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Letteratura e libri

Federico De Roberto: L’Italia unita e le sue ombre - I Vicerè nuova edizione

Intervista a Giovanni Capecchi
domenica 29 maggio 2016 di Evolena, Giovanni Capecchi

Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’Università per Stranieri di Perugia, ha pubblicato poche settimane fa il volume “Le ombre della Patria. Capitoli ottocenteschi tra Foscolo e Carducci” (Firenze, Le Lettere) e ha curato la ristampa del romanzo “I Viceré” di Federico De Roberto per l’editore Giunti. Gli abbiamo rivolto alcune domande, sui due libri e, più in generale, su De Roberto.

Sono usciti in Italia, quasi contemporaneamente, due suoi lavori, il volume Le ombre della Patria e l’edizione dei Viceré introdotta da un suo “racconto critico”. Esiste un legame tra questi libri?

Si tratta di due libri molto diversi. Le ombre della Patria è una raccolta di saggi nati nel corso degli ultimi anni e dedicati a diversi autori dell’Ottocento, alcuni molto noti (come Foscolo e Carducci), altri (come Giuseppe Giusti) pressoché dimenticati, altri ancora decisamente minori per quanto significativi. Inizio raccontando Foscolo e l’esilio e finisco facendo riferimento a Carducci che nel 1899 pubblica Rime e ritmi, il suo ultimo volume di poesie, che si conclude con i versi: «Fior tricolore / tramontano le stelle in mezzo al mare / e si spengono i canti entro il mio core». Parto da un esilio e approdo ad una auto-esclusione: l’esilio è quello di Foscolo, generalmente ricordato per il suo valore politico e in realtà tristemente esistenziale (cerco di far vedere come Foscolo, a Londra, negli ultimi anni di vita, sia un uomo in fuga dal presente, lontano dall’Italia, insofferente verso gli italiani che cerca in ogni maniera di evitare); l’auto-esclusione è quella di Carducci, che si arresta, con la sua poesia, sulla soglia del Novecento, che non entra nel nuovo secolo, come se capisse di non appartenergli.

In questo libro, dove mi occupo anche della letteratura dedicata all’emigrazione (con testi quali Sull’Oceano di Edmondo De Amicis), c’è però un capitolo, che dà il titolo al volume, incentrato sull’Italia unita e sul Risorgimento visto dagli scrittori siciliani: e tra questi scrittori non può mancare Federico De Roberto. L’editore Giunti di Firenze, che ha varato una nuova collana di classici chiamata “Passepartout”, ha deciso di ristampare I Viceré e, conoscendo il mio interesse per questo romanzo, mi ha proposto di scrivere un’introduzione che fosse un “racconto critico”, per provare a spiegare il libro attraverso 10 parole.

E quali parole ha scelto?

Ho scelto: disillusione, inattualità, portone, pazzia, aborto, potere, generazioni, storia, camaleonte, affari. Con queste parole ho provato a raccontare un grande libro della letteratura italiana, a lungo dimenticato e comunque, ancora oggi, più citato che letto. E ho tentato di collegare questo libro ad altri romanzi, scritti da autori siciliani, prima e dopo De Roberto: I Viceré vengono dopo alcuni testi di Verga che hanno raccontato le “ombre” dell’Italia unita (basterebbe pensare alla novella Libertà, sulla repressione della rivolta popolare di Bronte, in Sicilia, da parte dei garibaldini) e precedono I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello, Il quarantotto di Leonardo Sciascia e, soprattutto, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, un romanzo che ha molti “debiti” nei confronti del volume di De Roberto.
Sia nei Viceré che nel Gattopardo, per esempio, vengono messe di fronte due generazioni diverse, rappresentata da un nipote (Consalvo nel romanzo di De Roberto e Tancredi in quello di Tomasi) e da due zii (la zia Ferdinanda e il Principe di Salina): mettendo di fronte queste due generazioni, sono raccontati due modi diversi di vivere i rivolgimenti del 1860 e sono i giovani i “tempisti” (come si legge nel Gattopardo), coloro che riescono ad adeguarsi ai cambiamenti, che partecipano alla rivoluzione risorgimentale per non esserne travolti e che, così facendo, la vanificano. Inoltre l’idea del cambiamento solo apparente (quel cambiare tutto per non cambiare niente) rappresenta il motivo dominante dei Viceré, molti anni prima rispetto al Gattopardo.

Come si spiega l’insuccesso dei Viceré, soprattutto tra i contemporanei di De Roberto, ma anche per gran parte del Novecento?

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Nuova edizione 2016 dei Vicerè, con introduzione di G. Capecchi. Ed. Giunti

Questo insuccesso è stato spiegato, nel corso del tempo, soprattutto in due modi: alcuni studiosi lo hanno legato a ragioni letterarie (la mole del romanzo, la lentezza di alcuni suoi passaggi), altri a ragioni di carattere politico.
Io condivido questa seconda posizione. I Viceré sono il primo grande romanzo politico dell’Italia unita. Escono nel 1894, anno dello scandalo della Banca romana e della repressione nel sangue dei Fasci siciliani, e raccontano, trent’anni dopo l’unificazione nazionale, un Risorgimento che non ha portato, per il Sud, i cambiamenti desiderati. Ma non basta. Il libro è ancora più cupo perché, oltre a raccontare il fallimento del Risorgimento, analizza impietosamente il potere, che si perpetua da sempre secondo i medesimi meccanismi, che sono i meccanismi della sopraffazione e dell’arroganza, della falsità e dell’opportunismo, degli interessi privati anteposti a quelli della collettività, del potere per il potere.
I Viceré è un libro senza speranza, che sovrappone le “ombre” della Patria italiana alle “ombre” che appartengono all’uomo e alla sua natura ; un romanzo che non offre al lettore nessun conforto, che ha per protagonista la “bruttezza”, la deformità, la negatività. Sì, I Viceré non ha neppure qualche apertura alla bellezza (la bellezza della scrittura, la bellezza di alcuni personaggi) che invece troviamo nel Gattopardo e che credo abbia favorito la fortuna del romanzo di Tomasi di Lampedusa.

Quale è l’attualità di un romanzo come I Viceré?

È proprio qui, credo, che risiede l’importanza del libro. I Viceré è stato un romanzo inattuale al momento della sua uscita. Non c’era interesse ad aprire un processo al Risorgimento nel 1894, né esistevano altri romanzi, in Italia, che avessero un carattere di denuncia politica così marcato. Questa che era allora la sua inattualità, rappresenta oggi l’attualità del libro.

Quando il Duca di Oragua dice (ribaltando una frase attribuita, con qualche modifica, a Massimo D’Azeglio): «Ora che abbiamo fatto l’Italia, dobbiamo fare gli affari nostri» (D’Azeglio concludeva, con spirito risorgimentale: «dobbiamo fare gli italiani»), ci sfilano davanti tanti volti di politici nella storia del nostro paese ma anche di altri paesi, perché, appunto, I Viceré è un romanzo sul potere: ed il potere non cambia da una Nazione all’altra. Lo stesso accade quando Consalvo, divenuto Sindaco, manda in dissesto il bilancio della sua città pur di far vedere che riesce a fare molte cose: e questo gli servirà per l’ascesa al potere che ha già iniziato ad intraprendere. E il discorso che Consalvo pronuncia durante un comizio prima della sua elezione in Parlamento? Quanti discorsi abbiamo sentito pronunciare dai politici che, come quello di Consalvo, dicono tutto e il contrario di tutto, che si barcamenano, che cercano di non scontentare nessuno, che appaiono mirabili edifici di parole costruiti sul nulla?

Un’ultima domanda. Perché ha scelto di occuparsi più delle “ombre” che delle “luci” dell’Italia?

Forse potrei rispondere dicendo che lo ha scelto la letteratura, più che io stesso. La letteratura, quando assolve alla sua funzione, presenta anche l’altra faccia della medaglia che tende a rimanere nascosta, si interroga sui lati più oscuri della realtà, mette il dito nella piaga, offre una contro-storia rispetto alla narrazione ufficiale degli eventi (una narrazione che tende a privilegiare gli aspetti positivi e progressivi), insinua dei dubbi, non si accontenta di troppo semplicistiche spiegazioni.

Intervista a cura di Evolena

*****

DUE PAROLE PER I VICERÉ

Dall’introduzione a I Vicerè di Giovanni Capecchi e per gentile concessione dell’editore Giunti di Firenze, pubblichiamo 2 delle 10 parole scelte da lui per spiegare il romanzo:

PORTONE - Il romanzo si apre con la chiusura del portone del palazzo degli Uzeda. È da poco arrivata la notizia della morte della principessa Teresa, avvenuta nella sua residenza di campagna, lontana dai figli con i quali ha litigato e che non sopportava, con l’eccezione di Raimondo. I fatti avvenuti vengono raccontati dalle voci popolari che si susseguono: e questa è una delle tecniche utilizzate per arrivare ad una narrazione oggettivata. Il principe Giacomo, il primogenito, ha lasciato in fretta il palazzo per recarsi al capezzale della defunta: non per amore filiale ma per cercare di arraffare più roba possibile e per tenere sotto controllo la situazione, prima che accorrano gli altri – rapaci – parenti. Finalmente dall’alto della loggia si affaccia il maestro di casa, Baldassarre, che ordina di sbarrare il portone in segno di lutto.

Con la chiusura del portone di una dimora nobiliare si era concluso, cinque anni prima, il Mastro-don Gesualdo di Verga. Gesualdo, il contadino arricchito, l’uomo che a forza di sacrifici aveva accumulato terre e denari, si spegne nel palazzo della figlia, duchessa di Leyra, solo e abbandonato dai suoi cari nelle lenzuola di tela fina, osservato dagli occhi curiosi della servitù che si concentrano sulle sue mani: mani da lavoratore, mani di chi ha messo insieme la pappa che il genero sta dissipando. Sciascia, occupandosi del Gattopardo, il romanzo di Tomasi di Lampedusa uscito postumo nel 1958, richiamava alla memoria questo portone sbarrato: Verga – sosteneva l’autore del Giorno della civetta –, chiudendo quel portone, usciva definitivamente dal mondo aristocratico, non proseguendo il “ciclo dei vinti” che avrebbe previsto, come terzo tassello, La duchessa di Leyra, e non riuscendo a far parlare quei personaggi aristocratici che avrebbero trovato in Tomasi il loro autore, a suo agio nel gran mondo e incapace invece di far parlare i ceti popolari. Sulla strada tra Mastro-don Gesualdo e Il Gattopardo si colloca però il macigno rappresentato da I Viceré. Da un portone chiuso ad un altro portone chiuso: e quando questo secondo accesso tornerà a spalancarsi, si aprirà su un mondo nobiliare che De Roberto ha dimostrato di saper far esprimere fin dal racconto La disdetta che apriva la raccolta intitolata La sorte (1887), storia della principessa di Roccasciano e della sua malattia per il gioco delle carte.

ABORTO - «Il prodotto più fresco della razza dei Viceré» nasce nelle pagine che concludono la prima parte del romanzo. Lo partorisce Chiara ed è un mostro: «A un tratto le levatrici impallidirono, vedendo disperse le speranze di ricchi regali: dall’alvo sanguinoso veniva fuori un pezzo di carne informe, una cosa innominabile, un pesce col becco, un uccello spiumato; quel mostro senza sesso aveva un occhio solo, tre specie di zampe, ed era ancor vivo».

Il racconto è impietoso e raccapricciante. Quell’abominio verrà conservato da Chiara (pazza anche lei, al pari degli altri) in una bottiglia di vetro, sotto spirito. Mentre nasce, una dimostrazione di cittadini festeggia il primo deputato eletto in quel collegio dopo la proclamazione del Regno d’Italia: è il duca d’Oragua, della famiglia Uzeda. Il principe Giacomo commenta: «“Quando c’erano i Viceré, i nostri erano Viceré; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!...”». L’aborto è dunque duplice: è un aborto nella vicenda familiare (il mostro che esce dal ventre di Chiara) ed è un aborto nella storia della Nazione, appena nata e già vecchia, frutto marcio nato da una rivoluzione fallita.

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LINK CONSIGLIATO:

Unità d’Italia e letteratura: la “secessione” degli scrittori siciliani, articolo di Giovanni Capecchi:
Da Giovanni Verga a Federico De Roberto, da Luigi Pirandello a Leonardo Sciascia e a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da Vincenzo Consolo ad Andrea Camilleri: l’Italia unita e gli esiti del Risorgimento visti e criticati dal Sud.
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