Altritaliani
La pillola di Puppo

Liberté, égalité et fraternité alla frontiera delle due Parigi.

mercoledì 9 dicembre 2015 di Maurizio Puppo

Me ne vado per le strade (strette oscure e misteriose) attorno a Parigi, là dove c’è la petite couronne (la chiamano così – altro dirvi non so) dove tutto si tocca. È la periferia appiccicata alla città. Seine-Saint-Denis a nord-est, Val-de-Marne a sud-est, Hauts-de-Seine a ovest. Qui sei a Parigi ma non ci sei. Tra la piccola corona e la città (bastardo posto) c’è una linea d’ombra; c’è una frontiera che non c’è ed è alta come il muro di Berlino. È cattiva come la cortina di ferro.

L’ombra è quella del boulevard périphérique, stradona tangenziale parigina, l’anello intasato da gente isterica e frettolosa che qui tutti chiamano semplicemente périph’ con una di quelle ellissi che i francesi usano spesso. E quando si passa de l’autre côté du periph’, come si sente dire qui, con espressione odiosa, cambiano tante cose. Ad esempio cambia il mio accento di straniero, di juif errant, de pâtre grec, di rital. A Parigi suona come un segno di charme, non sorprende nessuno e piace alle donne.

Rital è la parola con cui venivamo chiamati noi italiani, quando eravamo (considerati) dei rompiscatole, quando gli albanesi e i rumeni e i siriani e i negri eravamo noi; quando eravamo noi a essere accusati di rubare il lavoro alla gente del posto e anzi di rubare tout court. Pare che venga da una sigla che appariva sul permesso di soggiorno rilasciato, credo, nel Belgio francofono: r-ital, résident italien. È un po’ come dire terroni. Io qualche botta di rital, insomma di terrone, ogni tanto me la prendo e anzi me la affibbio da solo: il che, per un italiano del nord, è un bel contrappasso se vogliamo. E il mio accento rital, che piace così tanto soprattutto alle parigine, diventa un’altra cosa non appena si è passati dall’altra parte, de l’autre coté du périph’.

De l’autre coté du périph’ entro in un bar e rompo il silenzio, la noia dell’interminabile pomeriggio di periferia, il vuoto e il niente dei ragazzacci gettati su una sedia con lo sguardo scuro sul telefonino, o inebetiti a guardare le corse dei cavalli alla televisione, seguitissime per via delle scommesse.

Chiedo un’indicazione e mi sento guardato come si guarda uno straniero, qual sono e fui, vedo lo sguardo di chi sente parlare una lingua che è la stessa ma non lo è. Come a dire, ma che ci fa qui, questo? Ma cosa vuole questo rital? E anche la mia richiesta di informazioni suscita di per sé imbarazzo. Chi passa qui tutti i suoi giorni sa benissimo dove sono le cose, i luoghi. Ma non sempre sa spiegarlo a un étranger – a un estraneo, a uno con quella faccia da straniero (de juif errant, de pâtre grec). Oppure, se lo spiega, lo fa attraverso riferimenti che sono propri al luogo in cui si trova, e che per l‘étranger sono chiaramente inutilizzabili. Vous voyez le grand carrefour? No che non lo so dov’è il grande incrocio.

Non so niente di qui, neanche il mondo conosco; ma ti pare che se sapessi dov’è l’incrocio, ti chiederei dov’è il posto che sto cercando? Vous voyez le magazin? Vous voyez la place de la mairie? Poi, spazientiti di fronte a cotanta mia ignoranza, chiamano un altro e chiedono a lui, e poi ancora un altro e un altro ancora. Io ringrazio e me ne vado.

Me ne vado per le strade (strette oscure e misteriose) di un luogo che non è più Parigi e che pure ha Parigi a due passi (piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce con tanta gente che lavora con tanta gente che produce), con tutta la sua moveable feast, la festa mobile che piaceva a Hemingway vecchio ubriacone, vecchio imbroglione. Qui Parigi c’è e non c’è.

In periferia, nella piccola corona, c’è tutto. Ci sono i quartieri ultra-residenziali dell’ovest per la gente friquée, cioè piena di soldi, dove tutto è silenzio e calma, odore di soldi antichi e antiche ricchezze, ragazzi vestiti da marinaretti scemi e domeniche mattine a messa e quadri del nonno nel grande salone.

C’è la vecchia Francia più modesta del sud-est, in certe stradine con le casette di pietra e il decoro e certe villettine con i giardini che odorano di piccolo benessere e dove magari ci sono davvero i famosi nani di plastica che tanto fanno ridere gli snob e i furbetti e i saputelli; le strade dove dopo le sei del pomeriggio tutto è silenzio e buio e si sente solo il ronzio delle televisioni e si intuiscono le famiglie ben allineate e coperte davanti all’allarmista notiziario serale e al noioso programma molto visto.

E da lì, dalla vecchia Francia, basta attraversare una strada per scordare il benessere più o meno modesto e ritrovare i casermoni con la gente ammassata. I casermoni costruiti a mucchi e popolatisi di botto negli anni Settanta, quando il governo francese, in séguito alla crisi petrolifera, decise sì di bloccare l’immigrazione proveniente dal Nord Africa, ma al tempo stesso di permettere i ricongiungimenti familiari. Il che produsse, per uno dei tanti casi di eterogenesi dei fini, l’effetto opposto a quel che era l’evidente intento iniziale del governo; produsse cioè una numerosa comunità di origine maghrebina e di religione musulmana, tutta ammassata in queste banlieues, con poche speranze sociali di uscirne e quindi destinata a rinchiudervisi come in una fortezza. Io risalgo la strada e, nella fortezza, cerco i segni della République.

Trovo una sezione del PCF, il Partito Comunista Francese. A livello nazionale quasi scomparso, e comunque ormai percepito come irrilevante. C’è una bacheca e in quella bacheca c’è L’Humanité. Il vecchio giornale dei comunisti, piuttosto ben fatto. C’è una moschea proprio lì vicino, gettata sulla strada. E c’è una specie di casa sindacale, maison des syndicats, con il simbolo della CGT (Confédération générale du travail): una specie di CGIL un po’ più piccola e più a sinistra; diciamo una FIOM un po’ più grande.

Gli articoli dell’Humanité, nella bacheca, parlano di laicità e di parità dei diritti tra uomo e donna. Denunciano il prolungarsi dello stato di emergenza in Francia come “un risque d’exercice du pouvoir de plus en plus autoritaire”; ed è giusto prenderli sul serio perché i comunisti, di esercizio autoritario del potere, se ne intendono. C’è un negozio di abbigliamento femminile con un manichino che porta il velo.

Fuori dalla moschea, ragazzi. Sono tutti maschi e tutti giovani. Portano pantaloni da ginnastica neri e felpe grigie, smanettano sui telefonini almeno quanto me, non parlano. Tra l’Humanité e loro non sembra esserci nient’altro. Una volta il sindacato faceva segno di firmare, i ragazzi guardavano il cielo e il cielo era un Comitato Centrale.

Ora non firmano più niente, perché di lavoro non ce n’è, l’avvenire è un buco nero in fondo al tram: guardano il cielo e il cielo forse è un velo enorme a coprire le ragazze giù nel campo o a volte è la Djihad o è un Imam che fa la predica e spiega che la musica è il demonio – come è successo.

Passo con la mia faccia da straniero, avec ma gueule de métèque, de juif errant, de pâtre grec: nessuno di loro mi guarda e chi mi guarda non mi vede. A pochi passi da qui è stata ritrovata la cintura di esplosivo di un aspirante martire, che poi ha ridimensionato le sue ambizioni e si è rassegnato (immagino a malincuore) a vivere in questo mondo imperfetto (che sfiga) ancora un po’.

Non molto distante da qui, fu ritrovato l’arsenale di Amedy Coulibaly, uno degli autori delle stragi nei giorni dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo. Ora vedo una scuola con la bandiera francese e il motto della République: blu bianco e rosso, liberté, égalité et fraternité. La libertà qui c’è e non c’è. Ad esempio, non c’è per una donna che non esce mai di casa perché il marito non vuole.

Una giovane praticante di osteopatia che lavora da queste parti mi ha raccontato la sua storia. Il marito era andato nello studio di osteopatia (evidentemente lui in casa non ci sta), e le aveva detto che sua moglie aveva bisogno di una seduta ma non poteva, non doveva uscire. La ragazza allora è andata da lei. La donna non parla francese – del resto non esce mai e in casa si parla arabo. Allora la giovane praticante ha detto al marito di suggerire alla donna di fare attenzione a lavarsi le mani prima di certe operazioni con uno dei figli. L’uomo si è offeso e le ha dato della puttana francese. Il che (dal mio punto di vista che non è esattamente lo stesso di quell’uomo) non è mica detto che debba essere considerato un grande insulto. Comunque fatto sta che per quella donna la libertà non c’è mica tanto. L’uguaglianza nemmeno.

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L’Odio un film di Mattew Kassowitz

Qualche anno fa un esperimento del Bureau international du travail aveva mostrato che, a parità esatta di curriculum inserito in una richiesta di lavoro, il cognome era decisivo. Chi si firma come Martin (uno dei cognomi più diffusi in Francia. Tutti dicono Dupont, per indicare un cognome diffusissimo, ma in realtà io di Dupont non ne conosco. Quindi secondo me si sbagliano), chi si firma come Martin dicevo, viene almeno chiamato a sostenere il colloquio, chi porta un nome di evidente origine maghrebina o più in generale africana, no. Questo per le mansioni meno qualificate. Per quelle più qualificate, conta pure l’indirizzo. Se uno dice di abitare nel 6° o 7° arrondissement di Parigi, insomma dove c’è il Musée d’Orsay o la Tour Eiffel, viene chiamato. Se abita nella banlieue dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, no. Insomma l’uguaglianza non c’è neppure lei.

Resta la fraternità. Quella c’è. Ma forse sarebbe meglio se non ci fosse, almeno qui, perché è una fraternità gelosa, esclusiva, una fraternità di comunità, cameratesca e maschia, è una fraternità tra amici che esclude e anzi minaccia i nemici. Torno sui miei passi. Nella bacheca i fogli ingialliti dell’Humanité richiamano alla fraternità di classe, travailleurs de tous les pays unissez-vous! Ma la lotta di classe non c’è più, e se c’è, è finita e ad averla persa sono proprio i famosi lavoratori: operai, impiegati. E anche insegnanti. Che non sanno più dove stare. Guadagnano troppo poco per vivere a Parigi, decisamente troppo per poter sperare di spuntarla in una graduatoria di alloggi popolari. E si ritrovano spesso esiliati in banlieues impossibili. Dove il sonno della ragione genera mostri. I mostri che sparano e si fanno esplodere. E, magari, i voti al Front National di chi una volta votava Parti Socialiste o PCF.

Maurizio Puppo


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