Altritaliani
Poesia italiana contemporanea.

Tomaso Kemeny in Missione poesia.

giovedì 30 giugno 2016 di Cinzia Demi

Un autore di grande capacità performativa, con un grande senso di ironia con il quale ha sempre affrontato la complessità dei significati costruiti nel lungo percorso della sua carriera e, soprattutto, un autore dotato di umiltà, di desiderio di rendersi disponibile e al servizio della poesia, capace di reinventarsi e reinventare teorie e forme poetiche al di là del già visto, coinvolgendo buona parte degli autori italiani nelle sue imprese, nel “Mitomodernismo”, la grande idea, il grande sogno di Tomaso Kemeny. In questo articolo commentero’ sinteticamente due sue raccolte di poesie: “Una scintilla d’oro. A Castiglione Olona e altre poesie” e “107 incontri con la prosa e la poesia”.

Tomaso Kemeny, nato a Budapest nel 1938, all’età di dieci anni si trasferisce a Milano, dove vive tuttora. È una delle voci più originali della poesia italiana contemporanea; inoltre, la sua produzione poetica tende a collocarsi su un orizzonte internazionale: la silloge Il guanto del sicario del 1976 è stata infatti pubblicata in doppia lingua inglese e italiana (The Hired Killer’s Glove - Il guanto del sicario, Out of London Press, New York-Norristown-Milano, 1976).
Artista poliedrico, Tomaso Kemeny si occupa di poesia, poesia visiva, teatro e narrativa; a lui si deve, per esempio, l’invenzione della lingua degli indiani d’America per lo sceneggiato Cristoforo Colombo di Lattuada (1985). In ambito teatrale, tra le altre attività, è stato consulente per realizzazioni significative a vari livelli.

Per quanto riguarda la poesia, ha pubblicato Il guanto del sicario (New York, 1976), Qualità di tempo (Milano, 1981), Recitativi in rosso porpora (Udine, 1989), Il libro dell’angelo (Milano, 1991), Melody (Milano, 1997), Desirée (Milano, 2002), Se il mondo non finisce (Faenza, 2004). Per il teatro ha scritto il testo drammatico La conquista della scena e del mondo, rappresentato per la prima volta nel 1996. In ambito narrativo Kemeny ha pubblicato il romanzo Don Giovanni innamorato (Milano, 2002). Con il filosofo Fulvio Papi ha scritto Dialogo sulla poesia (Pavia, 1997) e ha pubblicato il libro di poetica L’arte di non morire (Udine, 2002). Con Giuseppe Conte e Stefano Zecchi ha curato l’Almanacco del Mitomodernismo 2000 (Alassio, 2000).
Nel 2005 ha pubblicato La Transilvania Liberata, poema epiconirico (Milano) in dodici canti (Premio Montano 2006). Tra le ultime pubblicazioni si segnalano Poemetto gastronomico e altri nutrimenti (Jaca Book, Milano, 2012), Quarantacinque poesie 1952-1961 (Nomos Edizioni, Busto Arsizio, 2012), Una scintilla d’oro a Castiglione Olona e altre poesie (Effigie, Milano, 2014) e 107 incontri con la prosa e la poesia (Edizioni il Verri, 2015).
Testi poetici di Tomaso Kemeny sono stati tradotti in inglese, tedesco, ungherese e spagnolo. Numerose le antologizzazioni della sua poesia, di cui si ricordano in particolare Poesia degli anni settanta, a cura di Porta con prefazione di Siciliano (Feltrinelli, Milano, 1979), Poesia italiana del novecento a cura di Krumm e Rossi (Milano 1995) e El fuego y las brasas, poesìa italiana contemporànea (Madrid 2000).

Di particolare interesse, perché collegata alla sua attività poetica, è anche la sua attività letteraria e di traduttore in qualità di docente universitario (è stato, tra l’altro, professore ordinario di Lingua e Letteratura Inglese presso l’Università di Pavia). Da anglista ha scritto articoli, saggi e libri, traduzioni. Nel 2000 è stato uno dei 500 studiosi europei selezionati dallo Editorial Review Board del Barons Who’s Who ricevendo il "New Century Award" alla carriera. Dal primo gennaio al 31 ottobre 2015, Kemeny è stato nominato consigliere del commissario ungherese per l’Expo Gèza Szocs. Il 23 aprile 2015 a Sarzana gli è stato assegnato il "Premio Montale Fuori di Casa – Sezione Mediterraneo" «per la coerenza, la passione e la vitalità con cui, dagli anni sessanta, porta avanti una sua visione della poesia radicalmente laica e trasgressiva» e per altri meriti artistici.
Come poeta, è presente in antologie e storie della letteratura italiana, ed è da sottolineare il più recente periodo mitomodernista, dove «la vena più spiccata di questo autore, pur attingendo al Surrealismo, cerca di aderire a un’esigenza comune ad altri suoi coetanei, quella di raggiungere età primordiali, sempre sotto la spinta della trasparenza dei miti».

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Tomaso Kemeny

Tomaso Kemeny è attivo in vari ambiti culturali nazionali e internazionali a partire dalla fine degli anni Sessanta. È uno dei fondatori della Casa della Poesia di Milano, di cui attualmente è anche il vicepresidente; svolge attività poetica a livello internazionale ed è membro di vari concorsi letterari.
Moltissime le sue «azioni» pubbliche per promuovere la poesia, secondo un dettato poetico che vede “l’artista armato” combattere per l’arte e la bellezza, tra le quali ricordiamo (per questioni di spazio) quella del 6 dicembre 2014 quando Kemeny, favorendo l’alleanza del movimento mitomodernista con l’associazione "Grand Tour Poetico", realizza l’azione poetica "Freccia della poesia" che da Napoli a Milano, con la partecipazione di circa duecento poeti, porta la poesia nelle stazioni delle città terminando nella Galleria Vittorio Emanuele II del capoluogo lombardo con un rituale per favorire un futuro etico-estetico per l’Europa. ( per approfondimenti rimandiamo alla voce su Wikipedia: Clicca qui).

Conosco Tomaso Kemeny da diversi anni, di fama e di persona. Di lui mi ha sempre colpito la grande capacità performativa, il grande senso di ironia con il quale affronta le cose, la complessità dei significati costruiti nel lungo percorso della sua carriera e, soprattutto, l’umiltà il desiderio di rendersi disponibile e al servizio della poesia anche nei confronti di autori meno noti con i quali si è relazionato nella sua vita. Poi la capacità di reinventarsi e reinventare teorie e forme poetiche al di là del già visto, coinvolgendo buona parte degli autori italiani nelle sue imprese. Parlo, naturalmente, del mitomodernismo di cui il libro di cui parleremo in questo articolo di Missione poesia ne esprime in larga parte il sogno, con il suo titolo ben augurante Una scintilla d’oro, quasi a significare che da una semplice scintilla può nascere qualcosa di grande in ambito poetico affrontando i temi cari al contenitore utopico quali il futuro reso intenso dalla reinvenzione dell’eroico, dell’eretico e dell’erotico in un grande ritorno alle corrispondenze delle varie espressioni artistiche. Tutto questo parte da una grande idea, da un grande sogno di Tomaso Kemeny, che grande lo è davvero ma senza darlo a vedere.

Trattandosi poi dell’ultimo libro pubblicato dal nostro autore non potremo non accennare anche a 107 incontri con la prosa e la poesia un viaggio percorso insieme a personaggi talmente diversi, genuini, o addirittura bizzarri, nel loro stile di comportamento tanto da potere risultare modelli di vita in quest’epoca di narcisismo di massa.

Una scintilla d’oro
A Castiglione Olona e altre poesie

Nella nota di presentazione del lavoro di Kemeny, inserita dalla Casa editrice, si legge, tra l’altro,: “[…] a Castiglione Olona il condottiero magiaro Giovanni Hunyadi, che sconfisse e fermò l’armata turca a Belgrado (1456), ritorna in vita da un affresco di Masolino da Panicale; così come l’arte musicale di Mozart, Schumann, Liszt, Rossini, Poulenc e Henry Cowell, performata in modo memorabile dal pianista Antonio Ballista il 17 novembre del 2009 alla Casa della Poesia di Milano, torna sulle pagine del libro in forma di parole e l’aura della prosa di Henry Miller, figurato in versi, concorre a rivitalizzare, un panorama storico ed esistenziale oscillante tra lo stremato e il catastrofico."

Parlare di questo libro significa parlare della poetica di Tomaso Kemeny legata al suo pensiero intorno all’arte, pensiero che ho trovato ben esplicitato in alcune interviste nelle quali egli esprime il senso di cosa cerca veramente il vero artista, senso che non s’incontra attraversando le opere o studiando le tecniche, ma indagando sulla bellezza e cercando di esprimerla – come egli stesso fa – anche con il lavoro sulle arti visive, con ricerca di immagini, luci, colori, che spesso gli creano addirittura un sovraccarico emotivo. Certo l’arte che predilige è quella legata al linguaggio dove: “Simboli, parole, vibrazioni di materia ed energia ci avvolgono costantemente, ma [dice ancora il poeta] come si può fare una sintesi di tutto ciò che viviamo, vediamo e sentiamo?” Il resoconto dell’impatto con l’ascolto di una poesia di un grande poeta gli suscita è – considerando che anch’egli è un grande poeta – straordinario: “ho avuto come un’illuminazione, sentivo che ciò di cui lui parlava mi arrivava in maniera precisa ed era in grado di cambiare perfino il mio modo di comprendere le cose e di percepire quello che avevo intorno a me; è stata una folgorazione improvvisa ed ho fatto in modo poi da incontrare ancora questa persona per potergli porre domande più precise sull’arte, la vita, la strada che dobbiamo percorrere.” (I brani dell’intervista, curata da Tony Graffio, sono presi dall’articolo: La bellezza come desiderio profondo di armonia. Una conversazione con Tomaso Kemeny visibile cliccando qui).

La bellezza di questo libro sta proprio nell’aver saputo cogliere - ma qui c’è pensiero, esperienza, visione di un grande autore - i legami volutamente intesi tra le arti, legami indissolubili e irreversibili che attraverso la rispettiva forza evocativa rendono indiscutibile l’apporto all’arte stessa che diventa non solo espressione ma, strumento dell’uomo per interagire col mondo. Esemplare in questo senso il testo Fragmenta per Antonio Ballista nel quale viene ripercorso l’evento poetico musicale nel quale le musiche al piano suonate dallo stesso musicista e la poesia dei poeti partecipanti (Milano, 2009) vengono ripercorse con l’intensità delle emozioni suscitate durante le esibizioni: […] La mano del pianista/il poeta trascina molto oltre la nostalgia/dell’immagine sonora assoluta/chiudendo le foreste pietrificate/dell’analogia della cadenza/di un verso che un cherubino/nel futuro trasfigura. […]

Alcuni testi da: Una scintilla d’oro

Il canto delle Muse

Più t’amo, più la notte
sfavilla insaziata.
La tua grazia arde come frutto
agli altri uomini interdetto
e agli Dei. Ebbra di vita
ogni tua movenza
zittisce il mondo
e nella polvere dei giorni
il canto delle Muse riporta.

***

Sotto la pioggia

Sì, sì sotto la pioggia la primavera canta
come un notturno mai composto
da Fryderyk Chopin e si ubriaca
del proprio canto-canto contrappuntato
dal vento

Ma se il vento tace e la pioggia
sull’asfalto, sull’albero, sui tetti
tamburella, il suo triste notturno
canto scora e c’è chi non sa trattenersi
dal pianto

***

L’autentico demone furibondo

Sonora metamorfosi della mia persona
in una partitura inseparabile dall’idea di bellezza

Misteriosa forza forse ctonia e sinfonia
per la costruzione di un mondo

Soffio vitale dell’universo per flauti
e oboe, dialogo con strumenti a corda

Ed ecco l’autentico demone furibondo
a orientarmi eroico in un turbinio di scintille

Flusso di cosmica energia che scorre
in una rete di vasi, ma orde
di mostri che non hanno seme invadono
la scena con musiche canagliesche

Dal fango pur striato di neve fresca
istrioni pagliacci clown emergono
con sussulti effimeri per mancanza
di una forma. Sonora, rosa mia,
salvami dal flaccido sbavare, nella veggenza.

*****

107 incontri tra prosa e poesia

Esce nel 2015 l’ultimo libro dell’inarrestabile Tomaso Kemeny, nella collana rossa delle Edizioni il Verri, con il titolo di 107 incontri tra prosa e poesia. Dalla presentazione della Casa Editrice stessa si evince di come nel libro, la scrittura: “[…] si manifesta nella coesistenza pacifica tra senso e nonsenso destando l’arte della parodia a un’originale forma di umorismo onirico in grado di assumere le andature del grottesco, del paradossale e del sublime. I personaggi per lo più appaiono come clandestini, delle vere e proprie istigazioni alla pienezza esistenziale e all’appagamento in un’epoca di profonda stanchezza. Tra questi transfughi s’intrufolano personaggi come ’l’ultimo dei poeti’, una ’donna barbuta’, ’Garcìa Lorca’ e ’Giuda’. L’autore non ci nega neppure l’attesa di un incontro con Dio. Alcuni personaggi si presentano sia in prosa che in poesia, poiché non esiste una sola via per salvare certi eventi dall’oblio”. Un libro dunque in perfetto stile Kemenyano potremmo dire dove gli incontri sono lo spunto per parodiare la vita e verificare tra il serio e il meno serio quanto si possa spingere per riuscire a trovare l’equilibrio di senso che renda memoria degna di essere chiamata tale. Ma anche un libro nel quale l’autore si confronta con particolarissimi incontri, che non possono non sorprendere, ovvero l’incontro con la Verità, una verità difficile da incontrare perché sempre attaccata dall’Illusione o dalla Menzogna, e qui intesa come “nostalgia di un futuro diverso, in grado di coprire il mondo intero”; l’incontro con la Realtà – che equivale poi all’incontro con sé stesso – dove il conflitto interiore risalta come pratica che esalta l’epoca stessa in cui è nato, in quanto pratica necessaria per trarre vigore a vantaggio della creatività, pratica che porterà l’autore a instaurare un continuo conflitto – potremmo dire militante – per la ricerca del bello e la sua affermazione contro la bruttezza e l’orrore che sembrano i canoni scellerati adottati dalla “società poetica”. E, a questo proposito, vale giusto la pena di ricordare di come l’autore si sia formato anche all’insegna di un altro grande incontro, quello che gli capitò di avere, appena fuori dall’adolescenza, con il già affermatissimo Breton del quale egli porta avanti il modernismo modulato con l’impeto della sua, siamo certi di non sbagliare nel definirla, “eterna giovinezza”. Di questo libro e in questi termini del resto l’autore stesso, oltre a raccontarci di altri incontri – come quello con Pound, con la madre, con la Donna Barbuta – ha parlato all’incontro avvenuto a Bologna, nel corso del ciclo degli eventi “Un thè con la poesia” il 20 gennaio scorso, conquistando il pubblico presente per l’energia sprigionata e l’empatia che ha saputo creare rendendo il clima effervescente e, soprattutto, dando un’immagine positiva di quel mondo poetico troppo spesso relegato a cultura di serie B per mancanza di attenzione. Di questo libro riportiamo alcuni testi.

Testi tratti da: 107 incontri tra prosa e poesia

Incontro con Dio

Sono sul marciapiede che marcisce prima del tramonto. Viscide vipere m’impediscono di sopravvivere ulteriormente. Dall’alto scende una carrozza d’oro-volante e mi trasporta in un campo di defunti in attesa di giudizio. Dopo un’attesa di venti secoli, un angelo inquisitore mi stacca entrambe le braccia con una sega elettrica e nelle spalle m’inserisce ali candide perché io possa volare al di là del tempo. Vertigine.
Entro nella luce divina.
Vorrei fermarmi a risplendere nell’armonia celeste. Ma mi sveglio al vecchio vento che mi trascina là dove c’è un altro futuro.

Incontro con Dio
Prima del tramonto affogo nel tempo
aperto a scandalose
introspezioni: mi sento Principe
dell’Ignoto, artificiere vano,
commediante ipnotizzato
dalle viscide vipere
annidate nelle profondità
per spuntare all’improvviso
in forma di parole
a dire che le cose non possono restare
così, con le porte chiuse per me
dal lieben Gott:
né mi sento destinato
alla deportazione
nel campo dei defunti
in attesa di giudizio.
Nulla di più molesto e irritante
per me dell’Angelo Inquisitore che mi
interroga sul mio pormi
in testa ai condottieri
del piacere. La verità è
che ogni sorriso dell’Amata
m’inonda dello sfolgorio
di un Dio procreatore eterno
della bellezza certa in cielo e in terra.
Amen.

*****

Incontro con la Donna Barbuta e il Califfo

La gonnella audacemente corta a mostrare un lembo del torrente tracima l’epidemia nel talamo del Califfo. La gonnella è portata con disinvoltura da una passeggiatrice barbuta dallo sguardo vitreo sotto un cappello di paglia. Tutta la sua vita è stata una lotta per non essere in regola. Tutto ciò che le bolle in mente viene a galla. Talvolta a parole, talvolta in gas. Gas di fogna. Gas di fogna simile all’afflato divino che sale dal cadavere puzzolente dell’Idea.
Il Califfo si contorce, si sente in un mondo dove non c’è posto per muoversi. Si sente in una prigione viscerale. Sogna la resurrezione del suo tubo digerente. Tutto il mondo si riduce a escrescenze difficilmente distinguibili sulla superficie di un cosmico intestino. Tenie frugano nel taschino del panciotto del Califfo per trovare la sua anima. Invano.
Gli dico “Caro Califfo, la Donna Barbuta, un esempio impressionante di umana miseria abbattutasi su una infelice di ottima famiglia, è venuta per cucinarti un pranzo memorabile.”
Come un rottame di naufragio il Califfo in pigiama si alza per sperimentare il risveglio della sua anima e per nutrirla come una spugna che si imbeve di luce eterna. Osserva con orrore la Donna Barbuta in minigonna che mescola una sbobba di pan bagnato con carne di cavallo macinato sottile. In cambio il Califfo le inserisce zoccoli ferrati nell’utero per cavalcarla meglio e conchiglie vuote tra i seni a pera.
Di colpo la Donna Barbuta si veste da Idolo Giavanese. In mano tiene un teschio dalle cui orbite cave esce il gemito di un vento che fa gelare il sangue nelle vene del Califfo, che, ondeggiando, viene verso di me e con uno spruzzatore mi schizza addosso una nuvola di parole di accesso all’inferno. Noto che i suoi capelli brulicano di minuscoli topi.

L’incontro con la Donna Barbuta e il Califfo
In ogni caso l’immagine
delle cupole dei seni
della Donna Barbuta
non lascia presagire
nulla di buono!
Il languore innalza in pietra
il sembiante di questa passeggiatrice irsuta
su un letto di marmo stesa
in pieno abbandono e in attesa
di un amadore ignoto.
Cavità sonore nel marmo
ove il giorno gioca
a evocare la Donna Barbuta
mentre si muta in Idolo Giavanese.
E il mondo intero
stende le sue membra annose
sul talamo del Califfo erto
ad incrociare in pigiama la sua anima
evasa dalla prigione viscerale
a riscattarsi dall’intestino cosmico
(intestino al servizio del divino cannibalismo)
pronto a digerire
la provocante maturità
della sua preferita
dalla vita sottile tanto
da fare risaltare i suoi seni-
anima evasa anche
per riuscire a risorgere dai borbottii
del tubo digerente trascendentale.
Dallo sguardo vitreo della passeggiatrice,
dalla Donna Barbuta sale
un gas da fogna
simile all’afflato dello Spirito Santo
e analogo al fetore
emanato dai cadaveri delle Idee.
Il Califfo si contorce,
dalle sue orbite cave
spira un gemito di vento
a fare gelare il sangue
nelle vene dell’irsuta
proprio quando sta per sentire
il pene di lui vagare
tra le pieghe della sua minigonna
facendole scorrazzare minuscoli
topi nei capelli e facendoli emergere dalla vagina:
tutto viene a galla
in questa età di prodigi,
non più idoli piangenti
ma discorsi pubblici e faccende
a forma di sbobba di pan bagnato
e di carni di sauro
macinati fino la fine della tua indifferenza,
caro lettore che hai l’estrema fortuna
di potere contare su un eresiarca come me
nei tuoi meandri mentali e ranghi.
Il Califfo ora solleva
l’orlo della sottanella della Barbuta-
sottanella che come un estivo ombrello
lo insapora d’odor silvano
“Che estate meravigliosa” pensa il despota
“di aure, di ombre raspose, di silenzi
intafanati di selvaggio ardore
al di là di ogni vento che livella!”

*****

L’incontro con “Morte”

Ogni critica della condizione umana presagisce la capacità di potere immaginare un ordine esistenziale superiore.
Per pensarci meglio del consueto cammino nel bosco con la neve alta fino alle ginocchia, non è come camminare tra auto parcheggiate in divieto, tra sacchetti di spazzatura, su marciapiedi sporchi di cacca di cane, tra case spalmate da figurazioni che parlano di modeste vite autodistruttive.
In una radura scorgo un palco quadrato, delimitato da un triplice ordine di corde fissate su quattro pali disposti agli angoli. È un ring.
Mi aspetta il Campione Mondiale dei Pesi Massimi, sulla cintura porta la sigla atroce della morte. L’altoparlante mi chiede qual è il mio ultimo desiderio. Tuttavia le cose si mettono in moto. Imperterrita “Morte” comincia alla grande, scaricandomi addosso la sua furia. Mi sento spacciato. Mi fa rabbia che Dio se ne stia soddisfatto nell’alto dei cieli. Per la rabbia trovo la necessaria determinazione per reagire, metto in pratica le mosse giuste…Non mollo un attimo, schivo, attacco allo stesso tempo concentrandomi di coprirmi meglio possibile.
Il sangue scorre in me con la forza di mille indomabili primavere. Si mette a piovere. È tempesta, però, questa. La durata della resistenza fisica conta di più della verità stessa. C’è però un problema: mi ha fratturato il naso, ma voglio continuare anche se so che pensare di essere imbattibile è un clamoroso errore.
“Morte” non sta ad aspettare che mi riprenda, ora tira colpi pesantissimi…ogni volta che mi colpisce in faccia mi sembra di infilare la testa intera in un’enorme presa della corrente. Disperarsi non ha senso. Mi sento forte e coraggioso come non mi sarei mai aspettato di potere essere. Con baldanza mi dissolvo in una vita infinitamente più vasta e bella della vita riservata agli uomini esposti alle comuni difficoltà quotidiane.

Cinzia Demi
Da Bologna

“MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani.
Per scoprire i contributi già pubblicati:
http://www.altritaliani.net/spip.ph....

Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito cliccando sotto su “rispondere all’articolo” o scrivendo direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it


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