente in "Resine", "Lunarionovo", "Astolfo", "Vernice", "Nuovo Contrappunto", "Il banco di lettura", "Capoverso".

Il suo primo libro di poesie, “Il lago del cuore, è stato da lui pubblicato solo nel 2000: il titolo combina Dante (Inf. I 19, 21) con Montale (l’espressione ricorre nell’inizio di Tramontana e, con leggera variazione, in Dora Markus 22-24) Vi hanno fatto séguito Gente di passaggio (2005), che sviluppa il tema del dolore per il lutto, su cui si imperniava la raccolta d’esordio, in una vasta meditazione lirica sulla precarietà della preziosa esperienza di ciascun uomo; e quindi Madonne e donne (2007: una delicata rassegna di figure femminili di celebri pittori, riprodotte nella musica del verso) e Parole e musica (2010: il ruolo di contraltare alla poesia è qui sottratto alle arti figurative e consegnato alla musica, soprattutto Mozart). _ Recentemente ha pubblicato un romanzo, Il libro e l’anima (2015), che si serve del genere fantasy per affrontare un discorso di alto profilo morale e culturale, senza però nulla togliere al piacere della lettura.
La quinta raccolta di versi, Il fondo e l’onda (2016), rievoca il mondo dell’infanzia e in particolare i giochi di quegli anni lontani ormai scomparsi dal nostro presente tecnologico. (Fonte per bio-blibliografia completa: Davide Puccini Wikipedia)

Conosco Davide Puccini davvero da tantissimi anni, anche se abbiamo cominciato a frequentarci più da vicino solo recentemente. Insegnava lettere nella mia scuola, siamo della stessa cittadina, sentivo sempre parlare di lui e del suo lavoro sulla letteratura e lo ammiravo da lontano, come ammiravo tutti quelli che potevano stare a contatto con la materia che più mi piaceva. Poi, dopo anni di assenza e mancanza di contatti per motivi vari, ci siamo finalmente incontrati, confrontati, supportati a vicenda nel piacere di scoprire gusti comuni, autori e maestri di riferimento, un sentire poetico molto consonante. Ci siamo letti e apprezzati. E in questo articolo, ho il piacere di presentare, ai lettori di Missione Poesia, la sua poetica, complessivamente incentrata su tematiche classiche, a volte metapoetica, frequentemente impregnata dei sentimenti e dei drammi che si affastellano nella mente del poeta-minatore (per dirla con Caproni) che dal suo scavo interiore impara a conoscere se stesso e gli altri… e il suo stile riconoscibile e piano, rassicurante con versi chiari e musicali che rispecchiano in pieno la liricità tipica dei nostri maggiori autori novecenteschi: da Pascoli a Caproni, da Saba a Montale, senza dimenticare Dante e Leopardi, ma anche tanti altri grandi maestri di cui Puccini ha affrontato i percorsi di significato e significante, in molti dei suoi saggi. Il libro di cui approfondiremo l’analisi è l’ultimo nato dalla penna del poeta: Il fondo e l’onda (Nomos Edizioni, 2016).

IL FONDO E L’ONDA

Ho letto molti dei libri di Davide Puccini, apprezzandone la valenza di saggista e narratore così come quella di poeta. In specie mi ha colpito del libro dal titolo Parole e musica del 2010 - imprescindibile la seconda per un buon lavoro di parola che sia anche poesia - la prima parte dove l’autore, in poesia, affronta un percorso esplicativo di cosa sia la poesia, di come si arrivi a comporla, di quali siano i suoi compiti e se ce ne siano, e di tutto ciò che – nel bene e nel male – ruota intorno a quest’arte. Tra i tanti testi, tutti estremamente emblematici, ce n’è uno che riepiloga in maniera perfetta il pensiero di molta parte della critica su uno dei temi cruciali del fare poesia, ovvero quello riconducibile all’uso dell’io poetico, del tu dialogico, del noi universale. Ebbene, sulla questione, sulla quale si sono spese - e si spendono tuttora - milioni di parole, Puccini si esprime in questi termini, quasi parodiando i sacri discorsi più o meno accademici, e rendendoci un pensiero che non risolve ma denuncia: Se il poeta scrivendo usa il plurale,/subito sembra grande, universale,/soprattutto se resta impersonale.//Se il poeta scrivendo usa il tu,/apre le porte al dialogo ed in più/di un vizio solitario fa virtù.//Se il poeta scrivendo usa oggettivo/riferimento a ciò che lo fa vivo, concentra tutto il mondo in aggettivo.//Se il poeta scrivendo usa l’io,/sembra che si confessi prono a Dio/e distingue con bontà il tuo dal mio.

Tra i lavori che apprezzo, anche in poesia, ci sono senz’altro quelli che si prodigano per il recupero e la conservazione della memoria, perché anche ciò che non si frequenta più non vada perso. Va in questa direzione Il fondo e l’onda di Davide Puccini, un lavoro omogeneo, ben strutturato e suddiviso in cinque capitoli: Debiti, Fra passato e presente, Giochi, Vicini, Amici, ognuno dei quali assembla pezzetti di storia che ricostruiscono ciò è più caro al poeta e che fa parte di una memoria collettiva, di un’epopea cittadina e generazionale della quale i protagonisti condividono tutto il cammino o parte di esso. Nasce così, dal fondo del mare, ricco forziere di saperi, la spinta propulsiva che grazie all’onda porta a galla ciò che più preme ricordare, rendere disponibile e alla portata di una lettura che potrà essere fatta da più voci.

Il libro si apre con la sezione Debiti nella quale si rende omaggio a tre autori che rappresentano un punto di riferimento per Puccini: Silvio Ramat, Gianni Rescigno, Elias Canetti. Per ognuno una similitudine temporale, un abbinamento emotivo e certo caratteriale, una licenza giustificata dalla conoscenza profonda dei temi trattati, per un risultato che evidenzia la capacità di ricostruire anche l’immagine interiore dell’autore preso in considerazione, così: per Ramat è il Carnevale con gli inganni delle maschere, per Rescigno è l’estate con il rosso dei papaveri da sfogliare, per Canetti è il tempo del gioco in cui la fantasia era regina.

Nel secondo capitolo dal titolo Fra passato e presente troviamo solo due testi: in entrambi si può dire riuscita la forza evocativa di Puccini che, attraverso l’immediatezza della sua parola poetica, è in grado di far rivivere al lettore l’intensità dell’esperienza stessa vissuta, rimasta impressa e indelebile. Un bicchiere di vino diventa l’occasione per parlare di crescita e adattamento, mutazioni e metamorfosi, ricerca di stabilità, equilibrio, mentre un osso di seppia (di montaliana memoria) è lo spunto per rivivere nella dimensione dell’infanzia un gioco di contatto con la natura, tra il mare e il sole, e la curiosità intellettuale della scoperta.

Giochi è la sezione centrale del libro . Leggere questi testi non può che far tornare indietro, all’età dell’infanzia, e non può che fare riflettere su ciò che il gioco rappresenta da sempre: l’espressione più vera della cultura, capace di adattarsi a ogni contesto sociale in cui si svolge, capace di far riscoprire la storia, le origini, il senso di appartenenza, di stimolare inventiva, curiosità, manualità, capace di far avvicinare il bambino all’adulto. Alcuni dei giochi descritti da Puccini - oggi in massima parte non più frequentati dai bambini – si effettuavano prevalentemente in strada, davano piacere nel consentire di far parte di un certo gruppo e nel provare a superare le difficoltà. Venivano trasmessi oralmente e per esperienza diretta, trasformandosi a volte a seconda degli ambienti. Ritroviamo così il gioco delle trottole, delle buchette, l’aquilone, il gioco del re dell’isola, del pallone, la sassaiola, la corsa… In ognuna di queste ricostruzioni di gioco, Puccini inserisce le dinamiche, le regole, le infrazioni, le esultanze per le vittorie e la tristezza per le sconfitte ma anche i paragoni con la vita e i suoi umori, le sue vicissitudini. La trottola è l’arma appuntita con cui torturarsi in attesa del suo giusto posizionamento; il gioco delle buchette segna la partecipazione dei più grandi che lo fanno solo per accaparrarsi le figurine, disdegnando in realtà il vero divertimento; l’aquilone è lo strumento che permette di sognare il volo e, se realizzato con le proprie mani, anche di dimostrare le proprie abilità; la sassaiola è la solita battaglia per la supremazia di un gruppo sull’altro ma l’abilità non sta nella forza bensì nella precisione del lancio, così come nella vita vince - alla fine - chi è più abile… Descrizioni perfette, visibili, immaginabili quelle del poeta che con grande abilità stilistica forgia resoconti elementari, pur nella complessità delle descrizioni. Qualità indubbiamente elevata di Puccini.

Vicini è un’altra sezione molto legata al filo dei ricordi quando si tessono le trame, filtrate dalla giusta necessità di conoscenza, delle vite che scorrono intorno alla nostra e del mistero comune che tutte le accomuna. Si tratta di una tematica cara al poeta, già affrontata in parte anche nel libro Gente di passaggio, e che in quest’ultimo lavoro – in una sorta di piccola Spoon River dagli andantini caproniani – quasi si fa più incisiva, andando a scandagliare anche l’interiorità dei personaggi e i risvolti sociali dell’epoca. Ecco che nel testo dedicato al calzolaio fa capolino l’idea di un socialismo legato alla cooperazione solidale, mentre nel testo sul fascista si riscontra l’ostinazione di restare legati a un ideale, se pur rivelatosi fallimentare - e questo vale per tutte le ideologie – e ancora nel testo sul crumiro si fa ammenda per un pregiudizio da sempre legato all’impossibilità di giudicare qualcuno, a prescindere dal proprio pensiero politico.

La sezione Amici chiude il libro di Puccini che, in continuità con i testi della precedente parte, in merito all’approfondimento dell’interiorità dell’essere umano, ripercorre le tappe delle amicizie giovanili indagando sui legami, sulle diversità, sulle armonie e sulle rivalità - le seconde sempre si celano anche nei rapporti all’apparenza più forti e sinceri -. L’indagine arriva fino al punto di restituirci un quadro molto netto e, sicuramente, per alcuni molto condivisibile, di quei rapporti che si creano tra l’infanzia e l’adolescenza con i coetanei: sono certo questi il primo specchio nel quale riflettere le vicende, che faranno da trampolino per i successivi fatti della vita. Anche qui l’abilità dell’autore sta nella sua capacità, già sottolineata, di rendere visibili e chiari i ragionamenti che, attraverso le immagini di fondo, costruiscono il testo poetico.
Lo stile piano, costellato di rime e assonanze, di similitudini e correlativi oggettivi, dove l’oggetto esprime spesso la consonanza col sentimento, ma anche fatto di rimandi alla nostra più alta tradizione lirica, fa di questo libro una sorta di piccolo scrigno, dove trovare racchiuso, non solo i ricordi dell’autore, ma l’universo tutto di una possibilità memoriale che vale la pena di conservare anche per le giovani generazioni, che sembrano non avere più un tempo immaginifico e giocoso, ma solo tecnologico e vorticoso e alle quali - senza retorica spicciola – il lavoro di Puccini potrebbe idealmente essere dedicato.

Qualche testo da: Il fondo e l’onda

LA MASCHERA

A Silvio Ramat,
in debito di un ricordo

L’odore lievemente soffocante
ma caldo e protettivo
di cartapesta incollata sul viso,
emerso da un verso all’improvviso,
mi riporta il sorriso dell’infanzia
(uno spicchio succoso
di tempo ritrovato):
dietro il saldo segreto
furtivo paravento
di pagliaccio pirata o befanìa,
lo scatenato gioco preparava
(il fiato era qualcosa di concreto,
un sapore gustoso appena salso)
il primo esperimento dell’inganno,
in precario equilibrio
fra immaginario e falso.

*****

OSSI DI SEPPIA

La forma sinuosa ed essenziale
di un grosso osso di seppia trascinato
dall’onda sull’accidentata sponda
dell’aperta marina,
che lo spietato sole estivo accende,
fa da accecante candida cartina
di tornasole, brilla a render vivo
come accaduto ieri
un ricordo d’infanzia che non duole
eppure si presenta
d’incerta sorte sotto vasta mole
di pallidi pensieri:
il primo tentativo di plasmare
quella materia monda e senza pecche,
forte e soda, compatta e consistente
ma porosa e cedevole, profonda,
incidendo con l’unghia o la puntina
affilata di povere asticciole,
di sfogare un istinto creativo
oscuro e insopprimibile
che avrebbe poi trovato,
soggetto meno puro ed elegante,
storte sillabe e secche di parole.
Le palline di vetro colorato!
Ritrovandone una in un cassetto,
ho riacquistato intero all’improvviso,
del tutto imprevedibile
e dunque più godibile,
uno squarcio del mondo dell’infanzia
ancora palpitante di emozione:
un oggetto perfetto trasparente
che permetteva di vedere petali
multicolori, misteriosamente
incastonati a spirale nel vuoto.
Comunque la girassi,
lo spettacolo era assicurato:
e la curiosità intellettuale
di sapere per mezzo di ragione
come fosse possibile il miracolo
nella concreta prassi,
si univa ad un piacere incomprensibile.

*****

CAVALLO E CAVALIERE

Quando il mare era calmo
ed eravamo stanchi di nuotare,
facevamo a cavallo e cavaliere:
si formavano coppie battagliere
e ciascuno doveva prontamente
salire a cavalcioni
sulle spalle dell’altro, il più robusto,
o meglio era il cavallo, come giusto,
che prendeva su in groppa il cavaliere
nuotando sotto fino a penetrare
fra le gambe dell’altro con la testa,
per poi rialzarsi aiutato dall’acqua
che toglie peso e regala la spinta.
Cominciava il torneo
a singolar tenzone e doppia grinta
ed ogni cavaliere
per avere la coppa
di un momentaneo applauso
doveva con scrolloni e trattenute
disarcionare l’altro:
il cavallo teneva il cavaliere
stretto alle cosce, mentre
a sua volta tentava
di rimanere in piedi
su un fondo tanto instabile
di ghiaie tondeggianti,
di sassi scivolosi o peggio aguzzi.
Dopo miracoli d’alto equilibrio
uno dei due cadeva malamente
sollevando una nuvola di spruzzi
ma per fortuna senza conseguenze
nel fresco abbraccio liquido e accogliente,
e chi restava in sella
si misurava con i vincitori
di un altro scontro fino a stabilire
disputando la bella
i campioni assoluti,
che per quel giorno andavano orgogliosi
di trionfo recente.

*****

IL CALZOLAIO

Fra i vicini di casa
(una cara bicocca ammodernata)
spiccava il calzolaio:
anche lui operaio come tutti,
aveva rinnovata, ormai in pensione,
la vecchia professione artigianale
per ricavarne mingherlini frutti.
Sul terrazzino della porta accanto
teneva desco, lèsina e trincetto,
e lavorava standosene al fresco
nelle belle giornate
in primavera o estate:
socialista di Nenni,
mi novellava delle lotte in fabbrica
e della creazione solidale
di una cooperativa
con lunga filastrocca e molti cenni
mentre leccava più volte lo spago
per infilarlo meglio
nella cruna dell’ago gigantesco
(un lampo scocca: rivedo all’improvviso
le labbra lustre nell’operazione
come la testa calva).
Con la sua viva vena del racconto
mi affascinava, ma mi respingeva
l’accumularsi di bianca saliva
agli angoli sottili della bocca.

Cinzia Demi
Bologna, dicembre 2016

*****

P.S.: “MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani.
Per scoprire i contributi già pubblicati:
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Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito cliccando sotto su “rispondere all’articolo” o scrivendo direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it


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