Altritaliani

Un popolo sovrano ed “ignorante”.

sabato 10 dicembre 2016 di Veleno

Francamente, dopo il voto del 4 dicembre, io qualche domanda sulla democrazia comincio a farmela, sperando di non destare scandalo. E’ vero sono un po’ stanco di questa retorica sulla sovranità e peggio sulla infallibilità del popolo, che emette sentenze a maggioranza. Del resto se si parla di crisi della democrazia sarà colpa certamente dei soggetti politici ma io tra questi ci metto anche la gente.

Mi faccio una domanda generale. Se in America vince Trump e la Gran Bretagna esce dall’Europa con un referendum e in Italia si blocca il rinnovamento con un altro referendum, qualcosa non va?

Ma per motivi di tempo e spazio mi limito all’Italia. Pertini diceva, credo riprendendo De Nicola, che la peggiore delle democrazie è superiore alla migliore delle dittature. Certo, certo, ma ai tempi di De Nicola e ancora in quelli di Pertini il popolo era protagonista, si infiammava per lo sport e la politica. Non c’era quartiere in cui non vi fossero sezioni e presidi di partiti e comitati. C’era gente che per un’idea moriva.

Oggi il popolo sovrano mi appare poco informato, stordito da una televisione (ci metto anche quella pubblica) che non ha interesse a coltivare ed informare il pubblico, ma a fare spettacolo, a cercare lo scandalo ad ogni costo, che si sofferma sulle smorfie di Renzi o di Grillo e non sulle loro proposte politiche. Si tende all’insulto, allo sberleffo in una diretta ore24, che finisce solo per sobillare animi, suscitare tifoserie calcistiche più che passioni politiche o peggio per anestetizzare ogni curiosità dei cittadini. Da anni si assiste ad una gara alla delegittimazione di tutto e tutti, di istituzioni, di politici, e poi della stampa ed informazione stessa, con una gara di negatività che porta inevitabilmente ad un racconto che non corrisponde più al reale. Il male è antico ma tende a cronicizzarsi sempre più.

Ricordo che ci fu un governo Prodi che cadde e un Berlusconi che vinse con la costruzione di una non verità sull’ordine pubblico. Si esacerbavano animi e paure dicendo di un paese in mano alla criminalità comune, privo di sicurezza, con rischi ovunque. In realtà tutte le statistiche provavano che la criminalità era in netta riduzione e che non vi era ragione di allarmismi.

Ma la realtà dei fatti fu cancellata dalla percezione dei cittadini i quali decisero che i fatti non erano la realtà e che viceversa la realtà era cio’ che si percepiva, compreso i pregiudizi. Eravamo agli albori di quella che lo scrittore Cristian Salmon ha definito, con felice neologismo, la post-verità.

Si ha voglia a dire che c’è nel voto del 4 dicembre qualcosa di razionale. La realtà è che come hanno dimostrato tutti gli studi dei flussi elettorali e referendari, il popolo sovrano ha totalmente ignorato il tema del referendum, che poteva costituire un’occasione positiva per migliorare le istituzioni e il funzionamento della nostra democrazia, scatenando una vera ordalia contro il governo e contro Renzi in particolare. Alla fine i renziani hanno fatto muro ma anche loro alla fine si sono messi a difesa del loro leader facendo coincidere il Si referendario al si alla sua leadership. Francamente una scelta irrazionale ed inconcludente, utile solo a suscitare ulteriori instabilità al Paese.

Per altro il tutto avviene partendo da una post-verità, ossia che la situazione dal 2011 ad oggi sia peggiorata, un po’ come avvenne a Prodi ai tempi della “sicurezza percepita”. Tutti gli indicatori economici e reali dimostrano che, pur permanendo pesante, la situazione italiana è migliorata. Con 600.000 posti lavoro in più negli ultimi due anni, con un 75% di occupazione a tempo indeterminato in più, la scuola si è sbloccata e, dopo quasi dieci anni, finalmente ci sono stati 65.000 nuovi posti frutto di un concorso pubblico (merce rara) nelle scuole. Nell’ultimo anno sono sorte 10.000 imprese agricole specie di giovani, le tasse si sono obbiettivamente ridotte e sono aumentati i diritti, per le lavoratrici madri, per le coppie omossessuali (con le unioni civili), per gli immigrati che con la legge sul caporalato hanno una difesa in più. Nel pubblico impiego €. 85,00 in più al mese sono stati salutati con piacere dagli stessi sindacati dopo che, da prima dell’arrivo di Monti, il contratto non aveva avuto più rinnovo. Sono solo alcuni esempi.

Si dirà, è poco, puo’ darsi, ma sono certo miglioramenti che non si erano avuti negli ultimi venti anni. Eppure, la percezione per molti è stata che Renzi era arrogante, che chissà cosa c’era sotto. Curiosamente si è parlato di ingerenze di banche, dimenticando che i provvedimenti governativi hanno salvato i correntisti più che le banche. Insomma, anche sotto questo profilo, volendo considerare il referendum su Renzi e non come realmente era, emerge una risposta popolare inconsapevole, irrazionale e frutto di pregiudizi. Carica di quei deleteri principi del benaltrismo, di uno scetticismo che non è utile a niente e a nessuno.

Certo, Renzi è antipatico perché diversamente dal suo predecessore Berlusconi, non avendo suoi interessi personali e patrimoniali da difendere, si è prefissato l’obbiettivo di riformare e cambiare il paese. Fare le riforme significa entrare nella carne viva dei problemi: tagliare privilegi, imporre regole e questo scuote l’endemico corporativismo italico, per il quale vige il velleitario e supremo principio del lavorare il meno possibile per guadagnare il più possibile.

Si è preferito un salto nel buio, ad una transizione democratica, come la ricorda anche il politologo Emidio Diodato, che sarebbe stata obbiettivamente utile al paese. Senza voler fare il verso a Renzi per dire di gufi e rosiconi, non si puo’ tacere che nel popolo sovrano e dispiace dirlo, specie tra i giovani, è mancata quella luce positiva, quell’istinto al cambiamento che come in questo caso era necessario.

Peraltro, come preconizzato da tutti. Il voto prossimo venturo, salvo sorprese sempre possibili, come ricordava Panebianco in un suo recente editoriale al Corriere, con qualunque legge elettorale vi sia (e anche i pasticci sono sempre possibili) dovrebbe favorire i populismi, quello di Salvini e specialmente quello grillino.

E i populismi, come ricordava, alla recente presentazione del libro di Emidio Diodato “Tecnocrati e migranti”, una gentile signora spagnola, non sono tutti uguali. Esiste populismo e populismo. Anche Podemos è populista, ma ha un suo radicamento, una sua storia costruita alla base con tanti comitati di lotta, nell’onda democratica degli “indignados”. Il fenomeno grillino quale storia ha? Il Vaffanculo day? Un blog gestito e diretto da una società, Casaleggio associati, che dirige in modo padronale il movimento? (sarebbe più onesto dire il partito). Un po’ poco.

Quella dei grillini è una storia essenzialmente mediatica e di opposizione ma che è in difficoltà ogni volta che deve proporsi per gestire e governare. Pertanto, il populismo nostrano si fonda sulle paure, gli umori, le tendenze, i sondaggi, tutte cose liquide che fluttuano a destra e sinistra senza coerenza nella sola effimera e non duratura caccia al consenso e nell’assoluta assenza di una visione del mondo o almeno dell’Italia.

Concludendo, possiamo dire che come tutti i sovrani anche il popolo puo’ sbagliare ed ha sbagliato, nell’arrestare un processo di rinnovamento della politica, nel far cadere un governo che ha fatto delle cose positive rimettendo il paese in moto, pur faticosamente, dopo due decenni di nulla. Ha sbagliato nel mettere il vento in poppa al populismo grillino e a quello lepenista di Salvini, nel ridare fiato alla vecchia politica dei D’Alema e Berlusconi, riportando la lancetta della storia italiana indietro di quasi trenta anni.

Ma la cosa più grave è che questo popolo non è più aduso alla politica, ha perso consapevolezza, si è reso ignorante, vive in una bolla negativa in un sistema che è retto da un solo partito credibile il PD contro il quale al netto del populismo non ci sono che forze bloccate e conservatrici ed in piena crisi d’identità.

Va ricostruita la fiducia nelle istituzioni (ma il fronte del no non è disponibile ad un governo di tutti), rendere più plausibile e meno spettacolare il racconto mediatico della nostra quotidianità, ridare fiato alla speranza. Altrimenti il pericolo reale è di ritornare nella nostra stagnazione con governi che non governano ed un economia che resta al palo.

Veleno


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