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Politica e magistratura: Chi delegittima chi?

venerdì 30 ottobre 2015 di Nicola Guarino

L’ultimo congresso dell’ANM (Associazione Nazionale dei Magistrati) di Bari segna la fine dell’alleanza tra giudici e sinistra. Dopo l’anomalia Berlusconi, la magistratura è diventata un vero soggetto politico, capace di alleanze e di orientare gli elettori. Delusi da Renzi, oggi i giudici guardano ai grillini e confidano nei media (ormai alleati storici) per poter guidare il consenso dei cittadini. Siamo ad un nuovo capitolo dell’anomalia Italia. Dove la magistratura vuole stabilire l’agenda politica e farsi potere tra i poteri.

Congresso nazionale di Bari dell’ANM (Associazione Nazionale dei Magistrati), prende la parola il presidente Sabelli per sancire la fine di un patto mai confessato, quello tra magistratura e sinistra. Un patto ventennale e che finita l’era Berlusconi, non ha più ragione di essere. L’attacco del presidente dell’associazione è inequivocabile: La politica italiana, a sua detta, sembra più interessata a limitare le intercettazioni telefoniche ed ambientali, che ad occuparsi dei crescenti fenomeni di corruzione. Non solo, la politica (leggi il governo e soprattutto Renzi) si appresta a mutilare e modificare la legge Severino (quella che ha messo fuori gioco Berlusconi) e cercherebbe di accreditare l’immagine di una magistratura che si fa casta, che è chiusa sui suoi presunti privilegi.

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Il Ministro Orlando con il Presidente Sabelli.

Con questa relazione innanzi al sindacato dei magistrati, Sabelli appare deciso a voler attaccare e forse delegittimare la funzione e il ruolo degli attuali protagonisti della politica. Un intervento inatteso, specie dopo anni di lotta che hanno visto la magistratura da un lato e la sinistra dall’altro convergere nei rispettivi ruoli contro l’anomalia berlusconiana al governo, quando la destra, impunemente, sparava a palle incatenate contro la magistratura, rea di voler cambiare con la forza del diritto, un consenso popolare, in alcuni casi anche largo e spesso maggioritario, di cui il cavaliere godeva. Solo che ora questo attacco delegittimante alla politica è diretto ad un governo a maggioranza PD, alla cui testa c’è Renzi che indubbiamente, piaccia o no, è un innovatore dello scenario politico italiano. Sabelli ha rincarato la dose, sostenendo che il governo e il parlamento si preparano a far approvare modifiche alla legge Severino, cosi da ridurne l’effetto di deterrenza sulla politica corrotta. Implicitamente afferma che la “nuova” classe politica, dopo averla approvata, oggi cerca di ridurne gli effetti a proprio vantaggio. Ma quale vantaggio ? Cui prodest?

Lo scontro istituzionale, quello tra classe politica e magistratura, sostanzialmente e sotterraneamente è sempre esistito sin dalle origine del nostro Stato, ma è certo che dagli anni settanta questo scontro si è fatto più evidente fino a diventare eclatante e alla luce del sole.

In effetti, a ben vedere, pur nella sua autonomia, ampiamente affermata dalla nostra Costituzione, fino agli anni settanta (grosso modo), il rapporto tra politica e giustizia, come detto, non è mai stato semplice e chiaro ed è andato in crescendo a complicarsi sempre più, assumendo oggi le forme del vero e proprio scontro di poteri.

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Giovanni Leone

Questo scontro ha avuto il suo assoluto, divenendo un male pericolosamente cronico del sistema, con l’avvento al governo di Berlusconi, tuttavia anche la sostanziale uscita di scena del dominatore della seconda repubblica, non è servita a riportare questo conflitto su un terreno di ordinaria criticità. Dall’affare Lockheed (che vide coinvolti politici di spicco come i democristiani Rumor e Gui, il socialdemocratico Tanassi) e che coinvolse il parlamento sfiorando lo stesso presidente della repubblica Giovanni Leone (che ne usci’ a giusta ragione indenne), al caso Gladio con le indagini di Felice Casson, che indussero il notarile presidente Cossiga a diventare un picconatore arrabbiato, un fustigatore come pochi delle vicende italiane e che, con i suoi sviluppi, favori’ un clima di sospetto e congiura tra magistrati e politica.

Cosi negli anni 90 con tangentopoli, che rivelo’ un sistema radicato e profondo di corruzione e mazzette, che si sviluppava su tutto il territorio nazionale, coinvolgendo i partiti a tutti i livelli fino a contribuire con la sua esplosione a concorrere alla fine della prima repubblica quella fondativa della nostra democrazia, quella che aveva generato una Costituzione tra le più moderne dell’occidente (si parlo’ di rivoluzione dei magistrati).

Fino a ieri, a Berlusconi, che andato al potere con il suo carico di speranze e con tutta la pletora di procedimenti giudiziari già avviati prima della sua discesa in campo, che mettevono a rischio lui e il suo impero, si trovo’ a fare i conti con una magistratura tutt’altro che disposta a guardare altrove.

Ma, il salto di qualità nell’azione dei giudici si verifico’ proprio nella seconda repubblica. La magistratura, già storicamente divisa in correnti che, al di là dell’aspetto dottrinario, non possono non essere considerate politiche, iniziava con i suoi esponenti più mediatici, per parafrasare Berlusconi, a scendere in campo: Magistrati come Di Pietro al colmo della loro notorietà, lasciavano la toga per farsi politici. Un esperimento che da allora si ripeterà più e più volte, con gli esemplari casi di Ingroia, De Magistris, che assurti con le loro indagini a fenomeno di grande risonanza mediatica, considerati paladini di un’agognata giustizia, decidevano a loro volta di scendere in campo con dei partiti nuovi che della giustizia o del giustizialismo facevano la loro bandiera.

Altri magistrati non lasciarono la toga ma si fecero accesi interpreti di una presunta difesa dei valori della Costituzione finendo per configurarsi a torto o a ragione come dei veri partiti (si pensi alla magistratura milanese) extraparlamentari, ma capaci di interferire sui poteri legislativi ed esecutivi dello Stato a colpi di provvedimenti giudiziari.

Una guerra estenuante, con reciproche bordate che danno il senso del tramonte dell’auspicato equilibrio tra i poteri voluto dai costituenti. Una lotta che col tempo ha rivelato un sistema politico che non solo di suo era sempre più lontano dalla gente ma anche sofferente di un “cancro” del potere che aveva decisamente intaccato la società in tutte le sue componenti con una rete di scandali ben più resistenti di quelli dei primi anni novanta, come se il sistema avesse inglobato degli anticorpi, dopo i primi anni novanta, arrivando a coinvolgere in pratica tutti i partiti in misura diversa, ma finendo anche per creare degli ibridi mutanti con il contributo delle nuove mafie che intanto avevano sostituite le precedenti. Mafie che non avevano più bisogno di carneficine ed attentati, essendo ormai esse stesse parte del sistema politico e pertanto capaci di muoverne le scelte e i destini.

Tuttavia, questa guerra ha contribuito, con la crisi economica esplosa nel 2007, alla fine del berlusconismo e all’affacciarsi sulla scena politica di nuove forze e di nuovi leader.

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Di Pietro magistrato

Si puo’ dire, ma la cosa è controversa, che siamo all’alba della terza repubblica e fa specie, che conclusa quella guerra, al congresso dell’ANM, non si denuncino se non in seconda fase, i ritardi nei processi civili, le difficoltà delle cancellerie dei tribunali, la carenza cronica di organico, i ritardi nell’attivazione dei processi telematici, bensi’ che la politica cercherebbe di delegittimare la magistratura.

Sembra paradossale se si considera che la magistratura ha fatto fuori negli ultimi decenni non solo un’intera classe politica, ma ha indotto lo scioglimento (spesso a giusta ragione) di interi consigli regionali, ha contribuito a terremotare interi Comuni, non ultimo quello di Roma, ha richiesto l’arresto (spesso ottenendolo) di parlamentari, ha ostacolato l’azione di governi legittimamente scelti dal popolo. Naturalmente spesso esercitando le proprie prerogative, attenendosi correttamente al principio giuridico dell’obbligatorietà dell’azione penale, ma detto questo non si puo’ fare a meno di chiedersi in cosa consisterebbe questa delegittimazione, specie considerando che, ancora oggi, seppure in modo minore, la magistratura gode di molta più popolarità della classe politica.

L’affermazione di Sabelli appare un po’ un autogol cosa che gli è stata rimproverata con stile anche dal viscepresidente dell’ANM Giovanni Legnini che francamente ha stigmatizzato i toni usati dal suo presidente. Pero’ quella di Legnini a Bari è stata una voce nel deserto se è vero che il segretario dell’ANM Carboni ha sostenuto le tesi della presidenza e se è vero che lo stesso ministro di grazia e giustizia Orlando è stato accolto nel gelo più assoluto.

Le accuse, comprensibili ai tempi delle leggi “ad personam” e quando il sistema politico e lo stesso parlamento erano asserviti a Berlusconi, appaiono oggi francamente ingenerose. Nel bene e nel male, questo governo e questo parlamento, figlio di una snaturata legge elettorale, che non consente chiare ed omogenee maggioranze, ha fatto una legge sulla corruzione molto più dura delle precedenti normative, ha ripristinato il falso in bilancio che Berlusconi aveva abolito, ha reso più chiare, con una legge ad hoc, le reponsabilità penali in materia di reati ambientali, ha avviato ampiamente la riforma del processo civile cercando spesso e volentieri, cosa niente affatto facile, di uniformarla ad una normativa di processo europeo, ha aumentato il numero di giudici, e certo non appare questo un governo nemico della magistratura.

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Pietro Grasso, oggi presidente del Senato.

Il vero punto è che, malgrado le rassicurazioni di Sabelli, dopo anni di scontro con il berlusconismo, la magistratura appare oggi veramente come una casta (ammesso che non la fosse già). Lo dimostra lo scarso spirito di servizio quando il governo propose di ridurre le ferie ai tribunali ponendoli su un piano di eguaglianza con altre categorie di lavoro. La magistratura come gli insegnanti o gli impiegati delle poste per riforme di loro competenza, reagi’ minacciando scioperi e vere e propri “serrate” dei tribunali; lo dimostra non avendo la stessa mano pesante quando la corruzione non riguarda politici ma gli stessi giudici, come nel caso di Palermo e della torbida storia di favori e corruzione che ha coinvolto la giudice Silvana Saguto ed altri tre magistrati, su cui l’ANM nel suo congresso non ha speso una parola.

L’impressione è che, giuste o sbagliate che siano, le azioni della magistratura (come nel recente caso del sindaco di Napoli De Magistris), comminate con una sempre più invadente e chiassosa informazione specie da rete o da televisione, divengano una miscela esplosiva, capace di orientare il consenso ora verso un attore (PD) ora verso un altro (Cinque Stelle) della scena politica. Si puo’ dire che dopo l’avvento di Renzi l’ANM abbia cambiato cavallo passando dal PD a Grillo. Una cosa che esula dai suoi compiti, un fuor d’opera a confronto di quel rispetto istituzionale a cui è chiamata e che era a presupposto del bilanciamento dei poteri che fu la cifra della nostra Costituzione repubblicana.

Insomma, da tangentopoli ad oggi, la magistratura ha finito non più per essere un garante magari tignoso della vita pubblica e privata dei consociati e dei suoi rappresentanti, ma per essere stumento di orientamento e scelta politica, grazie anche all’alleanza implicita e/o spesso esplicita con l’informazione. La quale ultima, a sua volta, sembra incapace di essere imparziale finendo per essere protagonista e non cantore delle vicende del paese.

Del resto, ogni tentativo di spezzare questo connubio, questa santa alleanza, come nel caso delle modifiche in materia d’intercettazione e divulgazione degli esiti d’inchieste, spesso delicate e “sensibili”, urta contro i sindacati sia dei giornalisti che dei magistrati.

Il governo Renzi rischia grosso, perché appena si avrà il sospetto che qualche esponente del nuovo corso PD abbia commesso un illecito, sia pure minimo (come ad esempio nel caso di De Luca, attuale presidente della Regione Campania, messo a giudizio per uno delle più ricorrenti infrazioni nella pubblica amministrazione, abuso di ufficio, spesso generato anche da una scarsa conoscenza dei vincoli e limiti del mandato), la magistratura e la successiva gogna mediatica inevitabile e compulsiva, finiranno per schiacciare ogni velleità rinnovatrice del corso renziano.

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Rodolfo Sabelli presidente dell’ANM

L’Italia passa cosi d’anomalia ad anomalia. Da tangentopoli e la messa in crisi di una corruzione sistemica, a Belusconi e da questi ad un potere che non si accontenta del suo ruolo giurisprudenziale, ma che interviene sulle scelte del parlamento, che mette becco sui propositi dell’esecutivo e che con l’alleanza del quarto potere quello dell’informazione (spesso ormai non più tale) si determina a dettare l’agenda politica, ad indirizzare i consensi dei cittadini.

Un’anomalia che va sanata, impresa non facile ma necessaria. Un’anomalia che negli ultimi tempi sembra aver individuato il suo collante nel populismo giustizialista e fondamentalmente di destra del movimento 5 Stelle.

In tal senso da un lato la politica, partendo dai partiti più rappresentativi come il PD, deve continuare il suo sforzo di rinnovamento e non solo al centro nelle sedi istituzionali del potere romano, ma anche sul territorio nelle periferie del paese là dove spuntano esempi di malaffare come funghi, dall’altro lato bisogna arrivare ad un dialogo costruttivo con la magistratura sulle riforme ma naturalmente non cedendo ad una errata visione dell’Italia gestita e sorretta da lobby e caste e su questo terreno, se ne convica Sabelli, anche la magistratura deve avviare il suo rinnovamento profondo, ritrovando lo spirito che fu dei costituenti, con una magistratura che si attiene rigorosamente ed intelligentemente al suo ruolo senza invadere il campo altrui.

Nicola Guarino


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