Altritaliani
Gli italiani all’estero votano

Alcune ragioni, pacate e di sinistra, in favore del No

sabato 19 novembre 2016 di Giuseppe A. Samonà

Una parte della sinistra è per il No alla riforma costituzionale su cui si voterà in Italia il 4 dicembre. Giuseppe A. Samonà riflette su alcune delle sue ragioni, dei suoi dubbi, dei suoi interrogativi, come anche su alcune delle caratteristiche del voto degli italiani residenti in Francia, in questo contributo che volentieri pubblichiamo a pochi giorni dal Referendum.

Gli italofili dell’Hexagone che abbiano cercato, fra dibattiti, radio, giornali e altri media locali, in francese come in italiano, di farsi una veloce opinione sul Referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, sono il più delle volte giunti alla conclusione che il Sì sia un’evidenza inscritta nelle cose e condivisa da tutti gli italiani ragionevoli, nonché di sinistra e progressisti, cioè sostanzialmente la grande maggioranza di quelli che vivono in Francia. In effetti – la frequenza con cui mi sono imbattutto in questo vero e proprio Leitmotiv è statisticamente rilevante – si tratterebbe di una riforma che nel merito difficilmente si può contestare, e le ragioni del No, per chi lo vota da sinistra, sarebbero dunque da cercare in una sorta di astioso, nostalgico istinto di sopravvivenza di una vecchia generazione ostile al cambiamento politico in Italia. Questo d’altronde è in linea con la campagna e le informazioni ufficiali in provenienza dall’Italia, orientate quasi esclusivamente verso il Sì (penso in ultimo alla famosa lettera di Renzi agli italiani all’estero), quasi che l’approvazione della riforma fosse una formalità da espletare per continuare ad andare avanti e rendere l’Italia più forte e credibile.

Ora, io voterò No, e come me lo faranno tanti altri connazionali di sinistra e progressisti, o meglio, termine con cui mi sento più a mio agio, libertari, in Italia e qui in Francia, e proprio per una questione di merito. Ho creduto opportuno usufruire della generosa ospitalità di Altritaliani per spiegare alcune delle mie ragioni, maturate dopo mesi di riflessioni, dubbi, letture, e molti scambi, soprattuto epistolari, con amici in Italia. Lo faccio con fatica, e non certo per alimentare la campagna elettorale: i suoi toni, da subito rissosi e irrispettosi per le ragioni dell’altro, nonché troppo spesso apocalitticamente megalomani e italocentrici (sembra a tratti che dall’esito di questo Referendum dipendano i destini dell’Italia e del mondo), e che per altro il più delle volte esulano da ciò di cui è questione (la riforma della Costituzione, appunto), mi hanno infatti portato a tenermene alla larga, a non andare al di là degli scambi privati, per votare poi in punta di piedi. Ma mi sono sentito in ultimo come obbligato a farlo, a spiegarmi pubblicamente, semplicemente per un bisogno, un dovere di giusta informazione e rappresentazione: perché queste ragioni, che con le varianti proprie di ciascuno caratterizzano tante persone ragionevoli a me vicine, sono soprattutto qui in Francia, e su questo stesso sito, sottorapresentate, o rappresentate in un modo che mi sembra ingiustamente caricaturale. Niente di definitivo, solo alcuni appunti aperti, in cui cerco soprattutto di riprendere il senso di questa discussione informale tra amici, cominciata da diversi mesi, e che per altro è ben lungi dall’essere conclusa.

Voterò No nel merito, dunque. Perché se troppi personaggi, troppe affermazioni, mi danno l’urticaria nel campo di Renzi (a cominciare da Renzi stesso), molti altri, molte altre, me la danno nel campo avverso, fra quelli che insomma voteranno come me – e non parlo tanto di Grillo e Berlusconi, o Salvini, la cui estraneità al mio modo di pensare non merita neanche di essere menzionata, ma di molti cosiddetti “amici”, irrigiditi in un neostalinismo ideologico dal quale mi sento profondamente lontano. Insomma, se dovessi decidermi in base agli schieramenti, invece che al merito, non andrei neanche a votare; lo stesso vale per le profezie di sciagura, di cui van forti esponenti dell’uno quanto dell’altro campo, e che sono in realtà poco verificabili (e se Renzi resta onnipotentizzato al potere? e se cade e al suo posto arrivano Berlusconi e Salvini, o Grillo?): o meglio, sono tutte fondatissime, tutte inquietanti, e quindi in certo senso, si annullano fra di loro. La sciagura dell’Italia non è la forma in cui si articola e si muove la sua classe politica, ma la sua sostanza, cioè la classe politica stessa (e qui ci sarebbe una complessa riflessione da fare su chi e come la vota): quella che fa sì che l’opposizione al populismo democristiano di Renzi veda da un lato il populismo parafascista di Salvini (che oramai più di Berlusconi si propone come capo della destra dura), dall’altro quello anomalo di Grillo (per un verso paranoico complottista e spesso un po’ fascista, almeno nella retorica, anch’esso; per l’altro, diciamolo, espressione di istanze proprie della sinistra, e che la sinistra ufficiale non esprime più da tempo). Il resto – almeno a livello istituzionale – manca. La paurosa assenza di alternative in Italia è nelle cose, e non sarà un Sì o un No a modificarla. (Nota bene, di chi scrive dalla Francia. Se Atene piange, Sparta non ride: ma l’incapacità dell’Italia ad esprimere una classe politica, la sua difficoltà di separarla da corrruzione e criminalità, endemiche nel paese, ha radici originali, più antiche, prescinde in certo senso da quel che sta avvenendo in questa Europa in via di decomposizione e populistizzazione, se non vera e propra fascistizzazione, cui ovviamente partecipa, influenzante e influenzata, anche l’Italia.)

Resta dunque, per decidere, proprio il merito. Il fatto è, innanzitutto, che attraverso la selva di cifre, argomenti, spauracchi, addotti da chi sostiene le ragioni del Si al Referendum costituzionale, e chi quelle del No, le seconde mi convincono più delle prime. Nella stessa prospettiva, Zagrebelsky, Parlato, Settis, Castellina, Rodotà, Canfora, persino Reichlin (Alfredo), Cacciari, che però quasi per fare un dispetto a se stesso dichiara poi incomprensibilmente che voterà Sì (o forse è per fare cucù a Scalfari il quale sembra accarezzare quasi tutti gli argomenti del Sì, per poi misteriosamente affermare che voterà No, e magari all’ultimo finirà per dichiararsi per il Sì...), per ricordare qualche esempio, delineano un’Italia più aperta, più innovativa, più libera di quella disegnata e difesa da Renzi e Benigni, tanto per citare un’acquisizione di grido nel campo del Sì. Questo non perché la Costituzione italiana sia la più bella del mondo come cantava, quando andava più di moda, quel melenso menestrello del potere che si è da tempo appunto fatto Benigni, ma semplicemente perché è ben più solida e nuova della nuova, la “riformata”, con cui in realtà si cerca di far passare alcune formule vecchie, e inquietanti. Fra gli argomenti a sua difesa, sono in primo luogo quelli culturali, umanistici, storici, prima ancora che politici, e tecnici, che mi hanno fatto capire che non potevo che votare No. Intendiamoci: so di diversi amici, intelligenze vive e ottime persone, per esempio Pietro Reichlin (che delicata, quasi struggente immagine dell’Italia, e del nobile sentimento di rispetto, questa opposizione che mette di fronte genitori e figli), o ancora l’ingiustamente vituperata Emma Bonino, che voteranno Sì, e sicuramente altre eccellenti persone lo faranno – ma attraverso questa spaccatura semplificatoria (voluta da chi, non eletto e forte di un parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale, e per di più senza largo consenso, ha immaginato questa riforma della Costituzione invasiva, globale: ce n’era veramente bisogno, adesso? in questo modo?), attraverso questa spaccatura, dicevo, si esprimono tuttavia due culture: nell’ascoltare il dibattito tra l’euforico e fumoso Renzi e il pacato, persino sonnolento Zagrebelsky, ho avuto l’impressione di vedere più che due Italie, due pianeti l’un contro l’altro armato, anche se poi individualmente alcune persone si ritroveranno, per calcolo, pancia o paura (sono ahimé le motivazioni preponderanti in questo referendum), o anche (per fortuna) per convinzione, a scegliere un campo, pur sentendosi culturalmente più affini all’altro, o ad alcune delle sue ragioni; e di fatto due o tre fra i miei più cari amici concordano con la mia analisi, con la mia idea di società, persino con l’idiosincrasia per l’iperattivismo blairiano di Renzi, e ciò li porta a votare... Sì: curioso paese che è l’Italia ...

Ma questa diversità esiste. Sono diverse in Italia, queste due culture, non come la nuova e la vecchia (come se questi due aggettivi, in sé, garantissero della bontà o meno di una cosa), ma come due modi di intendere la politica e, mi verrebbe da dire, lo spazio e il tempo, la vita. Renzi ha fretta, vuole andare sempre più veloce, perché il tempo è prodotto, risultato, distanza percorsa, denaro, e più veloci si va prima e meglio si arriva; da qui, il culto dei giovani da opporre ai vecchi, e del nuovo, il suo nuovo. Ora a me i giovani piacciono, non meno in ogni caso di quanto mi piacciano i vecchi, che poveracci, anche loro han diritto di esistere (van però, ahiloro, meno di moda), ma non mi piace appunto, quanto ai “giovani” (verrebbe voglia di scriverlo con due o tre g), il loro eroico culto; e il “nuovo” di Renzi mi puzza, come troppo spesso succede in Italia, di vecchio e stravecchio: l’immarcescibile Democrazia Cristiana, che il giovane presidente del consiglio è riuscito nel miracolo di riportare in vita – aveva ragione Pintor quando diceva che moriremo democristiani, altro che rifondazione della sinistra... È l’ennesima conferma del geniale adagio lampedusiano: Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.

Per capire quale sia il sapore di questo nuovo, del resto, basta leggere lo spirito di certi slogan pro Sì: Vuoi diminuire i politici? allora vota Sì... che in modo triste, inquietante cavalca l’onda della qualunquistica diffidenza verso la politica, che fa di questa la fonte dei problemi sociali, e non lo strumento con cui si dovrebbe tentare di risolverli: fatevi gli affari vostri, insomma, che della politica, che è cosa putrida, ci occupiamo noi; o anche, con Berlusconi (che è il vero padre di questo progetto, anche se poi per certi famosi calcoli d’interesse ha deciso di votare No...), presto, presto, dobbiamo decidere, fare (il verbo mantra di Renzi), non possiamo perdere tempo con quell’impaccio che è la democrazia (questo ovviamente Renzi non lo dice, e probabilmente – spero – neanche lo pensa: ma l’ossessione della governabilità – altro mantra – a tutti i costi punta prima o poi in tale direzione)... Non è osceno? Del resto, non credo affatto che i problemi dell’Italia, delle sue lentezze, della sua insana burocrazia, della corruzione, della forza delle organizzazioni criminali e delle loro infiltrazioni nella società, della mala politica insomma (perché la politica vera, l’impegno, dovrebbero essere una cosa buona, nobile), dipendano dal suo sistema costituzionale: e mi sembra un errore ricorrente, e pericoloso, il ritenere che la modificazione di alcune forme possa modificare la sostanza di un corpo politico malato, mentre è da lì, dalla malattia, che bisognerebbe partire, più che dalla forma, dalla Costituzione – la quale certo, nessuno lo nega, è migliorabile, rivedibile : per esempio, si troverebbe un ampio consenso su una revisione del titolo V, o ancora sull’abolizione del Cnel, o sulla riduzione dei costi della politica (ma c’era bisogno di una riforma costituzionale per farlo?). Del resto, personalmente, come tanti altri di coloro che voteranno No, non sono aprioristicamente contrario al superamento del bicameralismo perfetto, e neanche all’abolizione pura e semplice del Senato, qualora ciò fosse corredato di una Camera fortemente rappresentativa, dentro un equilibrato bilanciamento di poteri, nel senso di una vera democrazia, di un regime autenticamente parlamentare. La Costituzione insomma è migliorabile, o se vogliamo persino da migliorare (per quanto io ritenga che tale "miglioramento" non sia tra i problemi più urgenti dell’Italia): non tuttavia in questo modo devastante, imperfetto e pasticciato, e aggiungerei tendenzioso, figlio di quella cultura della fretta, della velocità, dell’insofferenza all’impaccio di cui ho appena detto. Il paradosso della vita – penso a quando si impara una lingua, si suona uno strumento, si esegue un passo di tango – è infatti che per procedere veloci si deve andare lentamente: se ci si affretta nel cammino, nel migliore dei casi ci si perde per strada, nel peggiore si arriva nel posto sbagliato.

(Precisazione importante, per meglio intendere quel che precede: il “merito” di una proposta non è un qualcosa che possa considerarsi in assoluto, separatamente dal progetto globale in cui si inscrive, dal momento storico in cui nasce, come dalla filosofia, dalla cultura politica di coloro che la concepiscono e la difendono.)

E dalla cultura sono arrivato al cuore di questa riforma: la (mancata) abolizione del Senato, per creare al suo posto questo nuovo, misterioso Senato, dai poteri non chiaramente definiti, e composto essenzialmente di membri delle amministrazioni locali che saranno nominati con modalità ancora oscure, e che comunque verranno sottratti all’elezione diretta dei cittadini, ma continueranno a godere d’importanti privilegi propri della carica (non ultima, l’immunità parlementare), senza parlare della loro mancanza di competenza per la funzione, della sovrapposizione di mandati cui saranno sottoposti, della difficoltà di separare i privilegi relativi al loro incarico senatoriale dal resto della loro attività pubblica, etc. Un pasticcio giuridico appunto, che rischia di complicare ancora di più l’iter parlamentare, invece che facilitarlo. Nella prospettiva più ambiziosa di chi l’ha concepito, poi, va nel senso di un’idea forte, che sarà realizzata pienamente se funziona il cosidetto combinato disposto: che il parlamento diventi, con il celebre la sera delle elezioni si deve sapere chi governerà, un organo del governo, che per cinque anni sarà libero di fare e disfare, senza un equilibrato sistema di contropoteri, e con l’opposizione ridotta all’angolo. A parte il fatto che non è la mia idea di democrazia, con le forze politiche di cui l’Italia dispone oggi c’è da tremare. Alcuni amici dicono che con l’Italicum alle legislative non si voterà mai. Io non ho questa certezza, e constato che si è oramai alle porte del 4 dicembre, e di cambiare la legge non se ne parla: perché non può costituire reale garanzia di cambiamento un accordo fumoso di una paginetta, senza nessuna scadenza, nessun impegno preciso. Insomma ho il forte timore che se alla fine la legge verrà cambiata, si tratterà di un cambiamento di facciata, soprattutto se il Sì otterrà la vittoria. Con un aumento degli effetti devastanti per la democrazia. (Voglia di maggioritario e di presidenzialismo: è sotto gli occhi di tutti cosa succede in Francia, con il partito di Marine Le Pen in testa nei sondaggi, e con il rischio di trovarsi a dover scegliere fra lei e Sarkozy, il che sta portando tanti amici di sinistra a votare per Alain Juppé alle primarie della destra... L’entusiasmo di diversi osservatori italiani, non ultimo Alberto Toscano, presidente del Club della stampa europea di Parigi, per il modello francese [1] mi sembra sinceramente incomprensibile.)

Non l’ho ancora menzionato, ma non è di ultima importanza: quel che precede si nutre, soprattutto, della lettura più attenta possibile della riforma (perché in realtà, non è su questa che dovremmo soprattutto votare?), che ho finito con il fare in toto per dissipare alcuni dubbi, sorti essenzialmente di fronte alle formulazioni opposte di un identico punto fatte dai differenti interpreti, e molto écoeuré di un dibattito ufficiale che ho trovato via via più avvilente e ricattatorio (oramai si cominciano ad utilizzare persino le recenti calamità naturali per decidere la gente a votare in un modo o nell’altro).

Fra gli argomenti esterni al “merito”, quello che ho trovato più rivoltante e mistificatorio, e di gran voga qui in Francia, è l’equiparazione, ora esplicita ora subliminale, di questo voto sulla riforma della Costituzione a quello sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa. Così, l’onnipresente campagna per il Sì, amplificando a mio avviso irresponsabilmente le peggiori posizioni del più che eterogeneo fronte del No, e facendo passare l’interpretazione delle cose per le cose stesse, ha facilitato questo pericoloso spostamento: l’Europa ci guarda. [2].., e non sono pochi gli studenti o gli amici qui a Parigi che mi han questionato, intimoriti, sul nuovo terremoto, simile alla Brexit, che rappresenterebbe la vittoria del No. Com’è possibile che si sia arrivati a tali eccessi di propaganda? No (scusate la ripetizione), non ha niente a che vedere con la Brexit il No a questa riforma, quello mio e di tanti amici, e quello soprattutto di chi per primo, e da sempre, si è battuto per la difesa della libertà e della Costituzione, dall’Anpi alla Cgil, a diverse altre associazioni, a giuristi e costituzionalisti, etc. Non ha niente a che vedere con la Brexit innanzitutto perché, a differenza di quella, che interveniva in una questione che concerneva l’assetto dell’Europa, questo No interviene in una questione di assetto politico interno e che concerne esclusivamente l’Italia. E poi, ed è fondamentale, perché la Costituzione italiana, che il No vuole difendere, è esplicitamente orientata verso l’Europa, e non è un caso che sia proprio fondandosi sui suoi principi che l’Italia ha potuto essere fra i primi paesi a spingere per la caduta e l’allargamento delle frontiere. A meno di non stravolgere definitivamente il senso di questo Referendum – il che purtroppo si tenta di fare da più parti – non si vede perché l’Europa, o quel che rimane del suo autentico progetto (non era certo questa Europa, sempre più dominata dal profitto e dalle ineguaglianze, che sognavano Spinelli e gli altri redattori del Manifesto di Ventotene...), dovrebbe esser terremotata da una vittoria del No.

Ecco insomma perché, senza entusiamo, e non senza difficoltà e pena, per via dell’atmosfera che si è creata, ma con serena convinzione, mi accingo a votare No, imponendomi la concentrazione, come dicevo, sul merito – con la stessa convinzione mi rifiuto di stigmatizzare, o persino disapprovare chi, ispirandosi alla mia stessa tormentata mancanza d’entusiasmo, sceglierà, ha scelto in modo diverso. Certo, agli effetti di “timore”, cui pur dico che non si dovrebbe cedere, non sono completamente immune; né sono ignaro che gli stravolgimenti, appena menzionati, hanno infiltrato tutto il dibattito, e sono purtroppo ben reali, determinando un importante rischio di deriva autoritaria nel dopo elezioni, o comunque di avvelenato caos. Ma ritengo che il rischio concerna la vittoria del Sì come quella del No, sia insomma indipendente dal risultato del voto: è insito nella situazione di viscerale, dolorosa lacerazione che il tentativo di imporre questa riforma ha determinato nel paese, e chiunque vinca ci vorrà pazienza, intelligenza, buon senso per riuscire a venirne fuori, senza inabissarsi. In tale direzione, se trasgredisco provvisoriamente la mia consegna di concentrarmi sul merito, e considero le possibili conseguenze del poi, lo scenario di vittoria del No, con il mantenimento della Costituzione, insieme a una spinta reale a rifare una legge elettorale più equa, mi sembra più rassicurante. Renzi resterebbe, o comunque potrebbe restare al suo posto, solo un po’ più a freno nei suoi intenti fagocitanti. E il giorno sciagurato in cui Salvini, o magari Grillo, dovessero vincere le elezioni, quel che resta dell’opposizione ragionevole avrebbe ancora qualche spazio in cui muoversi per svegliare, organizzare le coscienze.

Post-Trump. Ho pensato queste cose prima che l’incubo americano si materializzasse, ed entrasse nella campagna elettorale italiana, tirandosi dietro un’altra pioggia di analisi e contro-analisi, ed anch’esso diventando uno strumento di agitazione e paura. Non dovrebbe, anche se l’inquietudine è ovviamente più che legittima: ci stiamo inoltrando, anzi è oramai chiaro che ci siamo in realtà già inoltrati da tempo, in un mondo sconosciuto i cui contorni, le cui prospettive non sono chiare, ma sembrano tutt’altro che luminose. Il senso di quel che ho scritto resta immutato, con tre piccole riflessioni aggiuntive.

Ammissione di incertezza: da tempo non riesco più a collocare esattamente il M5S. Grillo, non credo ci sia bisogno di ricordarlo, è molto lontano dal mio modo di pensare il mondo, e trovo che la cultura del “vaffa” contenga in sé pericolosi germi di fascismo: ma equipararlo a Trump, come fa Scalfari, o a Marine Le Pen, e ad altri populismi strutturalmente fascisti mi sembra insensato, se non in mala fede; così come mi sembra disonesto discreditare sistematicamente il M5S e deformare grottescamente le sue posizioni, come principalmente fa Repubblica, insieme ad altri quotidiani. Il M5S poi nei mesi passati ha sì dimostrato spesso incompetenza disarmante o assunto posizioni contraddittorie, o pessime, persino vergognose (sulle unioni civili, ad esempio); ma a volte, soprattutto per l’impegno di alcuni deputati e cittadini, si è anche battuto per promuovere o difendere iniziative giuste (ricordate Rodotà?), o per impedire l’approvazione o l’esecuzione di alcune misure inique, liberticide. E nel suo programma, insieme ad alcuni punti che fanno sudare freddo (la democrazia diretta, attraverso la Rete, ad esempio), ce ne sono altri, come il reddito di cittadinanza, o la decrescita, o ancora l’uso delle energie alternative, che fanno parte del patrimonio di chi, a sinistra, cerca di cambiare le cose. Non muta la mia diffidenza, la mia distanza – ma non posso non riconoscere questi elementi positivi, come il fatto (positivissimo) che se in Italia non ci fosse il M5S, Salvini sarebbe oggi al 60 per cento. Il M5S insomma è una realtà complessa, con dentro persone e istanze che vanno ascoltate, proprio se si vuole evitare che imbocchino la strada peggiore. Chi veramente vuole un’Italia e un’Europa più libere, non ne può, credo, prescindere. Non ci si può limitare a liquidare con l’accusa di populista chiunque cerchi di dar voce a chi nella società non ne ha più, o non ne ha mai avuta.

Da molti anni, io per primo (e mi accingo – forse? Qui in Francia si discute e ci si strappano i capelli, in piena confusione – a fare lo stesso per le elezioni francesi), ho optato, insieme a tanti amici, per il “male minore”, per evitare il peggio. Solo che sempre più ci si rende conto che poi il peggio ribussa alla porta poco dopo, anche più forte, ancora più agguerrito, sino a quando la diga si rompe; il “male minore" dunque diventa inutile, se non controproducente quando l’acqua si è fatta troppo alta. Insomma, chi a sinistra voterà Sì solo perché il PD di Renzi è (senz’altro!) meglio della destra di Salvini e (ma non ne sono sempre sicuro) del M5S, commette a mio avviso un errore di valutazione, e rischia poi di ritrovarsi lo stesso Salvini, magari spinto vicino a Grillo, e per giunta avendogli abbandonato in tutta la sua potenza il malessere, la rabbia, la protesta sociale.

Perché questa sofferenza, questa protesta – di fronte a un capitalismo senza più limiti che avvelena il mondo, generando miseria, alienazione, e diseguaglianze sempre più patenti – esiste, in Italia e attraverso il mondo, e qualcuno a sinistra dovrà pur provare ad avvicinarle, interpetarle, guidarle. Altrimenti, al suo posto, lo farà, lo sta già facendo da qualche anno in diverse parti del pianeta, una destra sempre più xenofoba, razzista, nazionalista, fascista.

E quando, in un contesto nazionale e internazionale così inquietante, oscuro, sento ripetere (evoco un altro Leitmotiv della campagna per il Sì, almeno qui in Francia) che oramai non c’è più bisogno del sistema di contro-poteri forte, che era stato necessario istituire nell’immediato dopoguerra di fronte al pericolo di un risorgere del fascismo, perché le nostre democrazie sono oramai solide e mature, non riesco a credere alle mie orecchie, e mi sento ulteriormente confortato nella mia decisione di votare No.

Giuseppe A. Samonà


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