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Referendum costituzionale: La vera riforma sarebbe quella della politica.

martedì 15 novembre 2016 di Lino Scarnera

Più che le istituzioni della politica il vero oggetto del cambiamento dovrebbero essere i modi e i contenuti della politica. Volentieri pubblichiamo questa riflessione di Lino Scarnera a pochi giorni dal voto referendario. Esiste una confusione tra le intenzioni della politica e le sue istituzioni, una confusione che rende sempre più netta la contraddizione tra i livelli dell’azione politica e le sue procedure.

La politica, da Socrate in poi, è lo strumento attraverso cui lo Stato cerca di migliorare la vita dei cittadini (solo i cittadini, secondo l’opinione espressa da Socrate nel suo Dialogo con Gorgia).

L’Istituzione politica, invece, è l’apparato che rende possibile tale attività, ed è costituita sia da edifici ed organizzazioni preposte alla fornitura di vari servizi, che dalla normativa che regola il loro funzionamento.

Vale a dire che, mentre la politica può variare a seconda delle contingenze e delle differenti connotazioni attribuite al concetto di “miglioramento”, l’istituzione politica deve rimanere invariante, perlomeno relativamente, proprio perché deve rendere possibile le variazioni delle politiche di volta in volta attuate, senza compromettere la possibilità che ciò accada.

Vale a dire anche che non sarebbe possibile alcuna politica senza un apparato istituzionale che la regoli: la vita, infatti, continua anche a dispetto di ogni cambiamento. Per tale motivo l’apparato istituzionale è fondamentale in ogni nazione, ed è necessario dedicare molta cura alla sua progettazione, realizzazione e manutenzione.

Nelle democrazie, il corpus centrale dell’apparato istituzionale è rappresentato dalla Costituzione, che rappresenta il sistema di principi e di norme che regola ogni altro apparato, legge o regolamento presente all’interno della nazione di riferimento, pubblico o privato che sia. Vale a dire che ogni azione che interessi la costituzione deve necessariamente essere espressione di una visione che rappresenti almeno la maggior parte dei cittadini, e che consenta alla stessa di identificarsi in essa: diversamente, infatti, il risultato sarebbe una democrazia caotica o una dittatura. Ciò significa che la politica e l’istituzione politica si situano su livelli logici differenti, quindi sono soggette a differenti modalità di azione e di cambiamento: azioni o cambiamenti che interessano un livello possono (e devono) realizzarsi senza influenzare quelli dell’altro.

Vale a dire che, in caso di confusione dei livelli, non è possibile né gestire né confrontarsi sulle caratteristiche dell’uno o l’altro dei livelli, con conseguenze pesanti sulle relazioni sia politiche che istituzionali.

In questo periodo in Italia si sta discutendo di cambiamenti alla Costituzione.

Tali cambiamenti sono stati proposti dal Governo e deliberati dal Parlamento, con maggioranza governativa: questa è una prima confusione di livello. Il Governo ha compiuto tale azione su mandato del Presidente della Repubblica allora in carica, Napolitano, e questa è stata un’altra confusione di livello. Un’ulteriore confusione è rappresentata dalla credenza, proposta come piattaforma politica, secondo la quale l’approvazione di una riforma costituzionale incide sul successo delle politiche (ciò può anche accadere, sempre a causa della confusione tra i livelli).

Un’altra è data dall’esprimere parere contrario ad una proposta di modifica dell’apparato istituzionale per danneggiare le politiche in atto.
Un’altra ancora è costituita dall’esprimere consenso ad una proposta di cambiamento dell’assetto istituzionale per continuare ad attuare determinate politiche.

Nelle condizioni attuali, al referendum del 4 dicembre 2016 gli Italiani, mentre si esprimeranno formalmente con un solo “Sì” od un solo “No”, rappresenteranno sostanzialmente numerosi e differenti sia ”Sì” che “No”. Non si tratta purtroppo, di una sofisticata e marginale distinzione, incapace, in definitiva, di incidere sul risultato: la comunicazione, su cui è basata ogni campagna politica o istituzionale, infatti, costruisce dei feedback che influiscono pesantemente sulle relazioni intessute attraverso la stessa comunicazione, pertanto, quando la comunicazione non distingue tra livelli, non può identificare chiaramente il suo oggetto, sposandosi facilmente da un livello all’altro e rendendo impossibile lo strutturarsi di relazioni chiare e stabili, che rappresentino un presidio di sicurezza per l’attività politica di ogni cittadino, quindi la tutela del suo diritto ad avere ed esprimere le sue opinioni, beneficiando di ogni servizio che lo Stato e la Comunità mettono a disposizione.

Per tale motivo, il presidente del consiglio attualmente in carica, Matteo Renzi, annunzia le sue dimissioni in caso di sconfitta del “Sì” al referendum, forte della sua navigata confusione dei livelli.

La confusione tra livelli logici che purtroppo si registra in questo periodo avrà quindi effetti significativi sul risultato del referendum, qualunque esso sia, ovvero soprattutto sulle relazioni politiche che i cittadini intessono quotidianamente, oltre che sulle decisioni che saranno prese sulle modifiche da apportarsi all’apparato istituzionale, in maniera congruente al risultato del referendum: in caso di vittoria del “Sì” saranno attuati i cambiamenti previsti dalle modifiche proposte (tuttavia non c’è da esserne certi), mentre in caso contrario potranno esserci o meno cambiamenti, a seconda di come si organizzano i differenti “No” che hanno contribuito alla vittoria. Tale effetti sono già visibili ed identificabili nei contenuti della comunicazione messa in atto dai vari esponenti politici, a prescindere dal livello, nazionale, regionale o comunale a cui afferiscono.

Infatti, anche nelle piccole città si registrano differenti “No” e “Sì”. Le prime differenze sono facilmente spiegabili, sia tramite differenti visioni sull’apparato istituzionale, da modificare in differenti forme o da lasciare così com’è, che tramite differenze strutturali di costituzione dei movimenti di afferenza, che possono avere o meno una radice autistica, che, com’è noto, impedisce qualsiasi confronto, se non contaminazione, con gli altri. Quindi, anche nelle piccole città, è conforme alle aspettative la presenza di differenti organizzazioni che fanno campagna per il “No”, di cui almeno una ignora, o non collabora, con le altre (quella del M5S). Le seconde, invece, sono più enigmatiche: esse, infatti, non dovrebbero esistere, essendo il “Sì” emanazione della compagine governativa. E non sarebbe, inoltre, neanche conforme alle aspettative registrare la presenza di due differenti comitati per il “Sì”, emanazione dello stesso partito (ad esempio, il PD), di cui uno associa materiale propagandistico referendario a materiale propagandistico delle politiche comunali, creando confusione dei livelli, e l’altro agisce, sempre a causa della confusione tra livelli, una separazione che non dovrebbe esistere, trattandosi di propaganda per il “Sì” al medesimo referendum (si tratta di un fatto realmente accaduto).

Stando così le cose, sembra quindi che, a prescindere dal risultato del referendum, la malattia che ha colpito la politica italiana, da decenni a questa parte, non sarà curata, e che permarrà.

Ciò che andrebbe veramente riformato, infatti, è la Politica, non la Costituzione.

Lino Scarnera


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