Altritaliani

Cesare Pavese e Franco Ferrarotti: Storia di un’amicizia.

domenica 21 febbraio 2016 di Gaetanina Sicari Ruffo

Nell’ultimo libro del sociologo Franco Ferrarotti: “Al Santuario con Pavese, storia di un’amicizia” (Edizioni Dehoniane Bologna, 2016), la commossa rievocazione dell’amico scrittore Pavese.

«Ho sempre considerato Cesare Pavese un mio fratello maggiore. Fin dal primo momento, quando un nasuto spilungone magro magro, la faccia ossuta, quasi equina, e la sigaretta pendula dal lato sinistro della bocca, m’è apparso davanti. Ci sono incontri in cui misteriosi enzimi planano da una persona all’altra e le legano, immediatamente, in una sorta di patto clandestino per la vita.» (Ferrarotti)

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Cesare Pavese

Lo chiama “amico fraterno” e lo ricorda con molto rimpianto.
A fraternizzare con lui c’erano molti motivi: Pavese era nato nelle Langhe, a Santo Stefano Belbo, Ferrarotti nel Monferrato, a Palazzolo, in provincia di Vercelli, luoghi ad entrambi molto cari e vicini. I due amici furono solidali antifascisti a respingere “quella cappa di piombo soffocante” che fu la dittatura mussoliniana del tempo, ma che non impedì loro d’essere tormentatati nel fisico e nel morale.

Pavese non era un marxista militante e convinto, piuttosto un “comunista eterodosso”. Si iscrisse al partito comunista nel ’46, ma restò critico nei confronti della politica di professione. Non era quella la sua strada, ma dell’intellettuale, del traduttore che cercava nuove vie anche americane e dello scrittore nello studio di Einaudi, dove, di vent’anni circa più anziano, conobbe Ferrarotti subito dopo la guerra.

Pavese era già in auge e vi si era insediato insieme a Natalia Ginsburg che aveva per lui molta tenerezza e lo chiamava l’eterno adolescente per via di quella sua aria indecisa. C’era qualcosa infatti in lui d’indefinito: avresti detto certo la ritrosia, l’attaccamento alla terra ed alla casa, ma pure una certa realtà contadina che sembravano portare con sé il profumo del buon tempo antico.

Era stato al confino in Calabria ed il suo carattere s’era incupito, anche se non era stato mai espansivo. Al suo ritorno aveva perso la ragazza cui aveva fatto promessa d’aspettarlo. Incerti del mestiere, ma non sarebbe stata la sola volta! Gli si era creato però il complesso dell’isolamento e non riusciva però a confidarsi totalmente per scaricare la coscienza. Gli restava un carattere molto chiuso e riservato, come un grumo chiuso con cui doveva fare i conti. Si avvertiva in lui un qualcosa che restava misterioso, forse ignoto pure a se stesso.

Ferrarotti faceva il traduttore del suo primo libro che sarebbe divenuto poi la sua tesi di laurea, in sociologia: Veblen, The Theory of the Leisure Class, primo traguardo d’una lusinghiera carriera che nel 1951 inizierà con I Quaderni di Sociologia, pubblicati insieme ad Abbagnano.

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Santuario di Crea nel Monferrato

S’intendevano a meraviglia i due amici e riuscivano pure a scherzare. A Pavese piaceva accompagnarsi a lui. Il ricordo più vivo è legato ad una passeggiata verso il Santuario di Crea nel Monferrato. Erano gli anni del dopoguerra. Non era un periodo sereno. Si respirava ancora l’atmosfera della lotta e degli agguati. Era l’inverno del ’44. I borghi arroccati intorno alle pievi col campanile si alternavano a lunghi e tortuosi sentieri in mezzo a solitarie campagne. Però i due amici avevano voglia di rilassarsi e di scherzare. Chiamavano i soldati tedeschi in perlustrazione Kartoffeln, per la loro predilezione a mangiare patate per colazione e canticchiavano versi del Faust di Goethe per confondere le loro idee. Si diffondeva nell’aria il suono dolce delle campane che sembra indirizzare il pensiero verso le cose celesti. Ferrarotti è come se avesse accanto il compagno, tanto viva è la sensazione di trovarselo accanto. Pavese, una volta raggiunto il Santuario, fece pure la comunione tutto compreso in una dimensione che comunque non gli era familiare, ma che lo rimandava indietro nel tempo, all’età della sua infanzia.

La indifferenza era solo di facciata? Perchè allora usava condividere l’agnosticismo critico? D’altra parte nel Mestiere di vivere alcune parole in qualche modo possono spiegare il suo stato d’animo:

Io, e credo molti, ricerchiamo non ciò che è vero in assoluto, ma ciò che noi siamo. In questi pensieri tu tendi con sorniona noncuranza a lasciar affiorare il tuo essere vero, i tuoi gusti fondamentali, le tua realtà mitiche. Una realtà che non abbia legame radicale nella tua essenza, nel tuo subconscio ecc., non sai che fartene. In fondo, di Dio ti spiace proprio la sua massima qualità - che è staccato, diviso da te, lo stesso per tutti, eppure una cosa suprema. - Ma perché accetti te - quel qualunque che ti succede di essere?

Non era certo un miscredente. Aveva una sua fede forse senza Dio che sentiva estraneo. Ma le vibrazioni religiose erano dentro di lui nella insistente ricerca non dell’effimero, ma dell’eterno. Doveva aver molto pensato all’esistenza ed al significato che intendeva attribuirle. Ma spesso rifuggiva dentro di sé da una comoda consolazione che lo avrebbe messo in pace. Era tormentato ed insoddisfatto e la sua coscienza ne portava tutto lo strazio. Aveva tentato con l’amore, ma era rimasto fortemente deluso. Cesare Segre parla ne ’Il mestiere di vivere’ d’una sua misoginia, ma molto probabilmente non era così. La donna era per lui “ispirazione e tormento, premio e dannazione”. Fu la sua “disperata ricerca della maturità e della pienezza di vita”. La depressione gelò sempre i suoi sentimenti come successe a Kafka.

Ci sono uomini che non riescono a vincere il limite dell’immancabile loro infelicità cui si condannano. Il senso di precarietà li accompagna fino a vincerli. Nella casa in collina c’è un accenno di liberazione e lo smemorarsi potrebbe sembrare l’alternativa alla tristezza ed all’inazione, ma Pavese cercava la sua via nei miti. Nei Dialoghi con Leukò, il suo respiro è libero e non si sente defraudato della verità, ma attratto dall’immortalità.
Per la I edizione aveva scritto: Cesare Pavese che, molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo temperamento. I suoi miti sono la sua religione: su per i monti, il cielo, la notte ed il giorno prova egli a narrare quello che gli uomini non sanno più: dov’è la giustizia, a cosa servono le leggi, uomini ospiti o dei ospitati parlano del destino e della morte, ma senza acredine, bensì con incantato stupore come per condividere.

Avrebbe voluto forse con gli amici condividere la sua decisione del suicidio?
Perchè si suicidò? Praticamente il libro si condensa tutto su queste domande. L’andirivieni degli incontri, il senso dei messaggi, i silenzi protratti accanto alle parole occasionali, gli incoraggiamenti degli amici, servono per scandagliare il soggetto, cercano di penetrare nella intimità dello scrittore, ma egli stava in guardia e troncava subito ogni discorso che avrebbe potuto rivelare la sua privacy. Non aveva intimità pubblica. Molte cose di lui s’intuivano. Non li raccontava: era molto riservato per sua natura. Non era fatto certo per gli intrighi ed i compromessi. Ne rifuggiva. Era fuori del suo tempo. Non cercava d’essere al centro della scena, ma si faceva quasi da parte.

Dal biglietto, lasciato accanto al suo cadavere, nell’hotel di Torino dove s’era rifugiato, il 27 agosto del ’50, sembra lucidissimo: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate pettegolezzi.” Come se la scena fosse convenzionale e non lo interessasse.

Qual è il suo mistero? Era legato alla sua terra di cui avvertiva gli odori e le forme come una grande risorsa. Ma “guardava dentro l’abisso che vi si era aperto e che l’attirava”. Non fu per la giovane donna americana che lui aveva amato che si uccise. Gli amici anche tutti fuori.

Ferrarotti a Venezia, dopo essersi complimentato con lui per il Premio Strega, al suo rientro da Roma, gli aveva promesso di rivederlo presto. Era solo! “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi, aveva scritto”. E fu allora che egli vide. Ha lasciato tanto rimpianto ed un senso di vuoto incolmabile.

Gaetanina Sicari Ruffo

Scheda del libro:

Franco Ferrarotti
Al Santuario con Pavese
Storia di un’amicizia

Edizioni Dehoniane Bologna
«Lapislazzuli»
Pagine 128 - Prezzo 11,50€
Previsto anche in e-book
Uscita: 31 Gennaio 2016

L’Autore del libro: Franco Ferrarotti, professore emerito di Sociologia all’Università di Roma «La Sapienza», direttore della rivista La Critica sociologica, è stato deputato indipendente al Parlamento italiano dal 1958 al 1963. Tra i fondatori, a Ginevra, del Consiglio dei Comuni d’Europa nel 1949, ha assunto la responsabilità della divisione Facteurs sociaux dell’Ocse a Parigi. Nominato Directeur d’études à la Maison des Sciences de l’Homme di Parigi, ha ricevuto il premio per la carriera dall’Accademia nazionale dei Lincei ed è stato nominato Cavaliere di gran croce al merito della Repubblica. Con EDB ha pubblicato: La religione dissacrante. Coscienza e utopia nell’epoca della crisi (2013); Rivoluzione e trascendenza (2013); La concreta utopia di Adriano Olivetti (2014); Scienza e coscienza. Verità personali e pratiche pubbliche (2014); Elogio del piromane appassionato. Lettura e vita interiore nella società digitale (2015).


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