Altritaliani

La questione della lingua italiana

venerdì 29 aprile 2016 di Giovanni Caselli

Parlare bene vuol dire pensare bene, diceva Nanni Moretti in un suo film, ed effettivamente come sostiene l’antropologo Giovanni Caselli, la lingua italiana nata dal fiorentino appare oggi sempre più depauperata dall’appiattimento linguistico imposto in particolare dalla televisione che tende a forme di semplificazione estrema, dall’uso di neologismi e di forestierismi che la oscurano, causando così un danno gravissimo alla capacità di riflessione e di pensiero degli italiani.

Nonostante il fatto che l’Italia sia una penisola e da sempre percepita come un paese ben definito dalla geografia, non lo si può definire tale dal punto di vista della cultura e della lingua, almeno fino all’arrivo della radio e della televisione.

La penisola fu politicamente unificata solo nel 1870, con la guerra contro il Papa Pio IX e la conquista della sede papale da parte dell’esercito italiano. Per tenere unita l’Italia come nazione fu tuttavia necessario istituire un corpo di polizia militare di tipo coloniale: i Carabinieri, che servì non solo per tenere unito il paese ma anche per reprimere i numerosi gruppi di guerriglieri separatisti definiti “briganti”. Questa forza di polizia o di occupazione coloniale, come sarebbe oggi classificata, esiste ancora. Le elezioni indette all’epoca per l’unificazione del paese sarebbero oggi ritenute una farsa poiché votarono solo gli aventi diritto, per ceto e livello economico. Le donne e i lavoratori erano esclusi. La forza di polizia coloniale si rese particolarmennte necessaria per garantire l’adesione della Sicilia e della Sardegna alla neonata nazione. Regioni non di lingua italiana quali la Val d’Aosta, il Sud Tirolo e il Friuli aderiscono all’Italia in virtù di una straordinaria quanto ingiustificabile concessione di privilegi, una intollerabile discriminazione in un paese che si definisce “democratico” ed europeo.

L’Italia non è mai stata unita o considerata una nazione unitaria fino a tempi recentissimi. Incompetenti e imbroglioni hanno invece sostenuto il contrario anche in tempi recenti (si veda per esempio il primo volume della acclamatissima Storia d’Italia (Einaudi, collana istituita nel 1972, diretta da Ruggiero Romano e Corrado Vivanti per la Giulio Einaudi Editore). Si dichiara falsamente che la penisola italiana è sempre stata culturalmente uniforme fin dalla preistoria, cosa assolutamente insostenibile storicamente.

Le varianti linguistiche e culturali all’interno della penisola sono rimaste assai marcate fino agli anni in cui iniziarono le trasmissioni radiofoniche e quindi televisive. Negli anni 1950 un toscano avrebbe capito benissimo il linguaggio di un abitante di Madrid, ma non quello di un abitante della Calabria, della Puglia o di Bergamo. Il linguaggio di un sardo o di un friulano sarebbero stati comprensibili quanto la lingua di un abitante di Ulan Bator. Il linguaggio di un corso sarebbe invece stato inteso altrettanto chiaramente quanto quello di un livornese o di un pratese.

Nei tempi antichi, all’alba della storia, le lingue della penisola erano altrettanto numerose quanto lo sono state fino agli anni 50 del XX secolo. Nella Pianura padano veneta e nel Piemonte si parlavano le stesse lingue di Oltr’Alpe. Solo con l’istituzione delle frontiere sullo spartiacque alpino i dialetti italioti si sono sovrapposti alle lingue francese tedesca e slovena in queste regioni pedemontane.

In Toscana e nel nord del Lazio attuale, tra Arno e Tevere, l’etrusco era la lingua scritta e parlata della prima nazione-stato dell’Occidente (anche se non in senso moderno). L’Etrusco, analogamente al basco di oggi, era una lingua completramente diversa da ogni altra, mentre le diverse lingue del resto della penisola e delle isole erano da classificarsi come indoeuropee.

Questo fa presumere che l’etrusco fosse una lingua appartenente ad un substrato precedente alle invasioni indoeuropee del II millennio a.C. Quando il latino, una lingua parlata in una minuscola regione del Lazio a sud del Tevere, divenne la lingua ufficiale di Roma e delle regioni man mano conquistate dall’esercito romano, le lingue della penisola si adeguarono con facilità e si “latinizzarono”, mentre la lingua etrusca dovette essere sostituita.

Il risultato fu che l’Etruria soltanto parlava il latino letterale, privo di inflessioni dialettali locali. Stranamente i dialetti dell’Italia moderna, salvo poche eccezioni, rappresentano una evoluzione delle lingue locali antiche poiché le aree linguistiche sono rimaste praticamente le stesse da circa 3000 anni.
Diversi linguisti, ignorando i radicali cambiamenti di popolazioni subiti dall’Italia centro settentrionale nei secoli, ritengono la peculiarità fonetica dell’area toscana (fiorentina in particolare), un lascito della lingua etrusca.

I fatti indicano una diversa ragione: questa peculiarità della Toscana settentrionale attuale era zona più ligure ed umbra che non etrusca, un’area rimasta, nel periodo formativo delle lingue moderne 500-1100 d.C., tagliata fuori dalle rotte commerciali principali dell’Italia che erano la Via Flaminia e la costa tirrenica. Dovrebbe quindi trattarsi di una evoluzione peculiarmente locale del latino acquisito dalle popolazioni teutoniche e levantine che vennero a popolare quelle regione resa deserta dalle guerre greco-gotiche.
L’italiano analogamente ad altri casi emerse come lingua franca di popoli misti di varia origine e di lingue assai diverse che si trovarono a popolare l’alta Toscana interna. Il vernacolo fiorentino, come venne scritto dai primi autori, quali Dante, Boccaccio, Petrarca, ed altri meno noti, è la lingua e soprattutto il lessico, dei nostri nonni che venne a decadere e disintegrarsi con l’arrivo della televisione.

Giacomo Devoto, uno dei più accreditati studiosi delle origini della lingua italiana disse a chi scrive che nonostante la sua trentennale permanenza a Firenze non riusciva a pronunciare le vocali correttamente come invece le pronunciava un analfabeta fiorentino. Devoto era infatti un genovese.

E’un mistero se il linguaggio e il lessico di Dante fossero in uso comune nella Repubblica di Firenze del XIII secolo e se la lingua di mio nonno sia stata influenzata dagli scritti di Dante o viceversa. Infatti il linguaggio delle Divina Commedia è quello di mio nonno, nato a Sangodenzo nel 1877. I cambiamenti in un linguaggio partono usualmente dal capoluogo culturale e lentamente si diffondono a tutto il territorio ad ondate come quelle causate da un sasso nello stagno. Nei secoli precedenti l’arrivo della radio e della televisione i neologismi si diffondevano assai lentamente e potrebbero essere occorsi tre o quattrocento anni perché nuovi lemmi e nuove espressioni raggiungessero Sangodenzo da Firenze e si consolidassero nel vernacolo locale.

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Pietro Bembo

In Italia la cosiddetta “Questione delle lingua” [1] inizia nel XVI secolo. Fino ad allora, ovvero sino al Bembo, l’uso del fiorentino o del toscano era d’obbligo per chiunque scrivesse. Non c’erano discussioni su questo punto e non si presentava il dubbio tra l’uso del fiorentino o di un altro idioma italiano più facile da pronunciare da parte dei non fiorentini.

Iniziarono dubbi e dispute che durarono qualche secolo. Emerse infine un italiano, ma poiché era artificiale, solo una esigua minoranza poteva capirlo o pensava che potesse diventare la sua lingua. La lingua non è semplicemente un mezzo per trasmettere i propri pensieri ad altri, come potrebbe pensare l’uomo della strada, e non è nemmeno un “prisma attraverso il quale uno vede il mondo” come disse Saussure. Language is all, la lingua è tutto, come diceva Wittgenstein e come altri convengono. La “classe agiata” ha usato la lingua come un altro mezzo per conquidere o abbindolare la classe lavoratrice, ossia per condizionare il modo di pensare del ‘produttore/consumatore’. Il concetto è che se metti in crisi chi parla, facendolo sentire inadeguato o vergognoso del proprio vocabolario, avrai un grosso ascendente su di lui.

Si attribuise ad Umberto Eco il dettonon sono in grado di spiegare la semiotica a un camionista abruzzese”. Se questo fosse vero mi verrebbe da commentare come segue: se una cosa la conosci davvero devi saperla spiegare a chiunque. Se una persona sa esprimersi solo in un modo nella sua lingua, significa che conosce solo una versione della sua lingua. Chi scrive ne conosce almeno tre di versioni: una è rappresentata dal linguaggio di famiglia, la seconda è quella che uno usa con la gente per strada o al bar, la terza è quella che usa per tenere una conferenza o per scrivere un saggio. Può esservi una lingua straniera e questa costituerebbe una quarta possibilità di espressione.
Tutto ciò significa una grande elasticità e versatilità mentale e chi non la possiede può considerarsi veramente ‘parzialmente abile’.

Sfortunatamente questa disabilità è sempre più diffusa, la maggior parte della gente di oggi può solo esprimersi con un linguaggio stereotipo, pieno di intrusioni inglesi dal significato ignoto e spesso chiaramente introdotte da giornalisti anch’essi ignari del vero significato. Insomma, la maggior parte della gente parla allo stesso modo, sia nell’intimità con la moglie, sia in una conferenza al MIT. Parlano e, presumibilmente, pensano, su di un binario unico.

E’ difficile immaginare cosa sarebbe l’Italia se all’antico nucleo culturale della nazione (Firenze) fosse stato permesso di forgiarne la cultura attuale, come è accaduto in Francia (Parigi), in Gran Bretagna (Londra) e in Germania (Hannover).

Cosa potrebbe essere stata l’Italia se il fiorentino fosse stato accettato come lingua nazionale?

Subito dopo l’unificazione, quando la giovane Italia si stava ispirando alla Francia, la capitale fu portata a Roma e qui l’elemento Mediterraneo, essendo numericamente più forte e generando niente altro che burocrati, insegnanti poliziotti, giudici, intellettuali, immigrati e mafiosi.
Caldeggiati da alcuni intellettuali del nord, con il complesso di inferiorità nei confronti della lingua fiorentina (quella lingua italiana di Macchiavelli e di Galileo, che non riuscivano a parlare e meno che mai a scrivere), questi giornalisti, burocrati, insegnanti e intellettuali, si presero la supremazia trasportando da Firenze a Roma e a Milano i gangli della cultura, come ad esempio l’editoria, il cinema, la radio e infine la televisione.

Nel 1861, il 90% delle popolazione sarda veniva classificata come analfabeta, invece che di lingua straniera, come invece era il caso. Comunque la media italiana di analfabetismo era del 75%, con un minimo del 54% in Piemonte, Lombardia e Liguria e un massimo dell’86% nel Sud. Dall’Emilia al Lazio la media di analfabetismo andava dal 68% all’83%, il Veneto era al 65% e la Toscana il 74%.
Nel 1911 la media italiana era del 40%. In Sardegna era scesa al 58% mentre in Calabria era al 70%, in Piemonte l’11%, in Veneto al 25% e in Toscana al 35%.
Nel 1951 la media italiana era scesa al 14%, 2,3% nel nordovest, 7-8% nell’Emilia e nel Veneto, 10-11% in Toscana e Lazio, dal 32% della Calabria al 19% degli Abruzzi, nel Sud.

Sessanta anni fa l’80% della popolazione italiana parlava in dialetto o una lingua diversa dall’italiano. All’inizio del XIX secolo i dialetti italiani erano così diversi da essere reciprocamente incomprensibili. Diverse regioni, tra le quali la Sardegna e il Friuli parlavano lingue diverse dall’italiano. La maggior parte del Piemonte parlava il provenzale o una lingua d’oc. I piemontesi capivano e parlavano meglio il francese dell’italiano. Lo stesso Cavour parlava male l’italiano e Garibaldi, nato a Nizza, parlava un dialetto provenzale. Vittorio Alfieri scrisse le sue prime tragedie in francese, la lingua dei piemontesi colti del XVIII e XIX secolo. In Corsica d’altro canto si parlava, e in certi luoghi si parla ancora oggi, un dialetto toscano. Dopo le guerre gotiche la Corsica fu ripopolata con genti delle Alpi Apuane. In Istria e in Dalmazia si parlava il dialetto veneto. Nel Sud Tirolo, Trento e Bolzano e in zone del veronese si parla ancora oggi il tedesco, mentre nel Friuli e in altre zone del nord est si parla friulano, sloveno e ladino, lingue diverse dall’italiano.
Le montagne non sono mai state barriere linguistiche, fino dalla preistoria gli abitanti di ambedue i versanti di tutte le catene montuose del mondo parlavano le stesse lingue. Solo con la creazione di confini basati erroneamente sugli spartiacque, si sono generati gravi problemi e conflitti. Dai Pirenei al Pamir le montagne non hanno mai diviso i popoli, li ha divisi solo l’ignoranza dei nazionalisti.

I primi film americani giunti in Italia erano muti perché il governo voleva che la gente imparasse l’italiano prima dell’inglese. Dagli anni 1930 in poi cresce in Italia l’industria cinematografica mussoliniana e una scuola di doppiaggio si sviluppa e fiorisce all’insegna del Fascio. L’industria cinematografica cresce e fiorisce senza interruzione anche nel dopoguerra. I fim sono doppiati, anzitutto perché la gente scarsamente alfabetizzata non farebbe in tempo a leggere i sottotitoli. Si doppiano anche i miagolii dei gatti e i belati delle pecore in un newspeak italiano piatto e sciatto, lessicamente scorretto, inespressivo, pedante. Questo linguaggio minò le fondamenta della lingua nobile fiorentina favorendo gli analfabeti del nord e del sud che non conoscevano il vocabolario italiano a sufficienza dato che parlavano nei loro dialetti.

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Mike Bongiorno

L’influenza più incisiva sulla lingua italiana corretta la ebbe la radio dagli anni 1920 e quindi la televisione dal 1954. I primi personaggi televisivi provenivano, con rare eccezioni, da abiti culturali di scarso livello linguistico di Roma e di Milano, oppure dalle comunità italiana di New York, come ad esempio Mike Bongiorno, oppure dalla Roma del popolino, come Corrado. Molti ricorderanno il loro lessico minimalista e ripetitivo.

La lingua e la cultura che ebbero al loro centro la Firenze del Medioevo e del Rinascimento, alla quale praticamente tutta la tradizione letteraria italiana appartenne in esclusiva, e che produsse figure quali Dante, Boccaccio, Petrarca, Poliziano, Cristoforo Landino, Leonardo, Cosimo e Lorenzo De’ Medici, Alberti, Machiavelli, Guicciardini, Dovizi, Varchi , Cellini, Vasari, Galileo, Redi ed altri; questa lingua e questa cultura furono gettate nella discarica del patrimonio vero da nuovi intellettuali del nord o del sud e da allora l’italiano ha sofferto una castrazione fatale.

Io, fiorentino, dovetti soffrire sotto le grinfie di una insegnante elementare di Avellino, che mi diceva solo “tu stai zitto”! e si prendeva gioco del mio lessico del quale il Vocabolario della Crusca si componeva. Questa maestra insegnava la grammatica ma non la sapeva mettere in pratica, per non parlare della pronuncia delle vocali e del suo lessico. Assieme ai compagni di scuola rimanevo stupito da espressioni quali “tutti quanti”, “appresso”, “insieme con voi”. Detestavo il suo “debbo” ed anche “dobbiamo”, preferendo “si deve”.

Durante gli anni 1950, il contadino fiorentino dovette soffrire un drammatico decurtamento del suo lessico e una drastica alterazione della sua sintassi. Sentendo strane parole pronunciate dai personaggi televisivi e radiofonici, o dai doppiatori del cinema, rapidamente persero il 50% delle loro comuni parole, nonostante il fatto che queste stesse parole riempissero ancora tutti i costosi dizionari della lingua italiana che i loro figli usavano a scuola. Si tratta del periodo in cui mia madre divenne esitante nel chiamare “àndito” che questi smidollati chiamavano “corridoio”; “acquaio”, che ora un finocchietto chiamava “lavello”, l’armadio, che una casalinga dall’aspetto di incapace chiamava “guardaroba” oppure invece di “rigovernare” diceva “lavare i piatti”.

Ma non solo l’italiano di radice venne distrutto, e vennero tarpati anche il francese della Val d’Aosta, il tedesco del Sud Tirolo, che ora dovevamo chiamare Alto Adige, a dispetto degli abitanti nativi della regione. La stessa sorte è toccata ai ladini ai friulani e agli sloveni della frontiera del nord est. Tutto il Sud Tirolo è stato invaso da immigrati dal Veneto e dal meridione d’Italia e fino all’adesione dell’Austria all’Unione Europea, il Tirolo e il Friuli erano presidi militari italiani. Il confine con la Slovenia rimase militarizzato fino al crollo del regime di Tito.

L’italiano moderno ha il più breve vocabolario tra tutte le lingue importanti d’Europa. Paradossalmente, in ogni lingua europea, i lessici di ambito musicale, artistico, architettonico sono ricchi di termini italiani, anche di quelli gettati via.

L’italiano è estremamente difficile da pronunciare; pur avendo cinque sole vocali, queste suonano schiette e chiare, adatte soprattutto al canto. E’ paradossale, tuttavia, che una lingua parlata debba adattarsi alla scrittura e non vice versa, come accade nella maggioranza delle altre lingue. I miei figli, di madrelingua inglese, trovano l’italiano scritto estremamente prolisso e stancante, povero di aggettivi connotanti varie sfumature necessarie per una descrizione letteraria attraente di cose e persone.

Una grammatica e un lessico incerti e non condivisi, rendono l’italiano moderno di difficile acquisizione per lo straniero che mai se ne impadronirà perfettamente. E’ già difficile aggiornarsi con i mutamenti della propria lingua quando si sono trascorsi anche solo pochi anni all’estero. La peculiare affettazione dell’italiano dei lettori dei bollettini radio, fa sì che questi non riescano mai a pronunciare correttamente una parola straniera, sia questa inglese, francese o tedesca senza suscitare ilarità. Particolare ilarità la suscita l’apostrofo davanti a una parole inglese che inizia con l’H, obbligando il lettore ad una pronuncia comica.

E’ stata pubblicata, non molto tempo fa, una “traduzione” in italiano attuale del Decamerone di Boccaccio, di Aldo Busi (A. Busi: Decamerone da un italiano all’altro, 1990-91) ed anche del famoso Novellino di Anonimo toscano (A. Busi & C.Covito, 1992). L’aspetto comico è che queste traduzioni sono state prese sul serio dalla stampa nazionale, che le ha celebrate come “utilissime per rendere questi testi accessibili al lettore moderno”. E’ probabile che questo controverso e oltraggioso scrittore abbia tradotto persino il Pinocchio. Probabilmente queste traduzioni si sono rese necessarie poiché sono ormai pochi i ragazzi che usano la parola babbo, avendola abbandonata per volere delle TV, preferendo il banale papà.

La letteratura giovanile italiana tradizionale si limita a tre o quattro libri: Pinocchio, Sussi e Biribissi, Gian Burrasca, Ciondolino e non saprei aggiungere altro. Salgari, è un autore che venne in auge al tempo della dichiarazione di guerra all’Inghilterra “colonialista” e durante il periodo della Guerra Fredda e del rinnovato odio verso le democrazie occidentali.

Pinocchio è un capolavoro di calibro internazionale, gli altri sono di scarso o scarsissimo valore. La letteratura giovanile moderna ha diversi autori anche bravi, come Piumini, ma per la maggiore si tratta di imitazioni di autori anglosassoni. Del resto l’italiano attuale, quello che ha annullato il vocabolario tradizionale italiano a “buttato via il neonato assieme all’acqua sporca”, non ha nulla di equivalente alle Nursery Rhymes che esistono in ogni altra lingua al mondo.

Ring-a-ring o’ roses, A pocket full of posies, A-tishoo! A-tishoo!
We all fall down.
Ring-a-round the rosie, A pocket full of posies, Ashes! Ashes!
We all fall down.
Hush! Hush! Hush! Hush!
We’ve all tumbled down.

Si, ci sono il Giro giro tondo… e altre banalità ma nulla della ricchezza della rima che evoca la Peste Nera e risale al 1300 riportata qui sopra che ogni bambino inglese o americano conosce. Ogni regione aveva una grande ricchezza di ‚folclore‛ linguistico, ma tutto è stato spazzato via, niente è stato conservato nella lingua nazionale attuale.
Insomma la letteratura per ragazzi in Italia è per la maggior parte incompresibile proprio ai ragazzi ai quali si suppone sia rivolta, a meno che un ragazzo vi sia stato addestrato da qualche pedante genitore. In genere parlare il vernacolo locale è ritenuto degradante. L’entrare a far parte della “classe agiata” (di Veblen) impone l’abbandono di tutto ciò che riecheggia il mondo rurale. In una società che ha abbandonato la natura, il vocabolario che riguarda il mondo naturale è ridotto a pochissime parole generalmente errate.

Praticamente nessun giornalista od operatore mediatico sotto i cinquant’anni è capace di coniugare i verbi coerentemente; la sua sintassi è grezza se non errata. Assai spesso si sentono mostruosità come Mi pare che c’è , Credo che è , Credevo che eri a Londra, che farebbero inorridire un contadino toscano di 50 anni fa.

Tornando al mondo naturale o agricolo, il vocabolario che lo riguarda è praticamente estinto. Nell’Italia centrale non si parlava di “un albero”, ma ogni albero aveva il suo nome specifico come dal vocabolario. Uno non si sarebbe azzardato a definire ’un albero‛ un cipresso o una quercia. Lo stesso si può dire di un uccello, un pesce o persino un fungo, poiché ogni uccello, pesce o fungo aveva un proprio nome, noto a tutti, proprio come riportato nel vocabolario. Pochissimi italiani sono oggi capaci di indicare il nome di un insetto, di un pesce, o di un uccello (a meno che non si tratti di cacciatori).

Una lingua “a rischio”

Sappiamo tutti che le lingue sono cose viventi, in continua trasformazione. Muta la sintassi, si accumulano neologismi, accattati dalle lingue delle nazioni progressiste del momento. Ma se riflettiamo sul fatto che la lingua è lo strumento del pensiero, viene da inorridire. Siamo tutti intellettualmente disabili.

Una lingua che muta nel tempo da un segnale di vitalità, ma la natura delle sue mutazioni mette in luce la ricchezza o la miseria di una cultura. Una lingua che crede che la ’chiocciola‛ sia una scala e che un ’acquaio‛ sia un luogo dove si attinge acqua, che chiama ’footing‛ quello che è ’jogging‛, ’ticket‛ quello che è un ’bill‛, che chiama ’trekking‛ quello che è ’hiking‛, che chiama ’gadget‛ quello che è un ‚gift‛, che chiama ’brènd‛ un marchio che casomai si chiamerebbe ’brand‛, chiama ’trilling‛ aggettivo invece di ’thriller‛ nome, ’flèsh‛ il ’flash‛, è il linguaggio di una cultura a dir poco confusa.
Dal gioco del calcio viene l’intollerabile ’stoppare‛ che in italiano significa chiudere il foro di un tino, di una botte con della stoppa. Un autoscatto fotografico è un ’selfie‛, farsi una doccia è ’docciarsi‛, ’esauriente‛ è diventato ’esaustivo‛, ’direttive‛ oggi è ’linee-guida‛. I graffiti sui muri o sui treni si chiamano ’writing‛, casomai sarebbe ’writing‛. In pericolo si dice ’a rischio‛ e così via una cretinata dopo l’altra.
Dal liguaggio dei telefoni cellulari escono delle vere mostruosità, un linguaggio che tarpa ogni possibilità di pensiero.

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Toto’ con Pier Paolo Pasolini

Un italiano che non capisce per niente Dante, Boccaccio, Petrarca o Collodi è un cerebroleso, leso da chi decise uno o due secoli fa e continua ancora oggi a fare il contrario del resto del mondo: gettar via la propria gloriosa tradizione letteraria per imporre una lingua insulsa buona solo per trasformare il cittadino in consumatore indiscriminato.

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Vediamo cosa scrisse Pasolini sulla lingua italiana degli anni ‘70:

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questa lingua nazionale … .…si e proporzionalmente ristretta, riducendo la propria capacità espressiva a nulla. Chi parla esclude i sentimenti (soprattutto l’ingenuità, lo stupore, il rispetto, l’interesse).
Sul dialetto : …“viene ancora parlato - da chi sappia parlare- il dialetto. Ma e anch’esso un dialetto grigio e puramente informativo, rimodellato sulla lingua. E’ poco più che pronuncia. Esso ha perduto ogni espressività, e sono cadute dai suoi rami stecchiti, come foglie secche, le parole del gergo. Se uno degli antichi fratelli- quelli vissuti fino a pochi anni prima, e di cui questi hanno rubato il posto - potesse, per un capriccio della storia, riapparire in mezzo, e parlare in un suo linguaggio, potrebbe essere capito solo con l’aiuto di un vocabolario corredato da un glossarietto specialistico sul gergo.”…
Sui giovani di oggi:non sanno più nemmeno parlare “sic et simpliciter”. Mugolano, si danno spintoni, articolano qualche suono gutturale: se devono esprimere meraviglia lanciano un urlo esageratamente forte, e esibizionisticamente utile nell’imitare una pecora, una gallina, un cane, qualche bestia in cui si sono specializzati. Se devono esprimere allegria, alzano stridenti e offensive sghignazzate che finiscono in un grugnito o in un rantolo da epilettici, che non fa pena ma orrore”…
(P. Pasolini, “Petrolio”, Einaudi,1992)

Giovanni Caselli

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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Rosa Casapullo, Il Medioevo, 1999, il Mulino, Bologna
Paola Manni, Il Trecento toscano, 2003, il Mulino, Bologna
Mirko Tavoni, Il Quattrocento, 1992, il Mulino, Bologna
Paolo Trovato, Il primo Cinquecento, 1994, il Mulino, Bologna
Claudio Marazzini, Il secondo Cinquecento e il Seicento, 1993, il Mulino, Bologna
Tina Matarrese, Il Settecento, 1993, il Mulino, Bologna
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Giovanni Nencioni, La lingua di Manzoni, 1993, il Mulino, Bologna
Pier Vincenzo Mengaldo, Il Novecento, 1994, il Mulino, Bologna
Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Bari, Laterza, 1963
Gaetano Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, Carocci, 1987
Alberto Sobrero (a cura di), Introduzione all’italiano contemporaneo. Le strutture, ed. Laterza, Roma-Bari, 1993 (11ª edizione: 2011)
Giuseppe Patota, Lineamenti di grammatica storica dell’italiano, ed. il Mulino, Bologna, 2002
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Giuseppe Patota, Lineamenti di grammatica storica dell’italiano, ed. il Mulino, Bologna, 2002

[1Con Questione della lingua, si indica una disputa di carattere sociale in ambito letterario, che ebbe la sua fase più acuta agli inizi del Cinquecento e che si protrasse con alterne vicende almeno fino ad Alessandro Manzoni. Verteva sul problema di quale lingua utilizzare nella penisola italiana.


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