Altritaliani
Oltre la polvere

Stefano D’Arrigo. Un’orca nel mare della vita.

martedì 12 luglio 2016 di Gaetanina Sicari Ruffo

L’“Orcynus Orca”, un romanzo epico e lirico di Stefano D’Arrigo, del 1975, che rischia l’oblio e che merita di essere ricordato.

Quanto somigliano le difficoltà che incontriamo oggi nella vita all’Orca del romanzo del siciliano Stefano D’Arrigo? Un’opera di grandioso respiro, definito dalla critica ’postmoderno’. Un difficile eloquio e una fantasia, che sono preludio alla morte.

L’Orcynus Orca, romanzo iniziato intorno agli anni ’50, ebbe una lunga gestazione soprattutto per lo sperimentalismo linguistico che lo distinse e fu salutato, intorno agli anni ’60, in anteprima con due capitoli sul “Menabò”, da Vittorini e Calvino, come un capolavoro della narrativa moderna di grande potenziale mitico e simbolico con il primitivo titolo “I giorni della fera”.

Ma già in precedenza aveva attirato l’attenzione degli addetti ai lavori con un premio all’editore dalla Fondazione Cino del Duca, la cui giuria era costituita da E. Montale, E. Vittorini e C. Zavattini. Poi la pubblicazione sorprese per il contenuto e fece discutere la sua lunghezza di più di mille pagine.

Narra il viaggio sui mari di “Scill’e Cariddi”di ’Ndria (Andrea) Cambria che cerca con alcuni compagni di tornare a casa, dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, dalla base di Napoli, dove il suo esercito era stato dislocato e, dopo che quest’ultimo si era sbandato, in Sicilia dove c’era la sua casa. Tutto avviene nell’arco di tempo di cinque giorni, dal 4 all’8 ottobre del 1943. È la storia d’un itinerario che non è magico, bensì intricato e complesso per la confusione che caratterizzò la fine della guerra per la miseria, la fame e la mancanza di mezzi di trasporto.

La narrazione incomincia con un incubo per poi divenire dramma.

Doveva essere una rappresentazione del mare Mediterraneo, all’altezza dello Stretto di Messina, lungo la costa calabra, ma diviene, man mano che si snoda, un labirinto di storie emblematiche dei costumi e delle tradizioni conclamate di quelle terre e del caos del dopoguerra.

Il protagonista, quasi sulle orme di Ulisse, non più Ulisse eroe, ma smarrito ramingo, oggetto di inganni e cupidigie, giunge nella terra delle femminote e chiede che esse lo aiutino ad attraversare lo Stretto, ma queste non hanno più nulla dell’antica magia. Tuttavia una, che nel nome evoca la mitica maga dai tenebrosi incantesimi, Ciccina Circè, lo accoglie nella sua barca ed al suono di una campanella si fa aiutare dalle fere (delfini) che popolano lo stretto per giungere alla meta: Cariddi, il paese di ’Ndria.

Qui tutto è stravolto. Le coste sono disseminate delle ossa biancheggianti delle fere che vengono decapitate dagli abitanti e vendute come tonno per sbarcare il lunario. Tra le fere c’è un mostro marino, l’Orca che sembra immortale e che emana un forte odore nauseabondo per via d’una sua vecchia ferita incancrenita, prodottale da un arpione.

Nel mare si svolge una furiosa lotta per mandare fuori l’Orca che danneggia il quieto vivere delle altre fere normali.

Sette di esse provano ad ucciderla e si scagliano sulla sua coda, ma riescono solo ad amputargliela. Il mostro però rimane vivo, mutilato ed impotente. Un branco di sarde lo attacca, nutrendosi della sua carne infetta. Spettacolo osceno che connota il miscuglio di uomini e fere, accomunati da un feroce istinto di vita.

Nasce tra i pescatori un angoscioso dilemma se l’Orca sia veramente immortale. Il dubbio sorge e si fa angoscioso, la speranza langue.

Quando arriva una nave militare inglese con a bordo il maltese Maniàci la situazione non sembra migliorare. Con il suo aiuto però si riesce sì ad uccidere l’Orca, ma non a sanare una situazione già compromessa. Il personaggio, un avventuriero, cerca un equipaggio italiano per una regata tra italiani, inglesi ed americani e promette a ’Ndria una ricompensa se lo aiuterà.

Questi che ha progettato di costruire una palamitara per tornare all’antico mestiere di pescatore e non vivere di sotterfugi, accetta, ma vuole guadagnarsi il compenso, ammaestrando per ore ed ore nel ritmo del remo e della voga i giovani interessati. La lancia saliva verso lo Scill’e Cariddi tra i sospiri rotti e i dolidoli degli sbarbatelli come in un mare di lagrime fatto e disfatto ad ogni colpo di remo dentro, più dentro dove il mare è mare. Sarà la sua ultima vogata perchè nel buio della notte un colpo d’avvertimento, partito da una portaerei in sosta là vicino, lo centra in mezzo agli occhi, uccidendolo.

Così finisce la narrazione che non è affatto lineare, ma ingloba numerose altre storie del passato, frequenti digressioni infatti interrompono il racconto con improvvisi flashback:

la scoperta della femminota Cata, la morte per parto della madre di ’Ndria e la storia del padre rimasto vedovo, Maresa Orieles, fidanzata di ’Ndria fin da bambina, che ricama nelle tele del suo corredo molte varietà di pesci, come una Penelope attuale, la storia di Ferdinando Currò che da bambino salvò molti pescatori allora bambini dal terremoto del 1908, quella del capitano di lungo corso, sig. Cama, che ha un libro illustrato in inglese con il nome di tutti gli abitatori dei mari e tante altre narrazioni che costituiscono quasi un mosaico molto elaborato tra storia e fantasia. L’insieme forma una summa in cui i racconti del luogo, con tanto di nomi e dati, sono espressi in un pastiche linguistico, frutto d’un accurato studio tra italiano letterario e colto, la parlata popolare e i termini inventati dall’autore.

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Stefano D’Arrigo

Stefano d’Arrigo, nato ad Alì Terme, nel 1919 e laureatosi in Lettere nell’Università di Messina, prima di trasferirsi a Roma, vi ha trasfuso tutte le sue energie, per comporlo fino a mettere a rischio la sua salute.

Se si analizza bene il romanzo, si sente la grande ricchezza culturale del passato classico (Omero) e l’ispirazione della letteratura moderna (Melville, Joyce, Conrad, Hemingway). Singolare è la metafora del presente, visto all’insegna del disfacimento e della dissoluzione fino alla morte.

Un quadro connesso alla fine d’una guerra disastrosa, ma che potrebbe riferirsi all’attualità in cui le guerre sono una costante: sbandati e sperduti non riusciamo a rinsavire. I nostri sensi sono offesi dalle rovine che ci stanno attorno e dalla nauseabonda marea di putridume del malcostume e della corruzione, nonostante i tentativi di risalire la china e di salvarsi. Il luogo, non ha più il retaggio delle favole, ma solo l’aspetto delle coste biancheggianti di ossa che appare come un arido deserto.

Il libro, che era stato presentato come una novità assoluta, ora sembra caduto nell’oblio, restano però sue significative tracce sul territorio con il titolo “Orcynus” dato ad un parco turistico, culturale ed educativo, con al centro Capo Peloro, un festival di Arti visive e pubblicazioni che, in rapida sintesi e ad intervalli, tentano di richiamarlo alla memoria.

Nel teatro antico di Taormina, il 14 luglio del 1989, fu data la prima versione teatrale, firmata dall’autore stesso con Biagio Delfino, regia di Roberto Guicciardini e musiche di Tony Esposito. Seguirono tre spettacoli teatrali con il nome “Ritorno” al Teatro Libero di Palermo, con le Compagnie del Teatro del Baglio di Villafrati, articolati in tre parti: I, Paradiso (2007), II, Purgatorio (2008), III, Inferno (2009).

Poi il silenzio.

Gaetanina Sicari Ruffo
Da Reggio di Calabria

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Intervista a Walter Pedullà su Horcynus Orca


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