Altritaliani

La cimice. Il linguaggio dei fumetti adattato al genio di Majakovskij.

sabato 2 gennaio 2016 di Carmelina Sicari

È uscito di recente per Gangemi editore (Roma) “La cimice”, una pièce teatrale del grande poeta e scrittore russo Vladimir Majakovskij. È interessante innanzitutto cogliere la novità dell’edizione che appare in Italia come una trascrizione del testo, interpretata a fumetti di Franco Staino.

L’opera del poeta-scrittore venne definita “un evento emblematico della drammaturgia sovietica, dal punto di vista ideologico cosi come da quello artistico”. Negli anni è stata rappresentata poche volte, una nel 1929, poco prima della morte di Majakovskij, avvenuta nel ’30, come si sa, per suicidio. L’opera venne poi data a New York nel ’31 e a Parigi nel ’59. La sua rappresentazione è stata sempre complessa.

La novità di questa edizione è quella di trasformare lo spazio della pagina in spazio scenico per la rappresentazione a fumetti ad opera di Franco Staino che ha già curato un’edizione di Pinocchio nel 2011 e di Ssst!... di Antòn Cechov nel 2013.

Prisypkin, il protagonista che è lo stesso poeta, risorge ma è soggetto ad una metamorfosi strana, rinasce come cimice.
Il tema della resurrezione, prima ancora della metamorfosi, ossessiona il poeta.

È convinto che il futuro possa, con la tecnologia e con il progresso scientifico, concedere questa chance all’umanità. Tant’è vero che l’incarico per la pièce sul futuro gli era stato dato perché fosse collegata alla celebrazione tecnologica.
Invece sul tema della resurrezione prevale, nel testo, quello della metamorfosi.
L’autore non crede nel trionfo dell’uomo.

La carica antiumanista che dominava l’esperienza delle avanguardie moscovite e russe di quegli anni, come Chimera o cubifuturismo, ha la meglio.
Majakovskij è davvero l’anti-Marinetti per eccellenza.
Certo, nel suo viaggio, la cimice incontra in Europa Gregor Samsa che si è trasformato in insetto nella Metamorfosi di Kafka.

Da noi in Italia l’affascinante rapporto del poeta con le avanguardie ed il mistero della sua morte è stato esplorato dal grande studioso Angelo Maria Ripellino (1923-1978) in un testo Majakovskij e il teatro d’avanguardia, apparso presso Einaudi nel 1959.

La cimice lancia un appello drammatico e diviene fenomeno da Zoo. La sua riduzione al nulla domina in una progressione tremenda tutto il testo. Il protagonista che aveva tentato l’ascesa sociale, abbandonando la sua vecchia fidanzata per sposare una donna della nuova classe, scopre, nell’ineluttabile trasformazione in insetto, la nullificazione totale dell’uomo. Sopravvissuto all’incendio del locale dove si stava celebrando il suo matrimonio, il protagonista ibernato, viene fatto risorgere ma per una vita più bassa.
Ho usato un aggettivo, tremendo, che è nel testo del poeta russo.

Da qui il trionfo del grottesco è totale. L’ironia può essere anche leggerezza, ma non quando è contaminata da una carica moralistica. Allora diviene riso tragico, come in questo caso.
C’è nel testo del poeta russo il sublime.
Si sa che le avanguardie mescolano prosa e poesia, vetera et nova. E così fa Majakovskij con l’inserimento di rime e versi.

Ma colpisce il suo rapporto con la morte e la sua scoperta dell’inutilità della resurrezione.
C’è tuttavia un aspetto particolare del testo: la profezia. In certo senso il poeta russo è risorto, prevedendo così che cosa sarebbe accaduto nel nostro tempo.

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Vladimir Majakovskij

Il senso del collettivismo, non della collettività, si badi bene, espresso superbamente da Staino con il berciare nella prima parte dei mercanti che vendono la loro mercanzia (bottoni, bambole), anticipa la etereogenea mescolanza del tutto che oggi viviamo nella globalizzazione.

In un certo senso c’è un ritorno al passato remoto e nello stesso tempo l’ibrida mescolanza di un tecnicismo che non fa progredire l’uomo, ma lo fa regredire appunto a insetto.

È sorprendente cogliere questo senso della modernità di un’umanità plurale, molteplice, dai mille colori, intrisa di un grande progresso tecnologico a cui non corrisponde un uguale progresso umano. Il vociare confuso dei mercanti di bottoni e reggipetti è analogo a quello dei tecnici della resurrezione.
Ogni evento si risolve in un gran vociare.

L’uso dei media, anche se il poeta non poteva prevederli, si risolve in un chiaccherio fastidioso, reso bene da Franco Staino che fa campeggiare la parola e la sua eco nella pagina.

Carmelina Sicari
Da Reggio Calabria


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