Altritaliani

Il 17 Aprile: Referendum trivelle. Le ragioni del Si e del No.

giovedì 7 aprile 2016 di Nicola Guarino

Il 17 aprile, in un unico giorno fino alle ore 23.00, si vota sul referendum per le 92 trivelle nel mare Mediterraneo a meno di dodici miglia dalle coste italiche. Per la prima volta un referendum non proposto dai cittadini ma da ben nove Consigli regionali. Possono votare anche gli italiani all’estero. Ecco le ragioni del Si e del No, ma anche quelle di chi si vuole astenere.

Tra pochi giorni in Italia si voterà per il referendum sulle trivelle per concedere la possibilità alle piattaforme marine di estrarre gas e petrolio fino alla fine delle concessioni oppure, com’è per volontà del governo, fino all’esaurimento dei giacimenti e senza bisogno di rinnovo delle concessioni.

E’ la prima volta che un referendum non è proposto dai cittadini ma, come anche previsto dalla Costituzione, da ben nove Regioni, di cui sette del centro-sinistra e due del centro-destra. Una richiesta referendaria quindi trasversale.

Negli ultimi giorni l’attenzione sul tema energetico italiano e sul futuro dell’estrazione petrolifera è assurto alle cronache dopo la vicenda politico giudiziaria che ha portato alle dimissioni del ministro per lo sviluppo economico Guidi, in merito al futuro petrolifero lucano (è bene ricordare che la Basilicata con i suoi giacimenti di gas e petrolio è la prima produttrice in Europa). In realtà, la vicenda con i suoi risvolti politici giudiziari ha finito per confondersi con il tema referendario che non ha nulla a che vedere con le estrazioni sul suolo lucano.

Come spesso capita, la polemica politica spesso finisce per generare confusione ed è per questo che noi preferiamo limitarci ad entrare, per puro scopo informativo, sul merito del quesito referendario, limitandoci ad esporre le ragioni del si e del no.

A premessa va detto che come quasi sempre è accaduto, anche in questo caso non sono mancate indicazioni per il non voto. I referendum, tranne rarissimi casi (come il referendum per le modifiche costituzionali del prossimo ottobre), in Italia, per Costituzione, possono essere solo abrogativi e richiedono per essere validi il raggiungimento di un quorum di partecipazione del 50% più uno degli aventi diritto al voto. In tal caso si ricorda che votano tutti i cittadini maggiorenni italiani ed anche gli italiani residenti all’estero che hanno avuto preventivamente le schede e che dovranno, se lo vorranno, votare prima del 17 aprile inviando la scheda al Consolato di appartenenza secondo le modalità indicate nel plico che viene inviato agli aventi diritto.

Vediamo gli scenari possibili.

Se si raggiunge il quorum e vincono i Si, le piattaforme, che estraggono il gas e il petrolio in mare a meno di dodici miglia, una volta scaduta la concessione, anche se il giacimento non sarà esaurito, non potranno più estrarre e dovranno essere dismesse ed eliminate.

Naturalmente se si raggiunge il quorum e vincono i No, come previsto dalla legge che impone una distanza superiore alle dodici miglia marine per l’estrazione petrolifera, la concessione resterà valida per tutte le piattaforme fino ad esaurimento dei medesimi giacimenti, cio’ senza che si possano avere nuovi giacimenti a meno di dodici miglia marine dalla costa.

Se non è raggiunto il quorum tutto resta come ora ed il referendum perde ogni validità ed efficacia.

Le piattaforme a rischio chiusura, a calcoli fatti, sono 92 su 135, i gruppi petroliferi interessati sono tre (76 dell’Eni, 15 della francese Edison ed 1 dell’inglese Rockhopper) e la scadenza delle concessioni varia da un arco di tempo che va dal 2018 al 2034.

In realtà il tema delle concessioni e dello sfruttamento energetico fino ad esaurimento di questi pozzi è l’unico quesito referendario rimasto, avendo il governo recepito le altre cinque richieste referendarie proposte dalle Regioni suddette, rendendo cosi inutile lo svolgimento di ulteriori consultazioni popolari.

Il fronte del Si sorretto da numerose associazioni ambientaliste, nonché dal Movimento 5 Stelle e da Sinistra italiana nonché dalla Lega Nord ed alcuni esponenti della minoranza PD, si batte per l’abrogazione della norma pro-piattaforme e per quindi ottenere la più rapida fine dell’estrazioni energetiche a meno di dodici miglia dalla costa italiana (la gran parte delle piattaforme sono prospicienti alla regione Emilia Romagna e quindi nell’Adriatico). A sostegno della loro richiesta, quelli del Si ricordano la pericolosità di queste piattaforme troppo vicine, per la nuova normativa italiana, alle coste ed il rischio ambientale presente nel perpetrare oltre la concessione le attività delle stesse. Ricordano anche come uno studio di Greepeace del 2014 abbia rilevato la presenza di sostanze chimiche oltre la norma nelle prossimità delle piattaforme, con danni per alcune coltivazioni di cozze.

Il fronte del No si batte in sostanza per la continuazione dello sfruttamento energetico fino alla fine dei predetti giacimenti. Al fronte del no, hanno aderito la gran parte della minoranza PD (Bersani in testa) nonché esponenti del centro e del NCD, nonché personalità come Romano Prodi. Quelli del No attraverso la cosiddetta coalizione degli “Ottimisti e Razionali” rileva che le cozze sono analizzate dalle ASL e che quindi eventualmente fossero inquinate non ci sono rischi che possano essere messe in commercio. Le società petrolifere legate all’Assomineraria rilevano altresi, che le coste dell’Emilia Romagna (40 piattaforme in questione) lo scorso anno, hanno avuto assegnate ben nove bandiere blu simbolo di mare pulito ed infine fanno presente il rischio di perdita di posti di lavoro tra i diecimila e i ventinovemila, incluso l’indotto, per l’eventuale chiusura allo scadere delle concessioni.

Chi vuole l’astensione in effetti persegue lo stesso obbiettivo del no, semplicemente invalidando il referendum per il mancato conseguimento del quorum, vanificando cosi la richiesta referendaria delle regioni interessate. Per l’astensione la gran parte del PD con il suo leader Matteo Renzi in testa e, naturalmente, anche il governo.

Punto centrale nella disputa è il tema dell’impatto ambientale, con il comitato del Si che denuncia la pericolosità di queste piattaforme qualora vi fossero incidenti e quelli del No e gli astensionisti che ricordano che in 50 anni di attività di queste piattaforme non ci sono mai stati incidenti e che, in ogni caso, rinunziando all’uso energetico di queste piattaforme occorrerebbe acquistare gas e petrolio da altri con uso, peraltro, di petroliere che solcherebbero il Mediterraneo dove nello stesso periodo di vita delle piattaforme si sono contati ben 27 incidenti a queste navi con indubbio danno ambientale.

Un tema delicato di cui occorre ponderare anche se come sempre in Italia c’è il rischio del retro-pensiero, per cui si vota una cosa per ottenerne un’altra. Sarebbe bene che gli italiani, votino o meno, lo facciano con consapevolezza e qualunque sia la scelta, a ragione veduta dopo aver esaminato i pro e i contro.

Nicola Guarino


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