Altritaliani

Quadri da un terremoto. Da Reggio di Calabria.

lunedì 29 agosto 2016 di Carmelina Sicari

L’emozione è forte, fortissima, tremenda. A Reggio e Messina si rivive l’atmosfera ormai dei ricordi lontani, tramandati ma reali, quelli di un’alba atroce del dicembre 1908.

Non c’è famiglia che non abbia racconti, episodi precisi della violenza della natura che si traducono in quadri.

Quello dello Stretto reso arido dal mare che si ritira tanto che una nave all’ancora resta all’asciutto.
Il maremoto seguito al terremoto!
Poi il mare gigantesco, vero leviatano, si abbatte con un’onda altissima per chilometri sulla spiaggia, sul lungomare fino ad inghiottire tutto.
Scena biblica da passaggio del Mar Rosso.

Il vero coraggio non è stato quello di costruire la città nello stesso luogo, ma le case vicino al mare.
I più bei palazzi sulla Via marina. Le famiglie bene di Reggio fecero a gara per abbellirli. Stile floreale secondo il gusto dell’epoca.

Secondo quadro.
Dalle rovine emergono pezzi della città greca e romana, necropoli, statue. Una sorta di resurrezione.
Risorge la Reggio dei greci, quella romana e di nuovo nella ricostruzione si disputò a lungo se farne un sito archeologico come Pompei o ricoprire il tutto. Questa fu la soluzione che prevalse.

Terzo quadro.
I centomila morti tra Reggio e Messina suscitano come ora una tale commozione che l’Italia migliore desidera andare giù.
Lo desidera Clemente Rebora, il poeta della “Voce”, che ha una seconda via, un’altra uscita di sicurezza, farsi prete ed opta per quest’ultima.
Lo desidera don Orione che prete lo è e che scende giù e lascia di se’ memoria imperitura per l’altezza della sua carità. Dorme, dopo un viaggio avventuroso, in un casolare accanto ad un muto compagno. All’alba si accorge che è morto poiché i morti tardono ad essere sepolti per mancanza di soccorritori e per l’enorme quantità della strage. E poi raccoglie gli orfani tra ostacoli di ogni genere suscitati dall’invidia su una nave per poi fondare quella che fu chiamata l’opera della Divina Provvidenza o anche la Collina degli angeli.

Le case costruite a ridosso di tale tragedia resistono ancora certo di più di quelle di epoche più recenti.
La lezione non è stata appresa. Non c’è nessuna opera di prevenzione, nessun serio piano ed invano i geologi specie in occasione del centenario, hanno ricordato l’estremo pericolo.
Tutto si ripete.
La città emerse nell’immediato bella del suo liberty, ma presto dimenticò l’immane tragedia e si abbandonò agli scempi del paesaggio e della storia.
La virtù ritrovata e subito perduta.

Che questo non accada agli amici della nuova tragedia e che per loro la vigilanza duri a lungo
È l’augurio più solidale che possiamo fare.

Carmelina Sicari


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